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Autore: Valentina Trevisan

La fusione per incorporazione: il caso delle software house

Se stai leggendo questo articolo hai già in mente l’operazione che può riguardare la tua impresa: si tratta di un’attività di riorganizzazione complessa che impone di considerare tanti profili, giuridici, fiscali, legali, di business. Ho prestato assistenza nel trasferimento di alcune realtà aziendali e ti riporto quindi alcuni punti di base da cui partire.

Un’operazione di questo tipo impone di avere un’organizzazione aziendale ordinata, chiara e rispettosa delle normative di riferimento, GDPR compreso. Se hai dubbi o non ritieni di essere in questa situazione, si suggerisco di anticipare le trattative da un’analisi completa e dalla revisione della documentazione e delle procedure.

La fusione per incorporazione: cosa significa?

La fusione per incorporazione è un’operazione che consiste nell’integrazione di una società (incorporata) all’interno di un’altra (incorporante) e nell’assorbimento della prima nella seconda, con riguardo anche a tutti i rapporti giuridici, attivi e passivi. A seguito del completamento dell’operazione, la società incorporata non esiste più e la società incorporante mantiene la propria identità.

Nel concreto, parlando di software house, possiamo pensare ad una piccola struttura formata ad esempio da 2 o 3 sviluppatori web, che lavora a stretto contatto quotidiano con una realtà di maggiori dimensioni, la quale poi decide di incorporarla nella propria entità.

Ma ci possono essere dinamiche diverse, giustificate anche da ragioni differenti.

Perchè scegliere la fusione di una software house?

Come dicevo, le ragioni che possono portare a decidere di fondersi possono essere diverse. Ti fornisco alcuni esempi, tratti dalla pratica, che ti possono essere utili nelle valutazioni. Ti anticipo che ogni situazione è a sé e va valutata nel caso concreto.

Ecco 3 ragioni per le quali può essere utile la fusione per incorporazione.

  1. L’esempio che ti facevo, di una piccola software house che lavora in sinergia e in modo continuativo con una realtà di maggiori dimensioni la quale, grande azienda, decide di incorporarla per sfruttare al meglio le competenze, l’operatività e il personale;
  2. Se si tratta di due realtà che si rivolgono a mercati differenti, può essere d’interesse della grande azienda aprirsi a mercati diversi, senza allestire da zero un ramo aziendale dedicato. Nel caso delle software house, potrebbe essere la nicchia di sviluppo di un particolare gestionale per il settore horeca;
  3. Altra ragione potrebbe essere semplicemente quella di aumentare il potere del proprio brand all’interno del mercato, eliminando quelli che potrebbero essere i competitor;

Ovviamente non sono le uniche e dipende da molti altri fattori: posizionamento di ciascuna delle realtà, nicchia di riferimento, attività, target, ecc.

Il punto principale e iniziale è comprendere quindi se la fusione per incorporazione è l’istituto utile al caso concreto e che non cela problematiche o profili di rischio, sopratutto per la realtà di piccole dimensioni.

Il processo di fusione: le 5 fasi principali

La fusione per incorporazione di una piccola software house in una realtà aziendale di più grandi dimensioni, è un’operazione che richiede lo svolgimento di alcune attività che ho sintetizzato in cinque fasi principali.

Ovviamente non sono procedure da svolgere autonomamente, ma con il supporto anche legale.

  1. Delibera del consiglio di amministrazione o dell’amministratore unico di ciascuna delle aziende;
  2. Redazione di un progetto di fusione. Il progetto deve contenere tutte le condizioni per le quali si intende svolgere la fusione, le quote, i criteri di assegnazione (parliamo di società di capitali);
  3. Assistenza degli esperti nel progetto di fusione;
  4. Approvazione da parte delle assemblee straordinarie di ciascuna delle aziende;
  5. Deposito e iscrizione presso il registro delle imprese (pubblicità costitutiva);

Possiamo aiutarti ad impostare in modo corretto la procedura.

L’impatto (negativo) della fusione per incorporazione sulla piccola software house

Nel momento in cui l’operazione si perfeziona la piccola software house non esiste più, perchè tutto quello che prima era l’azienda, è stato trasferito. Gli effetti derivanti dalla cessione dovrebbero essere positivi, ma sarà necessario accettare anche quelli in parte negativi.

Alcuni impatti negativi della fusione per incorporazione:

  1. Difficoltà iniziale nella gestione del personale incorporato: l’organizzazione interna di una piccola realtà è nettamente difende rispetto ad una grande, aggiungendo poi che magari i soci operativi della software house incorporata, diventano dipendenti sottoposti alle direttive del datore;
  2. Trasferimento delle partite aperte con i clienti con gestione delle responsabilità: si tratta di subentro nella posizione giuridica precedente, il che tuttavia richiede una corretta impostazione di quello che è stato fatto prima e quello che verrà compiuto dopo;
  3. Perdita dei clienti della precedente entità: potrebbe essere che l’incorporazione imponga nuove dinamiche e che i clienti affezionati alla piccola realtà aziendale non intendano dare continuità con la nuova azienda.

Ovviamente, nulla esclude che in un primo tempo tu scelga invece di svolgere un’operazione diversa, come potrebbe essere la cessione di un ramo della tua azienda.

Nel fornire consulenza legale per le software house, ci corre l’obbligo di considerare anche questi profili per intercettarli e diminuire il più possibile il rischio che si concretizzino.

Cosa fare per iniziare ad impostare l’operazione

Se stai leggendo questo articolo sei già nell’ottica di svolgere l’operazione. In sintesi, posso suggerirti alcune attività preliminari all’assistenza legale da svolgersi per l’operazione di fusione.

Puoi partire da questi tre suggerimenti per la fusione per incorporazione della tua software house.

  • Identificare l’oggetto: intendo dire impostare bene i confini, il perimetro. Chiaro, è tutta l’azienda, ma cosa contiene?
  • Stabilire le condizioni della fusione: questo riguarda sia i profili economici (pagamento) sia i profili operativi (clienti e fornitori)
  • Rispettare le regole: sia il codice civile, sia le normative di settore, sia i contratti, sia il GDPR;

A seguire, possiamo darti supporto legale per la gestione di tutti i profili giuridici dell’operazione complessa che riguarda la tua software house.

Image by Kathrine Jølle Wathne from Pixabay

Fidelizzare i dipendenti con l’equity compensation

Alias, come evitare il turnover che riguarda le imprese in generale e nello specifico, le agenzie di comunicazione e le aziende di software. La fidelizzazione dei dipendenti è uno degli obiettivi che le imprese più attente alla gestione delle risorse umane vogliono raggiungere.

Come fare? Parliamone.

La fidelizzazione dei dipendenti: come e cosa fare?

I lavoratori sono più selettivi e prediligono ambienti di lavoro green e sostenibili, aziende che sappiano valorizzare la persona mediante l’offerta di percorsi di effettiva formazione e crescita professionale, l’accesso a piani welfare, il lavoro agile (smart working o persino remote working), il riconoscimento di premi legati ad obiettivi o alla produttività aziendale, ecc.

Attrarre e trattenere le figure più talentuose e una buona proposta economica in fase assuntiva spesso non basta. L’esigenza di rafforzare il legame di fiducia tra agenzia e singolo lavoratore è, dunque, sempre presente ed attuale.

Quali misure per fidelizzare i dipendenti di un’agenzia di comunicazione?

Ci siamo già occupate di alcune misure che possono migliorare la soddisfazione del personale.

Abbiamo parlato di welfare, di patto di retention, di smart working.

Oggi vogliamo soffermarci su uno strumento particolare: l’equity compensation.

Cosa significa equity compensation?

L’equity compensation è la partecipazione finanziaria dei lavoratori. In termini semplici, una forma di retribuzione.

Sì, perché l’art. 2099, terzo comma del codice civile ammette la possibilità di retribuire il lavoratore anche con partecipazione agli utili dell’impresa, con provvigione o con altre prestazioni in natura.

Si può, così, aggiungere alla retribuzione mensile, l’assegnazione di azioni emesse dalla datrice di lavoro o da società dello stesso gruppo.

In questo modo:

  • il lavoratore partecipa ai profitti dell’azienda ossia alla stessa ricchezza che è stata creata con il lavoro ed il know how dell’intero personale. Si sente, così, più coinvolto nell’attività e sviluppa un maggior senso di appartenenza all’impresa in cui opera
  • l’agenzia ha la possibilità di collegare una parte del costo del lavoro al rendimento aziendale e di aumentare la motivazione del personale.

E dunque, un win-win.

Come costruire la partecipazione agli utili dei lavoratori di una media company?

L’agenzia può valutare di ricorrere alla partecipazione finanziaria dei propri dipendenti a titolo oneroso o a titolo gratuito e con diverse modalità.

Ecco i modi:

  1. Assegnare azioni a singoli lavoratori: si può introdurre un trattamento di miglior favore e concedere le azioni come benefit individuale
  2. Assegnare le azioni a categorie di dipendenti, come quelli in possesso di specifiche professionalità;
  3. Dare azioni alla generalità dei dipendenti.

A ciascuna modalità corrisponde un diverso trattamento fiscale e previdenziale.

Il nostro ordinamento, infatti, prevede dei regimi di particolare favore, con esoneri dall’imponibilità a seconda del tipo di assegnazione, della platea dei destinatari e delle condizioni di attuazione.

Fare una policy di incentivazione dei propri dipendenti

Dopo aver deciso che questa equity compensation la vogliamo fare, bisogna metterla in campo: dobbiamo quindi definire la parte formale, di documentazione.

Per strutturare la propria policy di remunerazione ed incentivazione del personale, bisognerà mettere a punto:

  1. o un piano di azionariato (se si pensa di rivolgersi a tutti i dipendenti o ad una parte di essi) 
  2. o una comunicazione individuale (se si pensa di rivolgersi a singoli lavoratori)

Si tratta di un documento nel quale spiegare ai destinatari le opportunità che hanno a disposizione e la vision dell’agenzia, indicando poi le regole operative di adesione, le condizioni da osservare e i benefici fiscali e contributivi.

Possiamo aiutarti a costruire la tua policy di equity compensation, anche in legal design.

Esempi di equity compensation

Vogliamo darti alcuni spunti per iniziare a pensare a come costruire la tua procedura di equity compensation.

Con l’equity compensation puoi:

  1. riservare il diritto di opzione per l’acquisto di azioni, stabilendo un prezzo fisso ed un termine entro cui l’opzione di acquisto può essere esercitata (c.d. stock options). Il benefit è legato all’esclusione dall’imponibile contributivo della differenza tra il valore delle azioni al momento dell’esercizio dell’opzione ed il prezzo fisso pagato dal dipendente
  2. prevedere l’assegnazione a titolo gratuito di azioni al raggiungimento di un determinato risultato aziendale prefissato, prevedendo un periodo minimo decorso il quale i dipendenti maturano il diritto di ricevere le azioni (c.d. vesting period) e la necessaria permanenza in servizio dei dipendenti alla scadenza di tale periodo oltre che un tempo minimo per la cessione delle azioni assegnate
  3. prevedere la possibilità di corrispondere in denaro il controvalore delle azioni (pur non accedendo a benefit previdenziali)

Ci siamo, basta che clicchi sul bottone qui sotto per saperne di più. Siamo super smart, possiamo fissarci un incontro online in cui rispondiamo ai tuoi quesiti, anche tecnici, sul tema.

Come raccontare e invogliare i dipendenti?

Ovviamente, i dipendenti sono i diretti interessati e devono quindi comprendere bene, cos’è l’equity compensation, perchè può essere un vantaggio per loro e come possono “fidarsi” della proposta dell’azienda.

Tutte le attività che ti abbiamo descritto non possono essere svolte in autonomia ma serve un supporto legale che possa accompagnarti nel definire la strategia, verificare la parte fiscale e contributiva e approntare la documentazione necessaria. Ma il nostro ruolo è anche di formatori, possiamo quindi aiutarti a raccontare nel modo corretto al tuo personale.

Quest’ultimo aspetto è, in realtà, essenziale.

Quando si parla di equity compensation, i concetti sono particolarmente tecnici (azioni, stock options, vesting period, ecc.) e difficili da comprendere per i non addetti ai lavori. La sfida diventa quella di rendere semplice, chiaro ed accessibile il piano aziendale affinché il personale comprenda, aderisca e si senta effettivamente coinvolto e fidelizzato.

Sai dove trovarci, a noi la chiarezza piace molto.

Foto di Austin Distel su Unsplash

Strumenti per tutelare il tuo progetto creativo: la protezione dei format, dei workshop e dei metodi

Mi è capitato di fornire consulenza legale ad alcune persone molto creative e con idee innovative che hanno sviluppato, in settori diversi, dei format: workshop e seminari di formazione, metodi di lavoro o manifesti, canovacci di podcast. Con quali strumenti proteggere la creatività?

Se sei una creativa certamente ti risuona perchè avrai ideato, progettato e sviluppato qualcosa e ti sarai chiesta se puoi tutelarla e come. Premesso che l’analisi va compiuta sempre, sempre, nel caso concreto, voglio fornirti alcune linee guida per impostare, sin dall’inizio, un impianto di tutela.

Le idee non sono tutelate dal diritto d’autore

Le idee non sono tutelate dal diritto d’autore: è necessario dare una forma creativa e originale all’idea, così come imposto dalla legge a protezione del diritto d’autore.

E infatti, l’articolo 1 della legge a protezione del diritto d’autore ci dice che “Sono protette ai sensi di questa legge le opere dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro ed alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione”.  

Dai una forma al tuo progetto creativo

È quindi fondamentale passare dall’idea alla forma. Anche se lo scambio delle informazioni per lo sviluppo del progetto, può comunque essere protetto come riservato attraverso altri strumenti.

La forma che dai alla tua idea è collegata al concetto di opera. Possiamo infatti distinguere tre componenti (idea, forma e supporto materiale).

    Come tutelare il format

    Le opere che possono essere tutelate dal diritto d’autore in automatico, sono indicate all’art 2 della legge a protezione del diritto d’autore. Ma questo non significa che altre opere non possano essere protette ed il format è una di queste.

    Di fatto quindi, perchè un progetto (un format) sia esso un workshop, un metodo, uno strumento possa essere tutelato dal diritto d’autore bisogna verificare se nel concreto ci sono tutti i requisiti:

    • quelli richiesti dalla legge a protezione del diritto d’autore (creatività, novità, ecc)
    • quelli richiesti dalla definizione di format (struttura narrativa, sceneggiatura, ecc)

    La definizione di format come opera creativa

    Il format, nella definizione comune è considerato uno “schema di base che individua i principali tratti caratteristici di una trasmissione televisiva o più spesso di un’intera serie di trasmissioni tra loro variamente coordinate” e più nello specifico (dalla SIAE) “un’opera dell’ingegno avente struttura originale esplicativa di uno spettacolo e compiuta nell’articolazione delle sue fasi sequenziali e tematiche, idonea ad essere rappresentata in un’azione radiotelevisiva o teatrale, immediatamente o attraverso interventi di adattamento o elaborazione o di trasposizione anche in vista della creazione di multipli”..

    Tipi di format secondo me per la tua idea creativa

    Sulla base di quanto sopra quindi, il tuo progetto creativo può essere un format, ad esempio:

    • se si tratta di un podcast (riprendendo dal format televisivo tradizionale) in cui ripeti una struttura di base ben definita, una sceneggiatura
    • se si tratta di un workshop in cui anche qui ripeti uno schema di lavoro, ci sono delle scene e dei personaggi;
    • se si tratta di un metodo tradotto in un manifesto, un programma di formazione;

    Strumenti per proteggere il tuo lavoro: il copyright

    Ti anticipo che non è semplice che un progetto sia un format e che il format sia un’opera creativa. Voglio però anticiparti che, se riusciamo ad impostarlo in questo senso, la protezione può essere anche molto ampia e quindi puoi tranquillizzarti sul fatto che non te la copieranno facilmente.

    Alcuni strumenti possono essere, in base al tipo di format:

    • la registrazione del naming come marchio d’impresa;
    • il deposito alla SIAE della struttura narrativa
    • la divulgazione del contenuto in una forma espressiva tradizionale;

    Questi sono solo alcuni a titolo di esempio. Se però vuoi condividermi, in via riservata (ho l’obbligo professionale e deontologico!), la tua idea, possiamo valutare insieme quali e quanti possono essere gli strumenti di tutela che possiamo attivare.

    5 domande per iniziare a proteggere la tua creatività

    Come sempre, voglio darti degli strumenti operativi per iniziare a lavorare in autonomia e impostare sin da subito il percorso a tutela del tuo lavoro creativo. Ecco quindi come iniziare a proteggere il tuo progetto innovativo e originale.

    1. Qual è il titolo?
    2. Come lo descrivi in modo oggettivo ?
    3. Hai tratto ispirazione da qualche format già esistente?
    4. Ci sono degli elementi replicabili? C’è un canovaccio e una struttura standard?
    5. Ci sono delle parti non definite, lasciate al caso che possono essere limitate?

    La fase successiva è quella di avere un progetto molto più definito per valutare se può essere configurato un’opera ai sensi della legge a protezione del diritto d’autore e come quindi può essere tutelata sotto più profili.

    Foto di Alexandr Ivanov da Pixabay

    Cosa sapere della cessione di ramo d’azienda nelle agenzie di comunicazione e nelle software house: i profili caratteristici

    Nell’ultimo periodo mi sono trovata ad assistere a varie trasformazioni aziendali nelle agenzie di comunicazione. In questo articolo voglio condividerti i punti fondamentali per una cessione corretta che consideri gli aspetti caratteristici delle aziende creative e digitali.

    Voglio prendere in considerazione un caso concreto, ovvero la cessione del “ramo e-commerce” di un’agenzia di comunicazione, cedente, ad una software house, cessionaria, con un contratto di cessione di ramo d’azienda appunto.

    Chiaramente, quello che ti racconto, può trovare applicazione anche nel caso inverso, oppure per una cessione di un ramo di una software house ad un’impresa digitale, oppure ancora nel caso di un’azienda che lavora, solo in parte online che decida di dividere parte online e parte offline in due entità giuridiche diverse.

    Puoi raccontarci il tuo caso concreto così da valutare come possiamo darti supporto dalla negoziazione alla cessione all’incasso del pagamento.

    Cosa significa cedere un ramo d’azienda?

    Partiamo dai concetti fondamentali di azienda, di ramo d’azienda e di cessione, per vedere poi come si applicano alla cessione del ramo e-commerce da un’agenzia di comunicazione ad una software house, nel nostro esempio.

    In breve:

    • l’azienda è il complesso dei beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa. Ce lo dice il codice civile, all’art 2555. L’azienda è composta da beni materiali (immobili come ad esempio l’ufficio o mobili come ad esempio le attrezzature e i computer), beni immateriali (come ad esempio i marchi identificativi dello specifico ramo che si intende cedere), rapporti giuridici (con dipendenti e collaboratori), contratti, crediti, debiti;
    • il ramo d’azienda è invece una parte dell’azienda chiaramente, intesa come un’articolazione funzionalmente autonoma dell’attività, che viene (e deve essere) ben identificata al momento del suo trasferimento (ce lo racconta l’art 2112 c.c.);
    • cedere un’azienda significa quindi trasferire la titolarità dell’attività da un soggetto ad un altro;

    Il trasferimento può essere chiaramente gestito anche con altre modalità (fusione per incorporazione ad esempio) o anticipato con altri accordi (ad esempio affitto di ramo d’azienda). Ancora prima, può essere anticipata dalla creazione di uno spin-off, con l’obiettivo poi di essere trasferito con queste modalità.

    Attenzione, sembra una banalità ma la cessione di un ramo d’azienda non deve essere confusa con il trasferimento di singoli beni (software, hardware, beni strumentali, ecc). In questo caso, il trasferimento può essere temporaneo, con un contratto di licenza d’uso software o di noleggio hardware, oppure definitivo, con la vendita di un prodotto. Ma è una cosa molto diversa a livello giuridico.

    La cessione del ramo e-commerce di un’agenzia di comunicazione

    Applicando i concetti fondamentali al caso concreto, possiamo quindi dire che: un’agenzia di comunicazione in fase di sviluppo del business, può ideare, progettare, sviluppare e poi cedere una porzione dedicata ai siti internet e e-commerce.

    La porzione viene progettata con dipendenti dedicati, sviluppata attraverso rapporti giuridici con fornitori (software house o freelance web developer) e con clienti (mediante contratti di sviluppo siti internet) e diventa una fetta importante del business.

    Il ramo d’azienda nasce quando la porzione diventa autonoma a livello di valore, operativo, funzionale. L’agenzia di comunicazione, a seguito di valutazioni interne decide di cedere il ramo ad altra impresa già esistente, magari una software house che acquista il ramo e lo incrementa ulteriormente.

    Questo, di conseguenza significa che il ramo d’azienda e-commerce può essere costituito da:

    • attrezzature dedicate allo sviluppo di siti internet (computer), software e abbonamenti (hosting, backup, ecc);
    • rapporti di lavoro con dipendenti assunti per la loro specializzazione in ambito sviluppo web e dedicati totalmente all’e-commerce, sia esso sviluppato con shopify in abbonamento o con software ad hoc;
    • rapporti con fornitori, appalti e subappalti compresi, con software house strutturate o freelance web developer;
    • rapporti contrattuali con clienti che richiedono lo sviluppo di un sito internet, la gestione di un-ecommerce, la gestione dell’hosting;
    • informazioni, contenuti creativi, strategie di comunicazione e di fatto tutto quello che è informazione confidenziale, segreto aziendale;
    • dati personali, data retention policy e in generale l’impianto privacy (l’agenzia di comunicazione è responsabile del trattamento ma quando gestisce in backend informazioni aziendali può diventare amministratore di sistema);

    Passiamo quindi alle fasi operative che riguardano la cessione di un’azienda, quando si tratta di un’attività creativa e/o nel digitale.

    Fase preliminare: l’organizzazione è fondamentale

    Prima ancora di pensare di cedere un ramo d’azienda, è fondamentale quantificare economicamente il valore dell’azienda. Si tratta di eseguire una perizia, una valutazione economica che tenga in considerazione tutti gli elementi che compongono il ramo d’azienda, avviamento compreso.

    Per quantificare il valore, bisogna avere ben chiaro il cosa si cede e molto spesso, c’è un pò di disorganizzazione, anche a livello legale ed è necessario un intervento come dipartimento legale esterno dell’agenzia.

    Partiamo da alcuni quesiti:

    • Come vengono gestiti i rapporti contrattuali con i clienti?
    • Il preventivo è impostato in modo ordinato? I profili di pagamento sono chiari, le modifiche sono limitate e i servizi accessori ben definiti?
    • I contratti sono chiari, ordinati, conservati, firmati e rispettati?

    Questa è la ragione per la quale suggerisco alle agenzie di dotarsi di un legal desk che accompagni l’azienda daybyday nel mantenere ordinati e aggiornati documenti, procedure e attività. Il dipartimento legale esterno può diventare molto utile, anche per il periodo di tempo limitato che coinvolge le trattative del trasferimento aziendale.

    I negoziati: trasparenza e chiarezza

    Io sono per essere trasparente e chiara sin da subito, per evitare di spendere tempo ed energie in trattative inutili. La fase di negoziazione per arrivare alla firma diventa fondamentale.

    Ecco alcuni accorgimenti per gestire in modo corretto i negoziati.

    Sei già dentro una cessione di ramo d’azienda e vuoi evitare problematiche oppure hai già compiuto l’operazione che però non sta proseguendo in modo lineare?

    Gli aspetti contrattuali e legali della cessione di un’impresa culturale o creativa

    Ci sono alcuni aspetti fondamentali che maggiormente interessano le imprese creative che quindi non hanno beni immobili e mobili registrati di particolare rilevanza economica ma hanno un know how da identificare e proteggere.

    E quindi:

    1. I contratti con i clienti: mi riferisco ai contratti di manutenzione continuativa sito internet o di popolamento periodico e-commerce oppure i contratti relativi ad attività non ancora completate come ad esempio lo sviluppo di un e-commerce; è fondamentale identificare la fase di lavoro, per pagamenti, rischi e responsabilità;
    2. La tutela del know how e dunque le informazioni c.d. confidenziali: è fondamentale identificare ciò che viene ceduto e quello che deve esser e protetto;
    3. La proprietà intellettuale di tutto quanto realizzato, ad esempio alcuni plugin e quindi codice sorgente viene trasferito? Con quali modalità?
    4. Altre attività che potrebbero coinvolgere il ramo d’azienda come acquisito e che potrebbero diventare in concorrenza: ci sono dei divieti?
    5. Gestione dei dati personali e del ruolo dell’agenzia come responsabile del trattamento; si tratta di un’attività delicata;

    Ci sono poi chiaramente i profili generali, che riguardano qualsiasi tipo di cessione, ad esempio i dipendenti. Ci occupiamo anche dei profili giuslavoristici delle agenzie di comunicazione e delle software house, puoi approfondire il servizio di consulenza legale per i rapporti di lavoro, qui.

    Quali sono i rischi e pericoli nella cessione di un ramo di agenzia di comunicazione?

    Avere un’organizzazione chiara, seguire dei negoziati trasparenti e impostare in modo corretto il contratto di cessione di ramo d’azienda, non è sufficiente: durante la fase esecutiva bisogna fare estrema attenzione anche ad altri profili.

    Ecco i tre profili di maggior rischio che riguardano, dal punto di vista operativo, il trasferimento di un ramo d’azienda da un’agenzia di comunicazione.

    1. assicurare e mantenere la continuità nell’operatività da parte di entrambe le imprese e del ramo oggetto di cessione;
    2. gestione corretta della migrazione dei dati ed informazioni, per evitare data breach e divulgazione non autorizzata di informazioni segrete;
    3. trasferimento dei rapporti di lavoro dipendente e i contratti in essere con i clienti, affinché non si causino inadempimenti, ritardi, responsabilità in generale;

    Suggerisco in ogni caso di prevedere, già a livello di contratto di cessione di ramo d’azienda dell’agenzia di comunicazione: un periodo di assistenza nella migrazione e un’assistenza successiva quantificata economicamente, per fornire supporto necessario ad assicurare la sedimentazione del trasferimento dell’azienda.

    Se stai pensando di cedere il ramo d’azienda della tua agenzia di comunicazione o un’azienda ti ha espresso questa intenzione, ti suggeriamo di valutare bene tutti i profili legati al business e ai profili giuridici. Puoi partire da questo articolo e poi scriverci per una consulenza legale specialistica in materia.

    Foto di Albrecht Fietz da Pixabay

    Quali responsabilità per amministratori di un’agenzia di comunicazione benefit?

    Diventare società benefit e lavorare per il beneficio comune non può essere un trend o un obiettivo di marketing. Ecco i rischi reali che possono riguardare un’azienda che diventa benefit per etichetta.

    Fornisco supporto reale alle agenzie di comunicazione, aziende nel digitale e software house che desiderano diventare società benefit e le accompagno nell’attuazione degli obiettivi. Tuttavia, prima di tutto, il mio ruolo è quello formare gli amministratori ed informare l’azienda dei rischi e delle responsabilità conseguenti a questa scelta. Diventare benefit quindi non per trend, per moda, per marketing, ma per una scelta intenzionale e di lunga durata.

    In questo articolo voglio condividerti alcune informazioni di base relative alla responsabilità degli amministratori. Dopodiché, anche tu, puoi fissare un momento formativo interno per valutare di intraprendere il percorso per diventare società benefit.

    La legge: solo i punti fondamentali

    In questo articolo ti parlo esclusivamente delle responsabilità degli amministratori, dando per scontato che tu abbia già conoscenza di cos’è una società benefit, qual è il percorso per diventarlo e quali sono i profili di marketing e comunicazione da annotare.

    E quindi, la legge, in sintesi ci dice:

    • Gli amministratori devono gestire l’azienda (agenzia di comunicazione o software house nel nostro) in modo da bilanciare gli interessi dei soci con il beneficio comune;
    • Gli amministratori che non rispettano la regola sono responsabili

    Quali sono gli obblighi degli amministratori delle agenzie di comunicazione benefit?

    Il principio che deve ispirare gli amministratori è quello del benefit judgment rule, che in sintesi impone di orientare le decisioni nel bilanciamento tra scopo profit e beneficio comune. Ecco quindi i principali obblighi degli amministratori.

    1) Regola n. 1: Il bilanciamento

    Gli amministratori si devono impegnare a gestire l’agenzia di comunicazione nella logica del bilanciamento tra gli obiettivi di beneficio comune e gli interessi patrimoniali dei soci.

    Va da se che gli amministratori devono conoscere gli obiettivi e devono essere adeguatamente formati.

    2) Regola n. 2: La redazione della relazione d’impatto

    Gli amministratori devono redigere una relazione d’impatto con la relativa valutazione che dovrà essere poi messa a conoscenza all’esterno.

    Non è detto che gli amministratori siano in grado di elaborare il documento in via autonoma, anzi è bene farsi assistere da un professionista che possa fornire gli indici di valutazione.

    3) Regola n. 3: Documenti e procedure

    Gli amministratori devono presidiare alle corrette modifiche allo statuto, alla nomina di un responsabile d’impatto e all’elaborazione delle procedure per il concreto perseguimento delle finalità benefit.

    Anche qui, potrebbe essere ragionevole appoggiarsi ad uno studio legale che possa fornire adeguato supporto. Noi ci occupiamo di fornire consulenza legale per aziende che vogliono diventare società benefit.

    La responsabilità degli amministratori delle società benefit

    Se l’amministratore non persegue il beneficio comune accanto a quello di lucro, è responsabile. Ma attenzione: il socio non può agire contro l’amministratore che ha messo in atto strategie per il perseguimenti del beneficio comune invece che la massimizzazione del profitto.

    In generale, le responsabilità possono riguardare i seguenti profili.

    1) Danni alla reputazione all’azienda: il rischio più temuto

    Questo è probabilmente il profilo più importante: un’azienda che diventa benefit ma che non mette in atto le azioni per il perseguimento degli obiettivi o che agisce in modo sbagliato, perde di credibilità verso i consumatori.

    Il danno all’immagine e alla reputazione della società benefit causato dagli amministratori è probabilmente il più semplice da dimostrare tra quelli qui indicati: perdita delle occasioni di guadagno, risoluzione di partnership, recensioni dei consumatori, interventi dei media, ecc.

    2) Scontri con i soci e gli azionisti: i conflitti interni

    I conflitti interni sono difficili da gestire: i soci potrebbero eccepire agli amministratori di non star perseguendo gli obiettivi di beneficio comune oppure, al contrario, di star lavorando solo per questo ma non per massimizzare gli utili.

    In questi casi, sono gli amministratori che dovranno dimostrare una corretta gestione dell’azienda e quindi un bilanciamento tra i diversi interessi.

    3) La violazione degli obblighi dell’amministratore: un ruolo importante

    Se invece, semplicemente, l’amministratore non si impegna nello svolgere in modo corretto l’incarico, potrà essere responsabile sotto più profili, civile, ma nei casi più gravi, penale.

    L’amministratore dovrà quindi dimostrare di esserti attivato per svolgere le azioni indicate nella relazione d’impatto o giustificare in modo ragionevole le cause del mancato raggiungimento degli obiettivi.

    Come evitare rischi e responsabilità dell’azienda e degli amministratori?

    Ecco tre modi per eliminare o comunque limitare i rischi delle responsabilità degli amministratori di agenzie di comunicazione o software house benefit.

    Ciò detto, ti suggeriamo di partire dalle intenzioni che conducono l’azienda di cui sei amministratore, a diventare società benefit. E poi, noi siamo disponibili a fornirti il supporto completo nel percorso di evoluzione.

    Foto di Pexels da Pixabay

    Reverse mentoring in azienda: la gestione dei rapporti di lavoro dipendente

    Il reverse mentoring è una pratica innovativa che può essere adottata da un’impresa creativa che rovescia la logica tradizionale del mentorship: come gestirlo a livello di contratto di lavoro?

    Cos’è, giuridicamente, il reverse mentoring

    Il reverse mentoring non è un istituto giuridico riconosciuto e non è previsto nei contratti collettivi nazionali.

    La risorsa junior, in ragione alla sensibilità, all’approccio alla tecnologia, alla conoscenza delle tendenze del mercato, su incarico dell’azienda, insegna alle risorse senior che acquisiscono competenze. Se quindi c’era il pericolo di dispersione del know how tra i lavoratori dipendenti a causa del turnover, in questo caso potrebbe esserci un rovesciamento di approccio.

    Diventa quindi fondamentale inquadrare giuridicamente la vicenda per poi valutare se e come modificare il contratto di lavoro dipendente e valutare la posizione del lavoratore dipendente junior rispetto all’azienda.

    Il reverse mentoring nel contratto di lavoro dipendente

    Il reverse mentoring potrbebe essere integrato all’interno del contratto di lavoro dipendente e diventare quindi un appuntamento fisso per l’incremento della cultura aziendale e non solo un’iniziativa temporanea.

    Questo significa formalizzare il processo di reverse mentoring, il ruolo delle persone che partecipano al programma di incremento delle competenze, definire nel concreto il programma ed eventualmente misurare i risultati e le aspettative.

    Prevedere un programma di reverse mentoring, può:

    • attrarre nuovi talenti e limitare il tournover grazie alla modello di gestione innovativo;
    • contribuire in modo attivo e dall’interno alla crescita dell’azienda: questo aumenta il valore dell’azienda stessa anche in termini di distintività, professionalità e attenzione verso il cliente;

    In linea concreta, questo significa:

    1. Programmazione: descrivere all’interno del contratto di lavoro il programma di mentorship, con durata e obiettivi;
    2. Incentivi: prevedere dei riconoscimenti a chi partecipa attivamente ai programmi;
    3. Formazione: agevolare i junior con programmi formativi utili per la gestione della condivisione in qualità di docente;

    Reverse mentoring e società benefit

    La società benefit è un modello ibrido di impresa che ha un duplice scopo: oltre a quello del profitto, c’è anche un beneficio comune che riguarda tutti, persone, dipendenti, fornitori, clienti, comunità territoriali, capitale umano. In questo caso, parliamo di dipendenti.

    Il concetto di benefit è legato al tema della sostenibilità, che è un equilibrio tra sostenibilità sociale, economica e di governance. In questo caso, parliamo di governance.

    Parlare quindi di società benefit e di sostenibilità di governance in questo ambito significa inserire il reverse mentoring come un obiettivo di sostenibilità di governance, visto che favorisce una gestione aziendale più inclusiva e aperta. Di fatto, integrare il contratto di lavoro con questa pratica dimostra l’impegno dell’azienda verso una governance partecipativa.

    Abbiamo parlato di come diventare società benefit in un articolo dedicato, ma puoi trovare altri approfondimenti, trattandosi di un tema a cui stiamo prestando da tempo particolare attenzione.

    Come inserire il reverse mentoring tra gli obiettivi di sostenibilità?

    Per integrare il reverse mentoring tra gli obiettivi di sostenibilità di governance e quindi nell’ambito della valutazione d’impatto della tua società benefit, ti suggerisco di prevedere tre fasi.

    1) Identificazione dell’obiettivo di sostenibilità

    La prima fase richiede che l’azienda identifichi gli obiettivi di sostenibilità di governance e decida di inserire il reverse mentoring all’interno di questo profilo. In questo senso, si va ad integrare la strategia aziendale, mettendo in evidenza l’impatto sui processi decisionali, sulla cultura aziendale, sull’incremento del valore interno.

    2) Creazione di un indicatore d’impatto

    La seconda fase impone di sviluppare degli indicatori per poi valutare effettivamente il raggiungimento dell’obiettivo. Alcuni possono essere:

    • Ruoli dei partecipanti: chi sono i soggetti, senior e junior, coinvolti nel programma e perchè?
    • Sviluppo delle competenze: quali sono le competenze da acquisire e come svolgere gli esami?
    • Impatto sulle decisioni: come le decisioni aziendali vengono influenzate da queste pratiche innovative?

    3) Riportare il risultato nel Report di Sostenibilità

    Da ultimo, gli obiettivi, le azioni e i risultati vanno inseriti nel report annuale di sostenibilità che viene pubblicato all’interno del sito internet dell’azienda per rendicontare le attività e per riportare all’esterno le pratiche adottate.

    Foto di Sam Balye su Unsplash

    Linee guida pratica per chi fa o vuole diventare influencer

    Torniamo a parlare di influencer vista la crescente importanza, sotto il profilo giuridico, nel corso di questo 2024. Ci mettiamo dalla parte di te che crei contenuti e che devi rispettare alcune regole che ti riportiamo in modo pratico e come linea guida da

    Abbiamo già dedicato alcuni articoli sul tema (su come, ad esempio, impostare il contratto per influencer ambassador o content creator o individuare bene il servizio di influencer marketing) ma ti invitiamo anche ad iscriverti alla newsletter per rimanere aggiornata e aggiornato sugli interventi normativi e regolamentari più recenti. È questo infatti il canale informativo più aggiornato.

    I tipi di influencer nel 2024: tu chi sei?

    L’influencer è una figura reale o virtuale che crea, produce/seleziona, pubblica online tramite piattaforme per la condivisione di video e social media dei contenuti.

    L’influencer ha la responsabilità editoriale dei contenuti e svolge un’attività assimilabile a quella dei fornitori di servizi di media audiovisivi (TV).

    Nel 2024, la persona che pubblica contenuti per finalità promozionali può essere un influencer professionista, un soggetto meno strutturato, un agente di commercio o un professionista autonomo. Senza contare, ovviamente che l’influencer può essere una figura virtuale creata da un’agenzia di comunicazione o dall’azienda stessa.

    A) Influencer professionale

    Attenzione ti aiuto ad identificare la distinzione tra influencer professionale e meno strutturato, sulla base di com’è oggi, ma non è detto che venga confermata, anzi, probabilmente verrà modificata.

    In ogni caso, sei un influencer professionale quando:

    • hai 1 milione di follower come somma nelle piattaforme in cui operano;
    • superi almeno su una piattaforma o social media un valore di engagement rate medio negli ultimi 6 mesi pari o superiore al 2%;

    Se rientri in questa categoria hai alcune regole più stringenti da osservare, ad esempio il fatto di “garantire la presentazione veritiera dei fatti e degli avvenimenti e a verificare la correttezza e l’obiettività delle informazioni anche attraverso la menzione delle fonti utilizzate, nonché a porre in essere azioni di contrasto alla disinformazione online

    B) Micro-influencer o content creator “meno strutturato”

    Questo non significa che se non raggiungi la soglia allora non hai obblighi di rispetto delle normative.

    In generale, gli obblighi discendono dalle varie normative di riferimento, anche con riguardo ai destinatari della pubblicità e ai prodotti oggetto di promozione. Dovrai ad esempio osservare: principi di trasparenza e della correttezza dell’informazione, la disciplina in materia di tutela dei minori e dei diritti fondamentali della persona, le disposizioni in materia di comunicazioni commerciali e di product placement.

    C) Influencer come agente di commercio

    L’influencer diventa un agente di commercio quando di fatto, assume l’incarico, in modo stabile, di promuovere, dietro retribuzione, gli acquisti in una zona determinata per conto dell’azienda cliente.

    Ne abbiamo parlato in modo approfondito, anche richiamando la recente pronuncia del Tribunale, in un articolo dedicato al tema, ma qui ti vogliamo riportare in sintesi i punti fondamentali da annotarti.

    L’influencer può essere qualificato come agente di commercio dando rilievo a questi elementi: 

    • La “zona determinata” non è essenziale è tutto il web;
    • La modalità con cui “promuovere la conclusione di contratti” può essere qualsiasi. Infatti, il significato è che il ruolo dell’influencer è quello di influenzare i follower ossia far diventare i follower clienti e quindi promuovere la vendita.
    •  La stabilità dell’incarico ossia la durata è importante. Se c’è un compenso fisso per un certo periodo di tempo, significa stabilità;
    • Il fatto che la persona svolga attività anche per altri è rilevante. Significa che svolge attività professionalmente e quindi che non è occasionale (come ad esempio il procacciatore)
    • La presenza dell’esclusiva, non rileva;

    ⚠️ Attenzione, quando c’è un codice sconto che l’influencer fornisce nelle stories di Instagram, da cui percepisce una percentuale sulle vendite, ecco, quello è connesso al concetto di “promuovere la conclusione di contratti” e quindi al compenso percentuale e quindi alla figura dell’agente di commercio.

    D) Influencer come lavoratore autonomo professionista freelance

    In tutti gli altri casi, l’influencer rimane un lavoratore autonomo, al pari di un grafico, di uno sviluppatore web e il tutto viene gestito con un contratto per influencer che vada a regolamentare in modo adeguato il servizio di influencer marketing.

    Gli elementi importanti che devono essere presenti sono quindi, a contrario:

    • Non c’è un vincolo stabile. Ad esempio, si occupa di promuovere un singolo evento o un lancio di un prodotto;
    • Non c’è l’obiettivo di promuovere le vendite. O meglio, è insito nella figura ma non l’impegno riguarda il fatto di pubblicizzare i prodotti, senza vincoli di risultato e senza percentuali in caso di vendite tramite codici sconto;
    • Non c’è un compenso fisso annuo e mensile e un ulteriore compenso percentuale. Per come lo vedo io di solito, o è un compenso unico (magari diviso in acconto-acconto-saldo) oppure è in canoni per un certo periodo di tempo, ma poi si chiude (6 mesi – 12 mesi).

    Linee guida da rispettare: ti scrivo cosa devi fare

    Sulla base delle linee guida e regolamenti pubblicati e condivisi, ci sono alcuni aspetti che ti invito a rispettare. Non sono tutti e sono quelli più concreti, ma come ti dicevo, dipende anche da come qualificare la tua figura.

    • non pubblicare contenuti che possono contenere istigazione o provocazione a commettere reati ovvero apologia degli stessi;
    • rispetta la dignità umana e non pubblicare contenuti o espressioni suscettibili di diffondere, incitare, propagandare oppure giustificare, minimizzare o in altro modolegittimare la violenza, l’odio o la discriminazione e offendere la dignità umana;
    • rispetta le norme in tema di tutela dei minori non pubblicando contenuti nocivi allo sviluppo fisico, psichico o morale dei minori e adottando meccanismi di segnalazione conformi alle normative; 
    • utilizza nel testo che accompagna il contenuto, o in sovrimpressione all’interno del contenuto medesimo, una scritta che evidenzi la natura pubblicitaria del contenuto in modo immediatamente riconoscibile;
    • presenta i fatti e gli avvenimenti in modo veritiero e verifica la correttezza delle informazioni anche menzionando le fonti;
    • rispetta il diritto d’autore e non violare diritti di terzi;

    Attenzione alla pubblicazione: le regole da rispettare

    Parti dal presupposto che la comunicazione commerciale deve sempre essere riconoscibile come tale e che la pubblicità deve essere palese veritiera e corretta.

    La comunicazione commerciale diffusa attraverso internet, deve rendere manifesta la sua finalità promozionale attraverso idonei accorgimenti.

    Gli hashtag nei prodotti e nei brand

    Devi inserire in modo ben visibile nella parte iniziale del post o di altra comunicazione diffusa in rete una delle seguenti diciture.

    • “Pubblicità/Advertising”, o “Promosso da … brand/Promoted by … brand” o “Sponsorizzato da … brand/Sponsored by … brand”, o “in collaborazione con … brand/In partnership with … brand”; e/o nel caso di un post entro i primi tre hashtag, purché di immediata percezione, una delle seguenti diciture:
    • Pubblicità/#Advertising”, o “#Sponsorizzato da … brand/#Sponsored by … brand”, o “#ad” unitamente a “#brand”, “#adv” unitamente a “#brand”.

    Se si tratta di un invio di prodotti gratuiti, di un’attività occasionale, devi comunque indicare “prodotto inviato da … brand”, o equivalente.

    La regole sulle stories

    Se il contenuto è una “stories” e quindi a scadenza le diciture devi comunque inserirle in modo ben visibile sugli elementi visivi di ogni contenuto promozionale.

    YouTuber e influencer marketing

    Se quello che produci sono video devi indicare la natura commerciale affinché sia immediatamente percepibile. Ecco quindi cosa scrivere.

    • nella descrizione del video e nelle scene iniziali (a titolo esemplificativo: “brand presenta …”, oppure “in collaborazione con … brand”).
    • se si tratta di video in streaming queste avvertenze, anche verbali, devono essere ripetute nel corso della trasmissione.
    • se si tratta di un video occasionale (fatto in occasione dell’invio di prodotti gratuitamente o per un modico valore) devi indicare in apertura un disclaimer, verbale o scritto: “questo prodotto mi è stato inviato da …”, “prodotto inviato da …”.

      Self-analisi della propria professione di influencer

      Ti suggerisco di partire da una check-list per identificare la tua figura professionale: ci sarà utile per qualificare giuridicamente la tua attività e valutare qual è la documentazione contrattuale di cui dovrai dotarti nella gestione dei rapporti con le agenzie di comunicazione o in via diretta con le aziende.

      1. Quali sono le attività che svolgi per i clienti (promozione, creazione, pubblicazione, ecc)?
      2. Promuovi la vendita diretta di prodotti che ricevi?
      3. Utilizzi dei codici sconto? Come funzionano? Ricevi una percentuale dalle vendite?
      4. Lavori per più clienti o per un unico cliente?
      5. Sei titolare di partita iva?
      6. Come avviene il pagamento? C’è un fisso mensile?
      7. Lavori a spot (singolo evento / lancio di prodotto)?
      8. Lavori in modo continuativo (contratto di 6-12 mesi)?
      9. Come imposti attualmente le stories?
      10. Invii materiale destinato ad essere pubblicato nei profili dell’azienda cliente?

      Quando hai completato, anche mentalmente, il questionario, puoi chiederci un colloquio di consulenza così da aiutarti sia a definire in modo chiaro la tua figura, sia a gestire i rapporti con i tuoi clienti.

      Foto di Dennis da Pixabay

      I profili legali dell’employee brand advocacy nel contratto di lavoro dipendente

      Nell’employee brand advocacy il lavoratore dipendente diventa un ambasciatore del marchio dell’azienda: non sempre contribuisce a migliorare l’immagine dell’impresa. Ci sono delle implicazioni legali e contrattuali che devono essere preventivamente considerate anche con riguardo al contratto di lavoro dipendente.

      I profili legali dell’employee brand advocacy

      I profili legali da considerare sono vari, a partire dai più semplici.

      • da una parte c’è la tutela dell’immagine dell’azienda;
      • dall’altra c’è la protezione della libertà di espressione del lavoratore dipendente;

      La protezione dell’immagine dell’impresa richiede che il lavoratore non pubblichi contenuti diffamatori o che possono causare un danno alla reputazione dell’azienda.

      Il lavoratore è titolare del profilo presso il social network e deve tuttavia avere la possibilità di farne un uso personale, non essere limitato quindi nella propria forma di espressione, sopratutto durante il proprio tempo libero.

      La responsabilità civile e penale del dipendente come ambassador

      Qui non si parla di contratto di lavoro e quindi di eventuale responsabile contrattuale bensì di una responsabile civile extracontrattuale: protezione dei diritti fondamentali e della personalità, come il diritto alla libera espressione del pensiero, alla riservatezza, all’immagine (di entrambi).

      A ciò si aggiunge, nei casi più estremi, una responsabilità penale per dichiarazioni rese nei social network con l’intento di offendere la reputazione dell’azienda, ai sensi dell’art 585 c.p.

      Abbiamo parlato del tema ambassador e influencer in generale, non con riguardo ai rapporti di lavoro dipendente: può leggerci qui.

      La tutela dell’immagine dell’impresa nel contratto di lavoro dipendente

      Ci sono però altri obblighi e responsabilità, di natura contrattuale, che nascono dal contratto di lavoro. mi riferisco agli obblighi di lealtà, al rispetto degli impegni alla riservatezza, ecc.

      I lavoratori dipendenti sono chiamati a creare e pubblicare contenuti per migliorare l’immagine dell’azienda e/o attirare l’attenzione verso il brand ma di solito non sono assunti per svolgere esclusivamente questa attività, non sono quindi degli ambassador dipendenti.

      Vengono invece istruiti dai social media manager specialist e pubblicano contenuti, anche previamente approvati dall’agenzia di comunicazione a supporto. Oppure, ricevono delle linee guida a cui conformarsi nella condivisione di commenti e idee, soprattutto con riguardo ai social network tipicamente utilizzati per lavoro in cui è evidente l’azienda per la quale si svolge attività e il ruolo.

      Sotto questo profilo quindi, vengono in considerazione:

      • Obbligo di lealtà e di fedeltà: si tratta di obblighi tipici inseriti all’interno del contratto di lavoro che discendono dalla legge (“Il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio“)
      • Mansioni specifiche inserite nel contratto di lavoro: se l’azienda decide di investire in comunicazione, potrebbe optare per concordare una modifica alle mansioni ed integrare queste attività, bilanciando con quanto già esistente;
      • Clausole di riservatezza: è ovvio che il lavoratore, quando interagisce tramite i social network deve astenersi dal pubblicare contenuti confidenziali, segreti aziendali e dati per i quali deve essere garantito il massimo riserbo. Questo può essere oggetto di uno specifico accordo siglato con i lavoratori.

      Di recente la figura dell’influencer ha ricevuto l’attenzione degli organi che si occupano della gestione della pubblicità. Ti suggerisco di iscriverti alla nostra newsletter per rimanere aggiornata e aggiornata sul tema, che abbiamo condiviso con i nostri iscritti.

      Best practices per i dipendenti come ambassador dell’impresa

      A mio avviso, per impostare una corretta gestione dei dipendenti come ambassador dell’impresa, è utile partire dal definire delle procedure così da evitare, in via preventiva, problematiche. Visto che poi, la lesione dell’immagine dell’azienda è un fattore indubbiamente problematico per il business.

      1. Social media policy. Adottare un documento interno con cui i dipendenti vengono informati in modo completo delle modalità di utilizzo dei social network, una policy da trasmettere, diffondere e appendere nella bacheca aziendale. Abbiamo parlato di social media policy qui.
      2. Regolamento d’uso degli strumenti informatici. Fornire le istruzioni per un corretto utilizzo degli strumenti informatici, social network compresi, quando questi vengono utilizzati durante l’orario di lavoro come strumento di lavoro. Abbiamo trattato l’argomento qui.
      3. Formazione sulle implicazioni legali. Fornire un’adeguata ed aggiornata formazione, mediante un consulente legale specializzato in ambito diritto della comunicazione, che possa indicare le implicazioni legali, anche con riguardo al contratto di lavoro dipendente. Noi di Legal for Creatività svolgiamo incontri di formazione sul diritto della pubblicità, approfondendo i profili di maggiore rilevanza per il settore specifico.

      Ci occupiamo di consulenza legale per la corretta gestione dei rapporti di lavoro, sia nelle agenzie di comunicazione, sia nelle imprese, clienti delle agenzie. Puoi approfondire quello che facciamo cliccando qui e consideraci disponibili a conoscerci e valutare come possiamo lavorare insieme.

      Foto di Ian Schneider su Unsplash

      I profili legali della user experience: ecco le regole da rispettare

      Lavoriamo affiancando agenzie di comunicazione e software house e accade di confrontarsi sulla progettazione dell’interfaccia utente e fornire indicazioni sulla corretta struttura di siti internet e APP. Ecco alcune regole da tenere in mente in fase di sviluppo.

      Attenzione: come in tutti i casi di sviluppo, i profili legali della UX vanno considerati sin dalla progettazione (by design appunto) per evitare di dover intervenire e mettere mano ad un progetto già concluso in un secondo momento su richiesta del cliente.

      I profili legali della User Experience (UX)

      La progettazione dell’esperienza utente coinvolge vari profili legali. Il nostro compito è quello di analizzarli nel caso concreto e fornire le indicazioni corrette, senza tralasciare l’obiettivo fondamentale dell’azienda (vendere il prodotto o fornire il servizio).

      I profili legali più importanti sono:

      • La gestione dei dati personali dell’utente in fase di iscrizione, acquisto, registrazione;
      • L’accessibilità dell’utente lungo il precorso di navigazione all’interno della piattaforma;
      • La tutela del consumatore all’interno del sito internet, in fase di acquisto e successivamente all’inoltro dell’ordine;

      Voglio anche dirti che, il primo step è quello di realizzare un sito internet o una piattaforma conforme alla legge, il secondo è quello proteggere il lavoro creativo. Infatti, un sito internet, un’interfaccia grafica, delle singole icone, possono essere tutelate dal diritto d’autore, automaticamente, o possono essere protette come design industriale.

      User experience e protezione dei dati personali

      La progettazione di un sito internet, di un APP o di una piattaforma, deve considerare il trattamento dei dati personali fin dalla progettazione: l’acquisizione del dato tramite form, la conservazione del dato nel gestionale, la cancellazione automatica in caso di opt-out, l’archiviazione del dato non aggiornato, il trasferimento in caso di cessione di ramo d’azienda.

      I principi da osservare sono quelli imposti dal GDPR e dal Codice Privacy che poi si traducono in regole aziendali e in indicazioni di modifica dell’interfaccia della piattaforma.

      Tra i più importanti:

      • Il principio di minimizzazione ti impone di acquisire i dati effettivamente utili per le finalità indicate nella privacy policy, andando a limitare il trattamento a quanto necessario; questo si traduce, con riguardo alla UX, nell’impostare un CRM con i dati effettivamente utili per le finalità dell’azienda;
      • Il principio di liceità ci impone un trattamento corretto e trasparente; questo si traduce, nel prevedere i vari flag in modo conforme alla legge;
      • Il principio di responsabilizzazione, impone all’azienda tua cliente di essere in grado di provare il rispetto dei principi; si traduce nell’aver analizzato in modo corretto tutta l’impostazione e averla adeguata alla normativa.

      L’accessibilità nel design di un sito internet o interfaccia grafica

      Un profilo di crescente importanza, attualmente nella PA ma sempre più anche nel privato è l’accessibilità digitale delle piattaforme: il rispetto delle linee guida e la compilazione del manifesto dell’accessibilità dei siti internet.

      Le linee guida impongono in modo specifico le procedure: uso di testi alternativi per immagini, compatibilità con screen reader, navigazione tramite tastiera, ecc.

      La tutela del consumatore nell’esperienza utente

      È fondamentale che il sito internet rispetto la normativa a protezione del consumatore sia con riguardo al negozio online sia con riguardo alla pubblicità, il decreto e-commerce e le normative di settore.

      Alcuni esempi:

      • Le informazioni presenti nel footer e le indicazioni del titolare del sito internet;
      • La possibilità di memorizzare le informazioni necessarie per l’acquisto (termini e condizioni);
      • Il bottone di inoltro dell’ordine e la comunicazione d’ordine;

      Mi occupo spesso di formazione in ambito e-commerce e fornisco informazioni precise in merito ai profili legali dei siti internet e ti posso dire che le regole da rispettare sono molte, anche con riguardo al tema del copywriting e delle schede prodotto.

      Quale responsabilità all’agenzia di comunicazione nella User Experience?

      Da una parte, è importante conoscere la normativa applicabile e i profili legali della UX; dall’altra, è fondamentale regolamentare all’interno del contratto di servizi di comunicazione e di sviluppo sito internet, quali sono i limiti e le responsabilità dell’agenzia di comunicazione.

      Sotto questo secondo profilo, chiaramente, un’azienda che si rivolge ad un’agenzia per lo sviluppo di una piattaforma, non ha le conoscenze per comprendere tutti i profili legati all’accessibilità, al trattamento dei dati, all’impostazione dei bottoni di acquisto.

      È quindi l’agenzia che, anche attraverso il proprio consulente legale (noi ci siamo!) che dovrebbe formarsi adeguatamente per fornire un servizio altamente professionale.

      Foto di Pexels da Pixabay

      Il collettivo di artisti: tutela del copyright, contratti e responsabilità

      Il collettivo di artisti è un gruppo di professionisti creativi che lavorano per un obiettivo comune mettendo a disposizione le proprie competenze, tipicamente multidisciplinari. Ma quali sono gli aspetti legali di maggiore importanza? Come proteggere le opere del collettivo? Chi è titolare dei diritti? Come gestire gli aspetti contrattuali?

      Come costruire un collettivo di artisti

      Il collettivo di artisti è una forma di collaborazione tra freelance creativi.

      Non è riconosciuta formalmente dalla legge (non esiste il contratto di collettivo d’artisti) ma per costruire un collettivo d’artisti si può fare riferimento agli istituti giuridici tipici del codice civile. Questo solo dopo aver analizzato con specificità e con un consulente legale specializzato, come gestire i profili legali delle persone e delle opere.

      Per costruire un collettivo di artisti è quindi fondamentale partire dall’organizzazione del collettivo stesso.

      La forma giuridica dell’ente

      ll collettivo può assumere la veste dell’associazione, della cooperativa, dell’impresa creativa o culturale o di altra entità legale; per decidere quale forma giuridica dare è importante interrogarsi ad esempio su: quale attività svolgerà l’ente? chi partecipa all’ente? chi sono i soci, gli amministratori, i collaboratori?

      Attenzione però: gli artisti possono decidere di non costituirsi come ente ma semplicemente collaborare in uno specifico progetto e quindi costituire una relazione temporanea.

      I contratti del collettivo di artisti

      Gli artisti, per la corretta gestione dei propri rapporti, verso l’interno (nel collettivo stesso) e verso l’esterno (clienti, fornitori, collaboratori) hanno necessità di adottare dei contratti.

      I contratti tra gli artisti del collettivo

      È importante definire bene, per ciascuna, quelli che sono gli aspetti di maggiore rilevanza, con riguardo alla proprietà delle opere, alla gestione delle idee, ai profitti, alle responsabilità, ecc.

      Ad esempio, per esperienza:

      1. Accordi preliminari: nel momento in cui si iniziano a condividere le idee è importante definire i profili di concorrenza, di uscita e di entrata, di partecipazione questo sia per la protezione del team, del lavoro, dei contenuti;
      2. Informazioni confidenziali: accanto a quanto sopra, in generale, i dati che vengono condivisi, possono essere delicati e può esserci la necessità di tenerli segreti (ad esempio, un lancio di un prodotto che se viene percepito da un competitor potrebbe mettere nel nulla l’investimento).
      3. Contratto quadro: nella fase successiva, quando si inizia a dare una forma all’idea, è importante regolamentare in generale i profili di responsabilità, di profitto, di proprietà delle opere, ecc;
      4. Contratti per singoli progetti: vi sarà poi la necessità di gestire la singola commessa, ovvero la richiesta avanzata dal cliente specifico che quindi potrebbe semplicemente specificare quanto descritto nel contratto quadro oppure anche derogare, se necessario, gli accordi presi;
      5. Procedure preventive: suggerisco anche di concordare in via preliminare i profili patologici come potrebbero essere i ripensamenti del cliente, i profili di non soddisfazione, i ritardi nelle consegne (magari imputabili ad uno degli artisti del collettivo).

      I contratti con i clienti (curatori e gallerie) e fornitori

      Il collettivo potrebbe relazionarsi con clienti, fornitori, collaboratori; e nello specifico, con curatori, altri artisti, progettisti, gallerie.

      Tutto questo richiede degli accordi specifici in ragione al tipo di attività e al tipo di richiesta. Anche qui, non esistono accordi standard ma è fondamentale costruire il modello contrattuale necessario per il collettivo da poi utilizzare in via autonoma per le varie richieste.

      Ti sconsiglio di utilizzare dei format online optando invece per investire in un proprio documento contrattuale strutturato sulla base della tua realtà creativa.

      Tutela delle opere create dagli artisti del collettivo

      Ci possono essere diverse ipotesi: l’opera è creata con il contributo indistinguibile di tutti gli artisti oppure l’opera è la somma di singole attività realizzate in via autonoma dai vari artisti; oppure ancora alcuni artisti partecipano all’aspetto strategico, altri invece sono maggiormente operativi. Altra ipotesi ancora è quella in cui l’opera realizzata dal collettivo in realtà trae origine da un’opera creata in via autonoma precedentemente da uno degli artisti.

      Quesiti per il copyright nel collettivo d’artisti

      Massima attenzione a come gestire la titolarità: ti suggerisco di partire da alcune domande che poi si trasformano, sulla base delle risposte, in clausole contrattuali che considerano la legge a protezione del diritto d’autore.

      • L’opera è realizzata in modo collettivo? Come è gestita la partecipazione di ciascuno?
      • L’opera è sviluppata sulla base di singole attività autonome?
      • Ci sono degli artisti che si occupano solo dei profili intellettuali?

      Responsabilità legale del collettivo di artisti

      Come ti dicevo, è fondamentale regolamentare in via preventiva i profili patologici, sia nel rapporto con il cliente finale, sia con riguardo alla responsabilità effettiva dei singoli artisti del collettivo.

      Verso l’esterno, verosimilmente, se il collettivo è un ente (associazione ad esempio) l’ente stesso è responsabile. Se invece si presenta in modo unitario all’esterno, tutti saranno ugualmente responsabili verso il cliente. Probabilmente, il cliente potrà rivolgersi a uno degli artisti per l’intero.

      Nei rapporti verso l’interno poi sarà possibile agire in regresso in ragione all’effettiva responsabilità del singolo artista. I profili di responsabilità possono riguardare:

      • inadempimento: il lavoro non è stato svolto o non è stato realizzato in modo corretto;
      • ritardo: l’opera è stata consegnata in ritardo
      • vizi e difetti: l’opera non ha le caratteristiche richieste ovvero è difettosa, non funzionante (in ragione chiaramente al tipo di opera)
      • gestione della risoluzione e del ripensamento;

      5 domande per inquadrare giuridicamente il collettivo d’artisti

      Tanto detto quindi, ti suggerisco quindi di esaminare seriamente i profili qui sinteticamente esposti per individuare la veste giuridica più consona alla gestione dell’attività creativa.

      Potresti quindi partire da:

      1. Il collettivo è permanente (da qui in avanti lavorarete insieme) temporaneo (per singolo progetto)?
      2. Il collettivo è composto solo da artisti operativi o anche da altri?
      3. Come vengono gestiti i rapporti interni?
      4. Esistono dei contratti verso l’esterno?
      5. Quali sono le problematiche che si sono affrontate (es: mancato pagamento, mancata consegna, ecc)

      Foto di Hashem Al-Hebshi su Unsplash