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Autore: Valentina Trevisan

Quali dati non inserire mai in ChatGPT e negli strumenti AI: guida per agenzie e team creativi

Posso inserire informazioni del cliente su sistemi di AI?

La legge sull’AI segue un approccio basato sul rischio: i sistemi di AI possono infatti essere rischiosi. È quindi fondamentale un’adeguata regolamentazione, anche interna per evitare la violazione dei diritti fondamentali delle persone coinvolte ma anche di diritti di proprietà intellettuale e segreti industriali.

Ci sono infatti tanti aspetti da considerare e all’interno di questo articolo proviamo a definire quelli principali:

  • I dati personali all’interno dei sistemi di intelligenza artificiale
  • Le informazioni confidenziali e i divieti di comunicazione e diffusione tramite sistemi di AI
  • I segreti commerciali e la protezione della proprietà industriale del cliente
  • I principi di base di diligenza professionale e correttezza verso il cliente

AI ACT e GDPR: privacy e prompt

Ritengo importante fare alcune premesse che possono esserti utile per una corretta governance dei dati personali all’interno della tua agenzia di comunicazione. Tutti gli aspetti relativi al data management e ai processi informativi, sono temi per noi molto importanti nel fornire consulenza strutturale all’agenzia di comunicazione.

Mi spiego meglio.

L’intelligenza artificiale dipende da dati (che possono essere personali) ed informazioni (che possono essere anche confidenziali). Il presupposto per lo sviluppo e l’utilizzo è questo. Il Garante ci dice che la maggior parte di questi dati sono personali e che possono essere ad esempio, comandi vocali, riconoscimento facciale, modelli di navigazione, interazioni con chatbot, sistemi di AI che cercano di simulare il più possibile comportamenti umani. Diventa quindi fondamentale governare all’interno delle nostre aziende digitali in modo adeguato l’utilizzo dell’AI affrontando la modalità di trattamento dei dati personali.

Non ti voglio parlare del tema dei dati acquisiti da parte dei sistemi di intelligenza artificiale (le autorità sono intervenute direttamente con riguardo ad esempio ai sistemi ChatGPT, Replika e DeepSeek). Voglio invece focalizzarmi sulle informazioni che noi andiamo a fornire come istruzioni di input. Oggi che abbiamo l’AI ACT non possiamo ceratemene dimenticarci di tutto il lavoro fatto con il GDPR.

Questo anche perchè lo scopo del Regolamento AI ACT è quello di migliorare il funzionamento del mercato interno istituendo un quadro giuridico uniforme in particolare per quanto riguarda lo sviluppo, l’immissione sul mercato, la messa in servizio, l’uso di sistemi d’intelligenza artificiale ma per fare questo, garantendo al contempo un livello elevato di protezione della salute, della sicurezza, dei diritti fondamentali sanciti dalla Carte dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

E l’articolo 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea recita: “Ogni persona ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale che la riguardano.”

Vediamo quindi come possiamo bilanciare ed integrare il proficuo utilizzo di sistemi di AI con la protezione dei dati personali del cliente e delle informazioni condivise.

Le regole legali di base: quali informazioni non condividere con AI?

Come saprai, nella fornitura del servizio al tuo cliente, come agenzia di comunicazione o come professionista creativo, la tua diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata (articolo 1176 comma 2 codice civile) ossia una diligenza professionale, intesa come cura, attenzione, perizia che il cliente può ragionevolmente aspettarsi rivolgendosi ad un soggetto che svolge professionalmente un’attività d’impresa.

Ed ecco che nel concetto di diligenza, la cura e l’attenzione, oltre che di correttezza e buona fede impongono una corretta valutazione in relazione ai contenuti da condividere o meno tramite sistemi d’intelligenza artificiale.

Inoltre ci sono i segreti commerciali, ossia le informazioni aziendali e le esperienze tecnico-industriali che nel loro insieme o nella precisa configurazione e combinazione dei loro elementi generalmente non sono note o facilmente accessibili agli esperti ed agli operatori del settore, che hanno valore economico, e che sono sottoposte a misure da ritenersi ragionevolmente adeguate a mantenerle segrete (ad esempio richiesta di sottoscrivere accordi o trattamento con misure di sicurezza).

Questo dovrebbe iniziare ad aiutarti ad orientare le scelte. Chiaramente per una corretta impostazione dei flussi informativi, dovrai dotarti di un impianto stabile. Questo dal punto di vista generale, normativo, poi ci sono gli obblighi contrattuali assunti nei confronti del cliente finale.

Gli obblighi contrattuali in materia di AI: divieti imposti da cliente

Ti ho già parlato degli obblighi contrattuali con riguardo all’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale, nei confronti dei clienti.

All’interno di questo articolo ti ho scritto per bene, quali sono gli obblighi che il tuo cliente può importi con riguardo all’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale. Si tratta di una negoziazione e quindi, anche entro i limiti delle possibilità (alcuni clienti non ammettono modifiche ai loro contratti) potrai valutare se accettare o meno.

Ad esempio, il tuo cliente può importi un radicale divieto di utilizzare sistemi di intelligenza artificiale, oppure può chiederti una preventiva autorizzazione all’uso dei sistemi.

O ancora, può chiederti di poter verificare l’elenco dei sistemi in uso con riguardo agli abbonamenti attivati per verificare la rispondenza anche in relazione al trattamento dei dati edelle informazioni.

Potrebbe anche richiederti di conservare le istruzioni di input per il tempo di durata del contratto. Sicuramente (per esperienza) imporrà delle responsabilità con riferimento ai contenuti generati e chiederà delle garanzie (che non sempre potrai dare).

Il cliente può richiedere un generico complessivo rispetto dell’AI ACT e del GDPR nell’uso dei sistemi di AI e da parte dei sistemi in uso.

Posso caricare un contratto all’interno di un sistema di AI?

Il mio suggerimento è sempre quello di non utilizzare i sistemi di intelligenza artificiale per l’elaborazione di documenti ufficiali. è un utile strumento che può esserti utile per l’elaborazione di documenti di base, ma è fondamentale la revisione umana per evitare delle situazioni che possono essere davvero gravi.

Purtroppo, alcune volte mi vengono sottoposti dei documenti, elaborati tramite sistemi di intelligenza artificiale, che oltre a non essere corretti giuridicamente, pongono il mio cliente in una situazione di carenza di protezione e lo espongono a responsabilità maggiori rispetto a quelle che il codice civile prevederebbe.

Attenzione quindi non solo a cosa carichiamo ma anche a cosa richiediamo di fare al momento dell’utilizzo dei sistemi.

Come gestire materiali coperti da NDA? L’accordo di riservatezza

Ci sono poi alcuni dati che anche se non sono personali, possono avere ancora più importanza per un’azienda e si tratta delle informazioni confidenziali ossia di quei contenuti che vengono condivisi dall’azienda cliente o fornitore e per i quali viene richiesto espressamente la riservatezza.

L’inserimento di queste informazioni all’interno di sistemi di AI, se non previamente autorizzato e non attestato anche in punto di sicurezza informatica e di misure tecniche e organizzative, può costituire una violazione all’impegno alla riservatezza delle informazioni e un grave danno all’azienda in relazione alla tipologia di informazioni condivise.

Quindi, all’interno dell’agenzia di comunicazione, nel momento in cui per quel cliente si è sottoscritto un accordo di riservatezza, si deve sapere che le informazioni non possono essere utilizzate all’interno del sistema di intelligenza artificiale o è fondamentale adottare gli accorgimenti necessari per una corretta anonimizzazione.

Come le aziende possono garantire la conformità GDPR nell’implementazione dell’IA?

Uno dei nodi fondamentali affrontati anche dal Garante è l’utilizzo dei dati personali come addestramento degli algoritmi. Ci si è interrogati se l’addestramento è una finalità che richiede il consenso esplicito o se rientra nel legittimo interesse. Non è affatto una banalità in quanto un’azione positiva negata (il consenso) o un’impostazione predefinita (il legittimo interesse) cambiano anche le possibilità di sviluppo di modelli di business. Ad oggi i sistemi di AI nei termini e condizioni dei servizi in abbonamento prevedono che i contenuti di input non vengano utilizzati per l’addestramento. É però un nodo di fondamentale importanza da verificare.

Un obbligo sicuramente gravante su un’agenzia di comunicazione (come responsabile del trattamento dei dati verso il cliente finale) è di andare ad analizzare i sistemi di intelligenza artificiale che si intende utilizzare per valutarli anche sotto il profilo del trattamento dei dati personali (trasferimento dei dati, tempi di conservazione, finalità di trattamento, terzi a cui vengono comunicati, ecc).

Caricare dati personali su un LLM? Linee guida per la compliance

Non c’è un divieto assoluto, previsto dall’AI ACT o dal GDPR, di inserimento di dati personali all’interno di sistemi di IA. C’è invece un obbligo giuridico a carico della tua agenzia di comunicazione, di fornire al cliente informazioni complete relative a questa intenzione e l’obbligo di acquisire informazioni in relazione al trattamento dei dati personali tramite sistema di AI.

Puoi iniziare da una lista di domande: coinvolgi il responsabile dell’area IT e i referenti delle aree.

Ti possiamo poi a definire nel concreto le corrette modalità di gestione del dato personale per garantire una compliance all’AI ACT e al GDPR in relazione alla tua attività d’impresa.

Foto di fauxels

Sistemi di AI che interagiscono con le persone: i chatbot. Quali obblighi per la tua agenzia di comunicazione?

Quali sono i sistemi di AI che interagiscono con le persone?

Ci sono software house che come core business sviluppano sistemi di AI o elementi AI destinati ad essere integrati a prodotti anche fisici o servizi. Ci sono poi aziende o agenzie di comunicazione che utilizzano questi sistemi, li integrano con i propri prodotti digitali e li distribuiscono. Sono due categorie diverse, ma nemmeno così tanto. Quali sono gli obblighi informativi verso la persona che interagisce con il sistema?

Attenzione, se stai cercando invece gli obblighi della tua agenzia quando vai a generare contenuti, non sei nel posto giusto, ti rinviamo a questo articolo.

Devi partire da un presupposto: tutte le persone fisiche che interagiscono con il sistema di AI devono essere informate in modo efficace, coerente, tempestivo, lungo tutto il ciclo di vita dell’interazione (dalla prima, all’immissione sul mercato del prodotto ovvero alla messa in servizio) di star interagendo con un sistema di intelligenza artificiale.

Ti faccio degli esempi reali:

  • chatbot in basso a destra di un sito internet che hai sviluppato per un tuo cliente (e-commerce BtoC) che si attiva e interagisce con le persone che pongono delle domande;
  • agente AI che acquisisce le richieste delle persone, ospiti di un ristorante o di un hotel, e che fornisce le risposte adeguate (in termini di menu o di servizi in camera)
  • generatore di immagini integrato all’interno di un totem di un centro commerciale

Il quesito è: quali sono, se ci sono, gli obblighi a cui l’azienda (quale?) deve adempiere prima della messa a disposizione di questi strumenti? Partiamo con l’identificare il soggetto su cui ricadono gli obblighi, per poi identificare quelli che possono essere gli obblighi.

Il concetto di fornitore di sistemi di AI

Il Regolamento Europeo AI ACT, all’articolo 3 paragrafo 3 ci dice che è fornitore la persona fisica o giuridica, autorità pubblica, agenzia, o altro organismo che sviluppa sistemi di intelligenza artificiale, li fa sviluppare e li immette sul mercato dell’unione o li mette in sevizio a proprio nome o con il proprio marchio.

Attenzione quindi, non è solo la software house che concretamente scrive il codice, ma è anche il soggetto che incarica a sviluppare il sistema. E ancora, attenzione, che se il sistema è integrato in un gestionale con il marchio dell’azienda, destinato ad interagire con le persone, anche qui, il fornitore è il titolare del marchio.

Certamente, qui stiamo parlando di obblighi normativi, poi c’è tutta la gestione contrattuale (che va necessariamente aggiornata a seguito dell’introduzione dell’AI nei tuoi flussi operativi, leggi qui), ma nei confronti dell’utente finale, se non sei tu a scrivere il codice, non significa che tu non sia obbligato alla trasparenza.

Ed è infatti qui che stiamo maggiormente affiancando le agenzie di comunicazione che integrano i propri servizi con sistemi di AI, magari acquisiti esternamente, ma poi fatti propri, brandizzati, marchiati, messi a disposizione e destinati all’interazione con la persona fisica.

Esempio:: chatbot acquistato all’esterno, integrato nel sito internet sviluppato dall’agenzia a favore del cliente finale, destinato ad interagire con l’utente persona fisica che interagisce prima dell’acquisto all’interno del sito internet.

Oppure aziende che prendono sistemi di AI già esistenti immessi sul mercato e lo vanno a modificare con nuovi dati di addestramento e ad integrare con proprio know how, andandolo poi a mettere in servizio con il proprio nome e marchio; anche in questo caso, l’azienda diventa fornitore e quindi responsabile del nuovo sistema.

Esempio: i clienti finali dell’agenzia che possono interagire con un sistema messo a disposizione per creare dei contenuti da pubblicare.

L’agenzia di comunicazione come “fornitore”: gli obblighi verso le persone

Quando l’agenzia di comunicazione è un fornitore di sistemi di AI che interagiscono con le persone, significa che deve progettare e sviluppare il sistema in modo tale che la persona interessata sia informata del fatto che sta interagendo con un sistema di AI.

L’obiettivo principale di questo obbligo è consentire alla persona di assumere decisioni informate in relazione ai risultati del sistema, evitare che la persona faccia eccessivo affidamento sulle risposte automatiche e consentire quindi di calibrare la valutazione e non deporre troppa fiducia sul risultato. Questa è la sintesi di quanto ci dice il Considerando 132 della Legge sull’AI.

I chatbot IA e gli obblighi informativi

La situazione è quella in cui vi è lo sviluppo di chatbot destinati ad essere integrati all’interno di siti internet che l’agenzia di comunicazione sviluppa nell’interesse di un proprio cliente finale. I chatbot sono poi destinati ad interagire direttamente con le persone fisiche che possono porre domande e ricevere delle risposte.

Il chatbot potrebbe esser marchiato a nome del cliente e sviluppato direttamente dall’agenzia o per conto della stessa su incarico verso uno sviluppatore terzo. Non ci addentriamo sulla contrattualistica che puoi approfondire in altri articoli, qui, qui, qui.

Sulla base di questo quindi potrebbe accadere che il ruolo dell’agenzia sia effettivamente quello di “fornitore” ai sensi della Legge sull’AI. mIn questo caso sarà l’agenzia a doversi attivare per fornire un’adeguata informativa alla persona fisica. Vediamo come fare nel concreto.

I 4 (quattro) requisiti per qualificare un chatbot AI e un sistema AI che interagisce con le persone

In tutti i casi in cui ci sia un sistema di AI destinato ad interagire con le persone, ci sono degli obblighi di trasparenza, previsti dall’articolo 50 paragrafo 1 della Legge AI. Ci sono però dei requisiti, per far scattare l’obbligo di informazione. Ci sono in realtà anche delle eccezioni che però non affrontiamo qui.

1) Il chatbot dev’essere effettivamente un sistema di intelligenza artificiale. Intendo dire che deve soddisfare gli elementi della definizione di sistema di AI previsto dalla Legge AI e non deve essere un meccanismo di risposta automatica (tipo email di OOO). L’articolo 3 paragrafo 1 della Legge AI stabilisce che è un sistema di AI “un sistema automatizzato progettato per funzionare con livelli di autonomia variabili e che può presentare adattabilità dopo la diffusione e che, per obiettivi espliciti o impliciti deduce dall’input che riceve come generare output quali previsioni, contenuti, raccomandazioni, o decisioni che possono influenzare ambienti fisici o virtuali.

2) Il sistema deve essere destinato ad interagire, quindi deve esserci uno scambio bidirezionale di informazioni, una conversazione in pratica. può essere anche audio o video. Ci deve essere una richiesta da parte della persona e una risposta da parte del sistema pressoché contestualmente.

3) Deve esserci un’interazione diretta quindi in tempo reale o quasi in tempo reale. Non può esserci una persona umana che fa da filtro e a cui vengono esposti i risultati prima di essere forniti.

4) La conversazione deve avvenire con persone fisiche, che possono essere consumatori, professionisti, utenti, persone che utilizzano il sistema per proprio conto o per conto di terzi. Se noi agiamo come rappresentanti della nostra azienda, comunque siamo persone fisiche destinatarie della medesima tutela.

Comprenderai quindi che non tutti i sistemi di intelligenza artificiale rientrano negli obblighi informativi di trasparenza. É fondamentale fare una valutazione del caso e capire se scatta l’obbligo o non scatta l’obbligo, sulla base dei requisiti di cui sopra.

Ti possiamo dare supporto già in fase di progettazione per stabilire poi quelli che sono gli step successivi.

Gli obblighi di informazione di un chatbot AI e di un sistema AI

L’informazione alla persona fisica che sta interagendo con il sistema di AI deve essere data durante il funzionamento e al più tardi al momento della prima interazione con ala persona.

Il fornitore (ad esempio l’agenzia di comunicazione che si è occupata dello sviluppo, o l’ha incaricato, o ha brandizzato il sistema) è quindi responsabile: deve garantire che questa informazione venga data in modo efficace e coerente, per tutto il ciclo di vita del sistema.

Come fornire l’informativa alla persona?

Gli obblighi di informativa come previsti dalla Legge AI non sono stingenti. Siamo quindi noi, insieme, in sede di consulenza a stabilire le modalità con cui concretamente dare adempimento all’obbligo.

È importante infatti stabilire il formato, le modalità di comunicazione, l’accessibilità all’informazione, il contenuto, il formato della notifica e progettare la comunicazione in modo coerente ed adeguato, ecc.

Ti possiamo aiutare a formulare l’informativa alla persona in modo corretto in base al tipo di sistema. L’informazione non può essere resa di default, o copia-incolla, ma richiede un adeguato approfondimento partendo proprio da quanto ti abbiamo riportato sopra.

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Pixel di tracciamento: scadenza al 29 ottobre 2026 per l’e-mail marketing

Le nuove Linee Guida adottate dal Garante per la protezione dei dati personali prevedono che entro il 29 ottobre 2026 aziende, agenzie e piattaforme debbano adeguarsi alle nuove regole con riguardo all’uso dei tracking pixel nelle e-mail. Per le agenzie di comunicazione significa attivarsi perchè i siti dei clienti e le newsletter siano conformi.

Quali informazioni raccogliamo con il pixel di tracciamento?

Il pixel di tracciamento inserito nelle comunicazioni commerciali trasmesse tramite e-mail consente di avere varie informazioni: le comunicazioni commerciali (newsletter) che inviamo ai nostri clienti e che le agenzie di comunicazione inviano per conto dei propri clienti, sono uno prezioso strumento per tracciare gli utenti.

Ad esempio, ci permettono di sapere se l’email è stata aperta, conoscere l’indirizzo IP, il dispositivo utilizzato, il tempo di consultazione, il numero di volte in cui il messaggio è stato aperto. I tracking pixel non permettono di conoscere il contenuto delle comunicazioni commerciali inviate ma monitorano le azioni compiute dell’utente (apertura, gestione, cancellazione, inoltro, archiviazione, ecc).

Sono strumenti preziosi per il mittente, perchè aiutano a direzionare la strategia d’impresa (in punto di comunicazione, contenuti, prodotti, servizi, ecc) ma diventano strumenti invasivi per il destinatario, che potrebbe non conoscere che queste informazioni vengono raccolte.

Quali sono le regole per tracciamento nelle comunicazioni commerciali?

La regola è: gli utenti devono inoltre ricevere un’informativa chiara e trasparente e poter revocare il consenso con modalità semplici, anche selettivamente.

Quindi la cosa da tenere a mente è: per tracciare il comportamento dell’utente serve acquisire un consenso libero, specifico e informato. Al tracciamento si estendono le medesime regole del consenso per la trasmissione delle comunicazioni commerciali.

Le fonti normative sono in primo luogo il Regolamento Europeo per il trattamento dei dati personali (2016/679), che nei primi articoli fissa i principi di trasparenza, consenso, responsabilizzazione e di consenso, oltre che di protezione dei dati sin dalla progettazione e per impostazione predefinita. Nello specifico:

I dati personali sono: a) trattati in modo lecito, corretto e trasparente nei confronti dell’interessato («liceità, correttezza e trasparenza»); b) raccolti per finalità determinate, esplicite e legittime, e successivamente trattati in modo che non sia incompatibile con tali finalità; un ulteriore trattamento dei dati personali a fini di archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca scientifica o storica o a fini statistici non è, conformemente all’articolo 89, paragrafo 1, considerato incompatibile con le finalità iniziali («limitazione della finalità»); c) adeguati, pertinenti e limitati a quanto necessario rispetto alle finalità per le quali sono trattati («minimizzazione dei dati»);

In secondo luogo, l’articolo 122 del Codice Privacy che disciplina l’utilizzo del sistema di tracciamento: “L’archiviazione delle informazioni nell’apparecchio terminale di un contraente o di un utente o l’accesso a informazioni già archiviate sono consentiti unicamente a condizione che il contraente o l’utente abbia espresso il proprio consenso dopo essere stato informato con modalità semplificate“. Nello specifico è previsto che possano essere utilizzate specifiche configurazioni di programmi informatici o di dispositivi che siano di facile e chiara utilizzabilità per il contraente o l’utente.

L’utilizzo di un sistema di tracciamento dell’utente trova quindi regolamentazione all’articolo 122 del Codice Privacy che disciplina le tecnologie in grado di accedere alle informazioni presenti nei dispositivi degli utenti e/o monitorare il comportamento online.

Tutti sono obbligati a rispettare le nuove regole per il tracking pixel?

Le Linee Guida riguardano tutti i soggetti, pubblici e privati che intervengono nell’utilizzo del pixel di tracciamento all’interno delle e-mail.

É quindi fondamentale individuare quale o quali sono i soggetti che intervengono nella gestione delle comunicazioni commerciali per stabilire il ruolo di ciascuno con riguardo al trattamento dei dati personali e i conseguenti obblighi. Bisogna verificare le attività concretamente svolte dalle parti, gli accordi assunti, quanto disciplinato in materiale di trattamento dei dati personali. Mi riferisco ad esempio al tipico ruolo di responsabile del trattamento dell’agenzia di comunicazione o anche alla situazione di contitolari del trattamento.

Più specificatamente:

  • C’è il mittente della comunicazione, che formalmente decide se e come implementare il tracking pixel nelle e-mail ed è quindi il titolare del trattamento. Tipicamente, il cliente dell’agenzia di comunicazione (la quale gestisce il sistema di e-mail marketing). Di solito il tracciamento è un elemento che viene suggerito, perchè utile per l’acquisizione di informazioni.
  • Ci sono i fornitori di servizi che consentono materialmente il tracciamento e quindi permettono il monitoraggio delle comunicazioni;
  • C’è il provider di posta elettronica che è attivo nella gestione del servizio in quanto interviene nell’erogazione del servizio, permette la ricezione della comunicazione commerciale;
  • C’è l’agenzia di comunicazione, tipicamente responsabile del trattamento che sulla operativamente costruisce il sistema di email marketing per conto del cliente, elabora le comunicazioni commerciali, compie una serie di attività connesse (realizzazione del sito con form d’iscrizione newsletter, ecc).
  • Ci potrebbero poi essere altri eventuali soggetti che possono mettere a disposizione delle liste di distribuzione e che forniscono gli indirizzi dei destinatari;

Il consenso preventivo per il tracciamento è sempre necessario?

Le regole da rispettare dipendono anche dalla finalità concretamente perseguita e dalle modalità con cui vengono raccolte e utilizzate le informazioni.

Questo significa che il pixel di tracciamento può avere una finalità tipicamente commerciale (ad esempio misurare l’audience, costruire dei profili di utenti interessati a determinati contenuti veicolati tramite newsletter, ecc) oppure diverse: verificare la corretta ricezione delle comunicazioni, contrastare lo spam, ecc.

Il Regolamento Europeo prevede, come per tutte le attività di trattamento, che il trattamento sia fondato su una base giuridica legittima. I dati devono esser raccolti per finalità determinate esplicite e legittime e quindi, in primo luogo si tratterà di definire le finalità per le quali l’azienda ha necessità dei dati di tracciamento, successivamente si verificherà se queste sono conformi alla normativa per poi stabilire le modalità con cui acquisire, se necessario, il consenso, o comunque informare in modo corretto l’utente.

L’informativa è quindi sempre necessaria anche se la raccolta avviene unicamente per ragioni di sicurezza (cosa che comunque non succede quasi mai). Poi, nel caso di trattamento per finalità commerciale (es: impostare una strategia sulla base del rating di apertura), serve il consenso, nel caso di finalità di sicurezza (es: gestire problematiche in caso di mancato ricevimento), non serve il consenso.

Possiamo aiutarti a stabilire le finalità e se queste sono legittime.

Unico consenso o doppio consenso?

È una delle domande che ci viene posta dalle agenzie di comunicazione che occupano di e-mail marketing. Ma è vero che dobbiamo modificare il form di registrazione aggiungendo un altro flag? Nessuno accetterà mai.

Purtroppo, non è sufficiente leggere le informazioni in rete, magari sintetiche, magari non corrette. È necessario avere studiato le Linee Guida tenere conto, integralmente, di quanto previsto dal Regolamento Europeo sul trattamento dei dati personali (e dei suoi principi), del Codice Privacy e della ratio della normativa. Solo attraverso questo processo si possono stabilire le regole.

Il passaggio successivo è definire il caso concreto, perchè ci sono tante variabili: la presenza o meno del sistema di tracciamento, le diverse finalità, i soggetti che intervengono nelle comunicazioni, le piattaforme in uso, eccetera.

Per rispondere però alla domanda: le Linee Guida non impongono un doppio consenso. La regola è la preventiva acquisizione del consenso unico. Il doppio consenso può essere previsto, sopratutto nei casi in cui la piattaforma non consente una revoca granulare del consenso. Per approfondire il tema, contattaci.

Diamo supporto per la costruzione di form rispettosi della normativa applicabile.

Come fare per i contatti e-mail che oggi sono già tracciati?

È fondamentale poter continuare ad utilizzare validamente i contatti che sino al 29 ottobre 2026 hanno ricevuto newsletter senza dover chiedere un espresso nuovo consenso. Conosciamo il valore per un’azienda di disporre di una lista di contatti a cui trasmettere comunicazioni commerciali.

Il Garante ha previsto una procedura transitoria, applicabile solo ai contatti già acquisiti, precisando che per i nuovi contatti invece si applica la regola del previo consenso unico informato.

In questi casi, l’azienda trasmetterà alla prima comunicazione utile (quindi al massimo la prima successiva al 29 ottobre) un’informativa che abbia le caratteristiche riportate in questo articolo. Deve poi implementare un sistema che consenta la revoca del consenso in modo granulare.

Il consenso al tracciamento deve essere informato: l’informativa agli interessati

Elemento fondamentale per acquisire un valido consenso è fornire all’interessato un’informazione chiara, completa, accessibile, trasparente affinchè la persona possa comprendere che nelle e-mail saranno utilizzati strumenti di tracciamento e per quali finalità.

Le Linee Guida non indicano concretamente le modalità, perché non sono uniche ma possono e devono necessariamente essere adattate in relazione a tutte le particolarità che abbiamo descritto.

L’informativa all’interessato potrebbe essere fornita tramite un’indicazione nel flag di consenso che rinvia tramite collegamento ipertestuale ad un’informativa completa, che deve contenere tutte le informazioni.

Le informazioni che devono essere fornite riguardano almeno: le finalità per le quali vengono acquisiti i dati di tracciamento, le categorie di dati acquisiti, il tempo di conservazione, i destinatari, l’eventuale trasferimento fuori UE dei dati di tracciamento.

Non esiste un’unica modalità, potrebbero esserci anche degli assistenti virtuali, dei pop-up informativi. Importante è poter dimostrare di aver fornito l’informazione e che il consenso raccolto sia valido.

Cosa deve fare l’agenzia di comunicazione per i propri clienti entro il 29 ottobre 2026?

Come consulenti legali delle agenzie di comunicazione e delle aziende che tipicamente si occupano di realizzare siti internet, costruire e-commerce o gestire un servizio di e-mail marketing per conto dell’azienda, sulla base delle indicazioni del Garante possiamo suggerire di operare come segue.

Ci sono tre verifiche da fare come premessa:

  1. Verificare che i contatti e-mail che attualmente ricevono comunicazioni commerciali abbiano prestato un consenso libero, informato e specifico.
    Questo perchè: se non disponi nemmeno del consenso per trasmettere comunicazioni e-mail è necessario intervenire con altra modalità. Abbiamo dedicato un articolo al tema, qui.
  2. Stabilire se e per quali finalità viene attualmente compiuto il tracciamento tramite pixel delle comunicazioni commerciali
    Potrebbe essere che non vi sia tracciamento oppure potrebbe essere che il tracciamento avvenga unicamente per ragioni di sicurezza
  3. Verificare che la piattaforma in uso consenta di gestire i sistemi di tracciamento
    Se infatti la piattaforma non consente l’adattamento rispetto a chi presta il consenso, a chi revoca, a chi non rilascia, allora la prima cosa da fare è valutare un’altra piattaforma.

Procedura per implementare il sistema di tracciamento conforme alle Linee Guida del Garante

Definite queste premesse, ecco come suggeriamo di intervenire.

Chiaramente ti invitiamo ad adottare seriamente la procedura e non rinviare ai “rinnovi di gennaio 2027”. Questo anche perchè il Garante Privacy con Deliberazione del 23 luglio 2026 ha informato che nel corso del periodo agosto-dicembre 2026 verrà svolta un’attività ispettiva curata dall’Ufficio del Garante, anche per mezzo della Guardia di Finanza, indirizzata, tra le altre a verificare l’implementazione delle linee guida del Garante adottate il 17 aprile 2026 in materia di impiego di tracking pixel nelle comunicazioni di posta elettronica, appunto.

Ecco quindi come suggeriamo di intervenire, per punti:

  1. Implementare il form di registrazione newsletter in modo che il sistema che consenta di chiedere il consenso al tracciamento momento in cui viene raccolto l’indirizzo e-mail;
  2. Adottare misure tecniche e organizzative che garantiscano la protezione dei dati sin dalla progettazione (by design) e per impostazione predefinita (by default). Puoi approfondire le misure di sicurezza per una web agency, qui;
  3. Consentire all’utente di revocare il consenso in ogni tempo, sia alla registrazione newsletter sia al tracciamento per finalità commerciali;
  4. Predisporre un sistema di revoca granulare: il destinatario deve poter scegliere se non ricevere più le comunicazioni oppure se continuare a riceverle, chiedendo però che non contengano più tracking pixel;
  5. Prevedere un sistema che registri i consensi per la ricezione delle comunicazioni commerciali, le revoche del sistema di tracciamento ;

Queste lavorazioni richiedono non solo attività operative ma, come hai potuto vedere, anche valutazioni dei profili strettamente legali sulla base dei principi fissati dalla normativa.

Foto di Suzy Hazelwood

L’etichetta AI delle piattaforme social e gli obblighi di marcatura dei contenuti AI delle agenzie di comunicazione

Se il contenuto è destinato ad essere pubblicato all’interno di una piattaforma social è sufficiente spuntare il flag “Aggiungi Etichetta IA“?

La legge sull’AI segue un approccio basato sul rischio: i sistemi di AI possono infatti essere rischiosi. Nelle quattro categorie di rischio individuate dall’AI ACT, i sistemi di AI che presentano rischi in materia di trasparenza, sono uno dei quattro. È quindi fondamentale un’adeguata regolamentazione, anche interna per evitare la violazione dei diritti fondamentali delle persone.

Per una corretta regolamentazione, in questo articolo ti parliamo del ruolo delle piattaforme social, del tuo ruolo di agenzia di comunicazione, degli obblighi verso il cliente finale. Tre categorie di soggetti, con posizioni diverse, obblighi normativi ed obblighi giuridici da comprendere nella teoria e ma sopratutto calare nella pratica. Vediamo come.

Il ruolo dell’etichetta AI delle piattaforme social

Mi riferisco al flag che siamo invitati a scegliere se spuntare al momento della pubblicazione all’interno delle piattaforme social di un contenuto. La questione è: questo tipo aggiunta è sufficiente per informare l’utente di contenuto generato o manipolato? L’agenzia che pubblica con questa spunta ha adempiuto l’obbligo normativo?

Questo è l’esempio di etichetta a cui mi riferisco, attualmente

Bisogna innanzitutto comprendere il ruolo della piattaforma rispetto all’AI ACT.

Se il ruolo della piattaforma è semplicemente quello di diffondere e trasmettere contenuti i quali possono essere anche generati o manipolati dall’AI e creati da terzi, non sono considerati operatori ai sensi dell’AI ACT, non sono quindi nè fornitori di sistemi AI nè deployer e quindi utilizzatori di sistemi che generano contenuti o modificano. Per quel contenuto che intendiamo pubblicare, si intende.

In questi casi quindi gli obblighi di cui all’articolo 50 in materia di marcatura dei contenuti generati o manipolati tramite sistemi di intelligenza artificiale, che abbiamo approfondito in un articolo a cui ti rinviamo, non si applicano quindi alle piattaforme.

Certamente: le piattaforme svolgono un ruolo importante nella catena di trasparenza, fiducia, integrità dell’informazione. Però non hanno gli obblighi in materia di etichettatura, perché non hanno il controllo dei contenuti, non avendoli generati o manipolati. Ed ecco quindi che sono incoraggiati a mantenere la marcatura ed etichettatura e ad adottare delle misure per consentire alle persone di individuare i contenuti generati o manipolati, ma in questo senso, il loro obbligo si ferma.

Quello che vediamo quindi nei social “contenuto generato tramite AI” è una misura per agevolare la persona fisica. Quindi, l’agenzia di comunicazione che pubblica un contenuto, è invitata a riportare il flag che attualmente è uno strumento messo a disposizione, ma non esclude, ad oggi, l’obbligo di marcare il singolo contenuto come “AI generated“.

Considera però una cosa: se queste piattaforme consentono anche la generazione o modifica di contenuti ovvero sono essi stessi dei fornitori di sistemi di AI, allora rivestono un doppio ruolo e per queste attività rientrano nell’ambito di applicazione dell’AI ACT. In questo caso l’obbligo potrebbe essere cumulativo.

La marcatura nelle immagini pubblicate dall’agenzia di comunicazione

E quindi, rimangono gli obblighi di marcatura imposti dai soggetti che utilizzano sistemi di intelligenza artificiale per generare o manipolare contenuti, quando questi presentano i requisiti di cui all’articolo 50 comma 4, di cui abbiamo parlato qui.

In questi casi quindi, l’agenzia di comunicazione deve prestare attenzione del fatto che la persona fisica che interagisce con il contenuto (ne prende visione se si tratta di un’immagine o lo ascolta se si tratta di un audio ad esempio) deve ricevere un’informazione chiara, distinguibile, al più tardi al momento della prima interazione o esposizione ed in modo conforme ai requisiti di accessibilità.

A costo di diventare noiosa (sono pur sempre un avvocato) mi preme dirti che ciascuna parola ha un significato e quindi:

1) Le informazioni devono essere fornite in modo chiaro e distinguibile. Le informazioni sono chiare se sono comprensibili e accessibili; sono distinguibili se facilmente identificabili come separate dalle altre informazioni. Non sono distinguibili se sono ad esempio inserite nelle note legali del sito che di solito non vengono lette.

2) Le informazioni devono essere rese alla prima interazione. Si intende la prima ma anche le successive prime interazioni.

3) Le informazioni devono essere conformi ai requisiti di accessibilità. Non ci sono requisiti di accessibilità aggiuntivi rispetto a quelli che dovrebbero essere già noti alle agenzia di comunicazione ai sensi della Direttiva 882 del 2019.

Il cliente che usa autonomamente contenuti generati tramite AI

C’è poi una terza ipotesi. Ossia la situazione in cui l’agenzia di comunicazione genera o modifica un contenuto tramite AI, che mette a disposizione del cliente, il quale cliente si occupa in modo autonomo della pubblicazione, all’interno dei propri profili social, nel catalogo cartaceo piuttosto che sito internet.

In questo caso e in generale per tutti i contenuti che vengono consegnati e che rientrano nella categoria, suggeriamo di formalizzare la consegna ed informare il cliente delle modalità di utilizzo dei contenuti e delle informazioni da fornire alle persone fisiche. Oltre che prevedere una limitazione di responsabilità dell’agenzia di comunicazione per le azioni che il cliente potrebbe porre in essere in violazione degli obblighi giuridici previsti dalla normativa.

Questo è un punto fondamentale che ti invito a tenere in considerazione il prima possibile, perchè di contenuti immagino ne avrai già consegnati ai vari clienti dal giorno dello scatto dell’obbligo del 02 agosto 2026.

Photo by DS stories

La compliance AI della tua agenzia di comunicazione

Cosa deve fare l’agenzia di comunicazione con l’AI ACT

Dopo il 02 agosto 2026, giorno in cui ha avuto piena applicazione in Regolamento Europeo sull’intelligenza artificiale, tante agenzie e vari professionisti creativi mi hanno chiesto supporto per la gestione dei contenuti in produzione. Come ho fatto presente più volte, l’AI ACT non riguarda solo i contenuti generati o manipolati tramite sistemi di AI.

Lo scopo del Regolamento è promuovere l’innovazione e la diffusione di un’intelligenza artificiale antropocentrica ed affidabile, garantendo al contempo un livello elevato di protezione della salute, della sicurezza e dei diritti fondamentali sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Questo come si traduce all’interno delle nostre aziende? Dobbiamo attivarci per rispettare gli obblighi giuridici che trovano applicazione nei nostri confronti quali destinatari della normativa, tramite una lettura ragionata delle disposizioni, tenendo conto dei valori dell’Unione e del quadro giuridico uniforme a cui l’Unione ha mirato per quanto riguarda lo sviluppo, l’immissione sul mercato, la messa in servizio e l’uso di sistemi di intelligenza artificiale.

Nel concreto, cosa possiamo e dobbiamo fare:

  1. Mappare in modo completo i sistemi di intelligenza artificiale in uso
  2. Adottare una Policy nell’uso dell’intelligenza artificiale
  3. Aggiornare la documentazione contrattuale
  4. Adottare delle linee guida per i clienti finali
  5. Formazione in materia di intelligenza artificiale

In realtà tutto questo deve necessariamente essere anticipato da un audit, ossia un’analisi completa dei sistemi in uso, degli utilizzi, delle fasi di lavorazione, dei reparti che li utilizzano, delle modalità e del ruolo dell’agenzia (ora come sviluppatore ora come utilizzatore).

Per noi la prima fase di analisi è fondamentale e sottoponiamo un questionario articolato ed elaborato sulla base di quanto ci impone il legislatore europeo e della lettura sistematica del Regolamento Europeo con riguardo agli obblighi giuridici che ci riguardano.

Se la tua agenzia di comunicazione è pronta per intraprendere il percorso di compliance AI, scrivici perché è questo il punto di partenza.

1) Come fare una mappatura dei sistemi di intelligenza artificiale

Avere un registro dei sistemi di intelligenza artificiale in uso attualmente non è un obbligo giuridico. Per noi però è un elemento imprescindibile per comprendere quelli che sono i sistemi in uso, quelli che sono stati approvati, quelli in fase di test e quelli esclusi. Inoltre è fondamentale per conoscere esattamente quello che è il piano di abbonamento attivato e quelli che sono i reparti che utilizzano.

In realtà la mappatura può essere compiuta in diverse modalità in relazione alle esigenze dell’agenzia di comunicazione, ma sicuramente alcuni punti fermi e di base devono essere definiti. Ti possiamo quindi accompagnare nel definire la struttura del documento e nel fornirti la consulenza con riferimento a ciascuno dei sistemi.

Attenzione, che l’analisi dei sistemi può determinare l’esclusione nell’uso di certi sistemi oppure la possibilità di utilizzarli limitamene ad alcuni settori di mercato ovvero alcuni reparti interni.

In realtà, la mappa dei sistemi di intelligenza artificiale approvati, potrebbe essere uno dei fogli excel che compongono l‘inventario degli asset, che aiutiamo a sviluppare all’interno delle agenzie di comunicazione, spesso con il supporto del responsabile IT. Se vuoi approfondire il tema, puoi leggere l’articolo dedicato qui.

2) Cosa scrivere nella “Policy per l’uso dei sistemi di intelligenza artificiale”

Dopo aver compreso la modalità di utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale e aver mappato i singoli sistemi, è fondamentale informare e formare i dipendenti delle corrette modalità di utilizzo. Questo sia per diffondere gli obblighi giuridici imposti dal regolamento europeo AI ACT sia anche per condividere le regole che l’azienda, anche in modo garantista, ha deciso di adottare internamente.

È buona norma infatti che la policy si applichi a tutti i soggetti che lavorano per l’impresa, quali dipendenti a tempo determinato o indeterminato, stagisti, tirocinanti a prescindere dalla forma contrattuale.

Gli impegni di fatto costituiscono un’estrinsecazione degli obblighi ai sensi dell’art 2094 e 2104 cc.

È importante definire poi che la policy si applica a tutte le attività svolte sia internamente all’Agenzia (es:supporto alle divisioni, funzioni e progetti interni) sia nei confronti di clienti esterni (es. campagne pubblicitarie, contenuti editoriali, strategie di comunicazione, eventi e performance) e a qualsiasi sistema di IA utilizzato per finalità lavorative, sia fornito dall’Agenzia che adottato dal lavoratore previa autorizzazione.

Potrebbe essere utile declinare la Policy come allegato all’ordine di lavoro trasmesso a collaboratori e fornitori ovvero a qualsiasi soggetto che a qualsivoglia titolo fornisce prestazioni nell’interesse dell’impresa. Anche qui, potrebbe costituire specificazione dell’obbligo di fornire la prestazione a regola d’arte anche ai sensi dell’art 1176 cc (diligenza professionale).

Per approfondire il tema della Policy, ti rinvio all’articolo dedicato.

3) Da dove partire per aggiornare la documentazione contrattuale d’agenzia

Una cosa che raccomando di fare periodicamente, è l’aggiornamento della documentazione contrattuale, verso clienti, fornitori, utenti, collaboratori, in relazione al ruolo e ai servizi che vengono forniti dall’agenzia. Non è altro che un check di aggiornamento, per verificare se la documentazione contrattuale corrisponde a come si è evoluta l’agenzia di comunicazione nel frattempo.

Abbiamo dedicato un intero articolo a descrivere l’importanza di mantenere i documenti aggiornati e di come intervenire per garantire questo aspetto. Se però vuoi partire dall’inizio, ossia dal come descrivere bene i servizi per poi inserirli nelle proposte, preventivi e contratti, puoi leggere qui e qui.

Aggiungiamo però che la piena applicazione dell’AI ACT e l’adozione della Legge italiana sull’intelligenza artificiale richiede di aggiornare la documentazione. Infatti, l’articolo 13 della Legge 23 settembre 2025 , n. 132 impone al professionista di fornire le informazioni relative ai sistemi di intelligenza artificiale utilizzati dal professionista con linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo.

Della modalità di integrare il contratto andando a descrivere gli obblighi giuridici nei confronti del cliente ne abbiamo parlato in un articolo dedicato, qui.

Oltre a questo obbligo giuridico, rimane comunque l’opportunità, anche in adempimento agli obblighi di diligenza professionale, di adottare una clausola specificatamente dedicata alla regolamentazione dei sistemi.

Inoltre, per le agenzie che si occupano di sviluppo di sistemi AI, modelli AI, agenti AI, digital twin (ecc) e che quindi hanno fatto dell’intelligenza artificiale un servizio nuovo a sé, non solo integrandolo nelle singole fasi di lavoro, è fondamentale definirne i termini contrattuali in modo completo e corretto. Su questo, siamo a disposizione.

4) L’importanza delle Linee Guida per il cliente finale

Ci potrai confermare che ci possono essere almeno queste tre ipotesi:

  • L’agenzia di comunicazione che si interfaccia con i sistemi di AI per generare o modificare contenuti e si occupa anche della pubblicazione all’interno dei profili social del cliente per le finalità concordate a contratto
  • Ma ci può essere la situazione in cui l’agenzia di comunicazione produce i contenuti che vengono consegnati e gestiti in autonomia da parte del cliente (diffusione nei social o pubblicazione all’interno del sito internet ed esempio)
  • E ancora altra ipotesi, più rischiosa, è quella in cui è il cliente a consegnarci del materiale da lavorare

Ecco, tre ipotesi diverse che prevedono anche diversi gradi di responsabilità oltre che ruoli diversi. Nella terza ipotesi ad esempio è il cliente l’utilizzatore (deployer) di sistemi di intelligenza artificiale e non sappiamo quali sistemi ha utilizzato, con quali istruzioni e attraverso quali abbonamenti. Rischiamo quindi di intervenire su contenuti che potrebbero violare i diritti di proprietà altrui, ad esempio.

É quindi fondamentale condividere con il cliente, dopo l’approvazione del preventivo, delle linee guida per una corretta gestione e scambio e uso dei contenuti generati o modificati tramite sistemi d’intelligenza artificiale. Questo per scongiurare varie problematiche. Ad esempio: il cliente usa i contenuti che abbiamo generato senza l’etichetta di contenuto generato AI oppure il cliente ci consegna del materiale su cui lavoriamo che non potrebbe essere utilizzato perchè originato tramite sistema di AI che non ammette l’uso commerciale. Per dirne due esempi.

Quello che dobbiamo fare è quindi dotarci di un documento completo, corretto giuridicamente e conforme agli utilizzi che intendiamo concedere dei contenuti che generiamo per i clienti, informando il cliente stesso dei limiti d’uso.

5) Come fare formazione in materia di intelligenza artificiale

Il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (AI ACT) parla di alfabetizzazione in materia di intelligenza artificiale, disciplinandolo all’articolo 4 e al considerando 20, come poi modificati dal Regolamento Europeo 1744/2026 (Digital Omnibus AI).

In inglese, AI Literacy: ossia per i deployer e i fornitori di sistemi di intelligenza artificiale la necessità di adottare misure per sostenere l’alfabetizzazione in materia di AI del percsonale e di qualsiasi altra persona che si occupa del funzionamento e dell’utilizzo di sistemi per loro conto.

La formazione in materia di AI dovrebbe prendere in considerazione le conoscenze tecniche, l’esperienza, l’istruzione e la formazione, nonché il contesto in cui sono destinati ad essere utilizzati i sistemi di AI tenendo conto delle persone.

Per evitare di sovraccaricare troppo di obblighi le piccole e medie imprese e le start up, si è previsto che non c’è un obbligo di garantire un determinato livello psichico di alfabetizzazione in materia di AI per ciascuna persona. non c’è quindi una certificazione necessaria o un esame da predisporre. E non c’è nemmeno un programma formativo che deve essere seguito pena la violazione dell’obbligo giuridico.

Per agevolare il rispetto di questi principi, il regolamento stesso come aggiornato prevede che sia la Commissione a mettere a disposizione una piattaforma unica di informazione per fornire esempi pratici di come adempiere all’obbligo.

Ecco i cinque elementi fondamentali secondo noi, per una compliance alla normativa AI ACT come introdotta dal Regolamento Europeo, approvato dal Parlamento Europeo, numero 1689 del 2024 integrata nel nostro ordinamento è stata approvata la Legge 23 settembre 2025 numero 132 e già aggiornata dal Regolamento Europeo numero 1744 del 2026 dell’08 luglio 2026.

Ti possiamo dare supporto, passo dopo passo, per integrare all’interno dell’agenzia tutti questi cinque punti, mantenendo poi aggiornati in relazione all’evoluzione normativa e operativa.

Foto di Atlantic Ambience

Fotoritocco e postproduzione con l’AI: quando una modifica diventa un contenuto generato artificialmente

La manipolazione di contenuti reali

Qui non parliamo di immagini generate con sistemi d’intelligenza artificiale ma di utilizzare l’intelligenza artificiale per modificare immagini generate da un umano.

Devi sapere che la trasparenza è uno dei concetti fondamentali alla base dell’AI ACT: questo significa che quando un contenuto può essere forviante per l’utente, deve esserci un’adeguata informativa. Nella postproduzione fotografica siamo spesso ai confini, ci sono limiti interpretabili e quindi: “Avvocato come devo fare? Ho bisogno di regole concrete per i miei dipendenti“.

Devi però anche sapere che il Regolamento Europeo non è esaustivo: siamo noi che a livello interpretativo, nel concreto, siamo chiamati a comprendere ed adottare una scelta in linea con la ratio della normativa. C’è poi la Commissione Europea che ci aiuta ma le Linee Guida adottate in adempimento all’articolo 96 dell Regolamento Europeo AI ACT (“La Commissione elabora orientamenti sull’attuazione pratica del presente regolamento, in particolare per quanto riguarda: d) l’attuazione pratica degli obblighi di trasparenza di cui all’articolo 50“) non sono vincolanti. Un’interpretazione autorevole può essere data solo dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea chiamata a decidere.

C’è quindi la tua agenzia, ci siamo noi come studio, c’è il Parlamento Europeo, c’è il legislatore italiano, c’è la Commissione, c’è la Corte di Giustizia. Siamo effettivamente in molti, ed è per quello che spesso ricordo ai miei clienti che è un tema da non banalizzare quello degli aspetti legali dell’AI. Ma quello che possiamo fare noi come Studio è quindi affiancarti concretamente nel compiere delle scelte ragionevoli e ragionate, dimostrabili e documentate.

Fotoritocco e postproduzione: come funziona con l’AI?

I punti di partenza sono tre.

1) Avere chiara la definizione di fotoritocco.

Purtroppo, non è una definizione normativa; questo quindi non ci aiuta. Ci siamo detti in altri articoli (se sei un fotografo ti suggerisco di partire da qui), che “il fotoritoccatore è colui che interviene nella fase successiva allo scatto, eseguendo degli adattamenti o delle variazioni ed apportando delle migliorie all’immagine eseguita dal fotografo“.

2) Sapere cosa si intende per modifica con sistema d’intelligenza artificiale

Queste definizioni ce le abbiamo e ne abbiamo parlato nell’articolo dedicato alla generazione e manipolazione di contenuti (lo puoi leggere qui).

Per limitare il contesto alla sola attività di manipolazione, intendiamo un’attività svolta su contenuti già esistenti che vengono alterati tramite un sistema di AI.

3) Annotare il processo creativo e l’intervento del sistema d’intelligenza artificiale

Qui ci sono alcune domande per orientarsi: qual è il contenuto di partenza? qual è l’intervento che chiediamo al sistema d’intelligenza artificiale? qual è l’output? quali sono le modifiche che sono state compiute? Prendi nota di tutto che ti può essere utile,

Ti porto alcune domande e risposte, che mi sono fatta anche io stessa, e che mi hanno dato l’occasione per approfondire questa nuova normativa. Le aziende con cui lavoro poi, si stanno organizzando internamente per dare risposte concrete ai propri dipendenti e collaboratori.

Ecco infatti che il nostro ruolo è quello di affiancare in questo delicato ed importante passaggio per l’adozione di regole interne coerenti, efficaci, proprozionate e sopratutto uniformi. Questo per evitare che vi siano aree grigie, dubbi e che possano sorgere problematiche.

Con tante aziende siamo partiti dagli esempi concreti, dai casi dubbi, per elaborare una sorta di manuale d’uso, da convivere e mantenere aggiornato. Se vuoi sapere come funziona questo approccio molto concreto, scrivici.

Passiamo al fotoritocco. Ecco alcune domande di orientamento per comprendere se le operazioni possono rientrare nel concetto di deep fake e quindi imporre l’etichettatura.

La rimozione di un oggetto è un contenuto generato con AI?

Il ragionamento di partenza è comprendere qual è l’impatto di questo oggetto in relazione all’immagine e qual è il messaggio sostanziale del contenuto.

Se la rimozione dell’oggetto non altera la percezione da parte del pubblico, quindi non è un elemento essenziale che influenza, inganna va a forviare con riguardo all’autenticità e veridicità, allora probabilmente non richiede la marchiatura.

In caso contrario, alimenta una falsa apparenza di autenticità o di veridicità. Considera che il fotorealismo non è di per è deepfake, ma più il contenuto è verosimile, più è probabile lo sia.

La sostituzione dello sfondo deve essere dichiarata?

Non sempre, perchè devi partire dalle considerazioni sopra. La generazione o manipolazione tramite AI di scene di sfondo, se si tratta di una semplice ambientazione aggiunta ad un prodotto venduto tramite e-commerce, se questa non va ad influire sulla percezione del pubblico anche in relazione ad esempio all’uso del prodotto, allora non è necessaria la dichiarazione.

Se invece, in relazione all’uso del prodotto, al pubblico di riferimento, al contesto, la sostituzione o aggiunta dell’ambientazione influisce sulla percezione e quindi ad esempio l’utente può essere indotto a compiere una scelta che non avrebbe adottato, allora è necessaria la segnalazione.

Il come fare l’etichettatura, è un tema di cui abbiamo discusso qui e qui, ma se vuoi approfondire, contattaci.

Cosa cambia tra correzione tecnica e modifica sostanziale?

La valutazione deve essere sempre fatta nel suo complesso, tenendo conto della somiglianza, del messaggio sostanziale, del contesto di diffusione, della composizione del pubblico, delle aspettative.

É fondamentale chiedersi se si tratta di aspetti sostanziali o irrilevanti, se quindi la modifica ha un’importanza marginale per la valutazione da parte di una persona in relazione all’autenticità o veridicità del contenuto.

È marginale ad esempio la relazione dell’illuminazione, la correzione del colore, la riduzione del rumore. Questo sempre sulla base del consueto e dell’impatto sulla percezione delle persone.

La correzione del colore a fini prettamente estetici, non ha alcuna influenza sulla percezione da parte dell’utente del contenuto. Se invece la correzione del colore ha effetti ad esempio con riguardo alla corretta interpretazione del contenuto, alla percezione del prodotto, alla comunicazione corretta, allora è un deepfake. Se può influire negativamente usulla percezione che una persona ha dell’autenticità e della veridicità del contenuto.

Il fotoritocco o la post con AI è deepfake? Come fare

Non è quindi possibile adottare una soluzione univoca: non sempre il fotoritocco con sistemi di AI porta ad un contenuto deepfake e non sempre la modifica di un’immagine tramite sistema di AI è deepake.

L’aspetto principale da considerare è appunto il fatto se l’editing, le pratiche tecniche adottate, le modifiche possono influenzare negativamente sulla percezione che una persona ha dell’autenticità e della veridicità del contenuto.

Se è probabile, allora il contenuto rientra nel deep fake e deve essere etichettato, altrimenti è una modifica che però rimane con un’importanza marginale.

Ti suggeriamo di partire da una valutazione complessiva, ecco alcune domande che ti faremo in consulenza:

Se desideri approfondire l’argomento, oltre a poter navigare tra le risorse di questo sito internet, puoi contattarci per fissare un appuntamento e valutare come gestirla internamente in azienda.

La conformità della tua agenzia all’AI ACT è un obbligo contrattuale verso il cliente

Tra rinnovi, nuovi preventivi e contratti di comunicazione, i clienti ti chiederanno garanzie di rispetto del Regolamento AI ACT, responsabilità nuove in relazione ai contenuti prodotti, rispetto di policy e procedure, elenchi di sistemi AI. Ecco come organizzarsi al meglio dal 02 agosto 2026 (piena applicazione l’AI ACT).

In uno degli ultimi articoli pubblicati (per leggerlo clicca qui “AI ACT: quando un’agenzia di comunicazione deve dichiarare che un contenuto è generato dall’AI“) ti ho parlato degli obblighi legali previsti dal Regolamento Europeo sull’Intelligenza Artificiale 2024/1689 con particolare riguardo ai contenuti generati o manipolati tramite AI e quindi all’articolo 50 che attengono alla comunicazione nei confronti dell’utente finale affinchè non vi siano inganno e sia garantita la trasparenza.

Ti ho già dato gli strumenti per iniziare a costruire una procedura interna (per leggerlo clicca qui “Policy per l’uso dell’intelligenza artificiale in agenzia: come costruirla“), destinata a dipendenti e collaboratori stretti, per regolamentare in modo adeguato internamente l’utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale e per evitare quindi si verifichino comportamenti non corretti.

Vediamo quindi se e come modificare il contratto a seguito dell’uso dell’AI e quale impatto hanno le clausole che il cliente può imporci.

L’agenzia di comunicazione deve dire al cliente che usa l’intelligenza artificiale?

Qui c’è una prima questione da dirimere e riguarda il tipo di contratto e la struttura dell’agenzia di comunicazione. Solo dopo aver stabilito questi due punti possiamo stabilire se esiste un obbligo giuridico di comunicazione al cliente.

Il legislatore italiano, per i professionisti intellettuali ha previsto l’obbligo di comunicazione. Infatti, l’articolo 13 della Legge 23 settembre 2025 , n. 132 impone al professionista di fornire le informazioni relative ai sistemi di intelligenza artificiale utilizzati dal professionista con linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo.

Quali sono obblighi AI del professionista (SEO specialist, social media manager, ecc) verso il cliente?

I professionisti intellettuali sono soggetti in cui la prestazione a carattere intellettuale prevale su quello materiale. Chiaramente, nel nostro caso, agenzie di comunicazione, alle aziende che lavorano nel settore digitale e a chi sviluppa software sono tutte professioni intellettuali, se erogate singolarmente. Altrimenti diventano dei contratti d’appalto di servizi.

Tipiche professioni intellettuali sono quelle dell’avvocato o del medico, che richiedono anche un’iscrizione ad un albo. Ci sono però delle prestazioni intellettuali, ad esempio quella del social media manager o del consulente SEO che non richiedono iscrizione ad albi, ma che comunque sono prestazioni intellettuali.

Quindi, se si tratta di un contratto d’opera intellettuale, così come previsto dalla normativa, scatta l’obbligo di comunicazione ed informazione al cliente del fatto che vengono utilizzati sistemi d’intelligenza artificiale. La ragione è preservare il rapporto di fiducia che nell’ambito delle professioni intellettuali, in cui il rapporto è tipicamente uno a uno (cliente-freelance) ha maggiore rilevanza.

E infatti, attenzione, oltre a questo obbligo d’informazione, vige l‘obbligo di utilizzare i sistemi di intelligenza artificiale unicamente per lo svolgimento delle attività strumentali e di supporto all’attività professionale, dovendo rimanere prevalente il lavoro intellettuale oggetto della prestazione.

Quali sono obblighi AI dell’agenzia di comunicazione verso il cliente?

Il fatto che l’agenzia di comunicazione non sia un freelance, non esclude direttamente dall’obbligo di cui sopra. Te la faccio breve per evitare un trattato giuridico ma ti invito a valutare questi due profili principali (che saranno quelli di partenza nella gestione di un’ipotetica vertenza).

1. Come è strutturata l’agenzia di comunicazione?

Può essere una società a responsabilità limitata o per azioni oppure in realtà essere uno studio grafico che raggruppa più freelance oppure una SRL a socio unico con uno o due dipendenti.

    Chiaramnete, se si trata di professionisti che abitualmente lavorano insieme per alcuni lavori, che dividono gli spazi, che magari si presentano all’estetno come studio (e so che ce ne sono tantissimi), allora rientri tra gli obblighi di cui sopra.

    Se poi invece sei una SRL a socio unico, parliamone: quanti sono i dipendenti, qual è il tuo ruolo nei confronti del cliente, si può comunque trattare di un rapporto fiduciario che ti distingue tipicamente da un’agenzia? Tipicamente in questi casi si, perchè il cliente si rivolge alla tua SRL per la tua persona.

      2. Qual è la prestazione che l’agenzia di comunicazione fornisce al cliente?

      Devo rammentarti che il titolo che dai al contratto, non conferisce la sostanza e quindi non determina qual è la legge applicabile. In un ipotetico contenzioso, si dovrà stabilire innznaitutto se si tratta di un contratto tipico (ossia che rientra tra quelli previsti dal codice civile) oppure un contratto atipico (che comunque potrà essre desitntario almeno in parte della disciplina più affine). Di solito, nell’ambito della comunicazione, la valutazione viene compiuta tra contratto d’opera intellettuale e contratto d’appalto di servizi.

      E quindi, anche in questo caso, se sulla base dell’oggetto, del tipo di prestazione, del rapporto fiduciario, della struttura viene qualificato come contratto d’opera, allora vi sono gli obblighi d’informazione e comunicazione citati nel precedente paragrafo. Altrimenti, non corre obbligo legale ai sensi dell’art 13 della citata legge.

      Quali informazioni ti suggerisco di dare al cliente in ambito AI

      È vero che potrebbe non essserci, ad oggi, un obbligo legale previsto dall’articolo 13 con riguardo alla tua agenzia di comunicazione, ma potresti comunque essere tenuto a fornire alcune informazioni, anche per evitare un aggravio della tua responsabilità.

      Ti faccio alcuni esempi, ma considera l’elenco non esaustivo.

      Il trattamento dei dati personali

      In ogni punto del globo ti diranno: mai inserire dati personali come informazioni di input. Io ti dico che lo so che per le agenzie di comunicazione, anche in relazione al tipo di attività che sono chiamate a svolgere (ad esempio un’analisi di mercato) possono dover inserire dati personali del cliente. Inoltre, potrebbe accadere che seppure l’istruzione di input non contiene direttamente un dato personale, il soggetto in base alla caratteristiche che vengono indicate, è comunque identificabile.

      Cosa fare quindi?

      Sicuramente dovrai valutare il sistema d’intelligenza artificiale. Per farlo ti suggerisco di allestire una mappatura dei sistemi d’intelligenza artificiale per comprendere le modalità di trattamento dei dati, i tempi di conservazione, i tipi di trattamento, eccetera (ma anche chiaramente l’affidabilità del sistema).

      Poi, dovrai fornire le informazioni acquisite (sintetizzate e ricostruite) al cliente nell’ambito dell’informativa per il trattamento dei dati personali o in altro documento da questi richiesto. Potrebbe anche richiederti una valutazione in relazione alle misure di sicurezza, doverosa qualora tu sia un responsabile del trattamento ai sensi dell’art 28 GDPR.

      L’obbligo di etichettatura dei contenuti

      Se anche non hai un obbligo legale di informazione al cliente dei sistemi d’intelligenza artificiale che intendi utilizzare, potresti comunque avere degli obblighi di etichettatura nei casi in cui tu vada ad utilizzare sistemi AI per la generazione o manipolazione dei contenuti.

      Questa è una tematica molto delicata perchè implica:

      • responsabilità contrattuale nei confronti del tuo cliente: se non è adeguatamente informato circa l’utilizzo dei contenuti che generi, potrebbe eccepire il tuo inadempimento per negligenza professionale
      • responsabilità nei confronti dell’utente finale, per regresso del cliente: se vengono pubblicati dal tuo cliente contenuti che hai messo a disposizione, non adeguatamente etichettati, lui sarà responsabile in via diretta, ma poi agirà nei tuoi confronti;
      • sanzioni per mancata etichettatura: qui la responsabilità potrebbe essere in solido di entrambi, perchè potresti occuparti tu della diffusione per suo conto, oppure metterli a disposizione per una pubblicazione autonoma.

      Cosa fare quindi?

      In primo luogo, informare il cliente in relazione all’uso di sistemi di intelligenza artificiale. In secondo luogo comunicare in modo esaustivo, comprensibile ed adeguato le modalità ed i limiti di utilizzo dei contenuti generati messi a disposizione. L’ideare sarebbe fornire delle regole di pubblicazione e di gestione a completamento degli obblighi contrattuali in relazione al servizio.

      L’utilizzo del materiale del cliente

      Lo so che spesso il cliente vuole fornirti delle “idee” per sviluppare i contenuti che ti commissiona. Tuttavia, con l’era dell’intelligenza artificiale, questo tema diventa più delicato. Sappiamo che anche il cliente può interagire con questi sistemi ma non abbiamo controllo nè in relazione a quali sistemi trattasi, nè in relazione al dati di input, nè all’abbonamento che ha attivato (se è stato attivato).

      E quindi, potremmo trovarci a compiere delle lavorazioni su contenuti che ci sono stati consegnati ma di dubbia provenienza e su cui non siamo in grado di conoscere se e quali diritti il cliente ha acquisito e se, a seguito del nostro apporto, può trattarsi di contenuto originale e dotato dei requisiti per l’acquisto del diritto d’autore.

      Cosa fare quindi?

      Qui è importante inserire a contratto una clausola relativa al materiale che il cliente consegna, con una massima tutela ed esonero di responsabilità in relazione ai contenuti generati tramite sistemi di intelligenza artificiale.

      In alternativa, puoi anche prevedere una manleva ex post, sopratutto (caso reale) se ti viene richiesto di ritoccare un logo che il cliente afferma di aver generato tramite sistemi d’intelligenza artificiale.

      Quali obblighi può imporre il cliente in materia di AI?

      Il cliente può agire d’anticipo e sottoporci il suo contratto, oppure richiederci una revisione del contratto di comunicazione in essere. In questo articolo ci occupiamo esclusivamente di clausole AI ma il tema della contrattualistica è il core business dello studio e quindi trovi varie risorse sia in relazione alla struttura del preventivo, degli allegati al contratto, del contratto di comunicazione, delle modalità con cui apportare le modifiche, oltre che della gestione degli aspetti patologici.

      Ecco gli obblighi che il cliente ci potrebbe imporre. Chiaramente in ottica negoziale, possiamo accettarli o meno. Alcuni però potrebbero in realtà rivestire un obbligo legale e quindi si rientra in quanto già detto.

      Il cliente può chiedere un elenco degli strumenti AI che intendi utilizzare. Se ti sei attivato o attivata per la mappatura che ti dicevo e comunque per una conformità all’AI ACT effettiva, sicuramente non avrai problematiche per adempiere a questa richiesta. Se invece non l’hai fatto, ti suggerisco di attivarti.

      Il cliente può chiederti di conservare le istruzioni di input per il tempo di durata del contratto e consegnarle su richiesta. Chiramente, nessun obbligo legale. Inoltre, in relazione alla tipologia di servizio, questo potrebbe includere know how importante della tua agenzia. Potresti comunque avere interesse a conservarlo per ragioni di diritto d’autore nei confronti di terzi; ma verso il cliente, la conservazione che poi può trasformarsi in consegna, potrebbe essere equiparata alla consegna dei file di lavorazione.

      Il cliente può importi una responsabilità per i contenuti che vengono generati e richiedere garanzie. La responsabilità ad esempio implica il fatto che l’agenzia garantisca di disporre dei diritti e di trasferirli al cliente e che l’agenzia assicuri al cliente l’utilizzi degli output che non vadano a violare la proprietà intellettuale o industriale altrui.

      Questo è un fattore importante, perchè i sistemi d’intelligenza artificiale non garantiscono che i contenuti generati siano originali, non assicurano che siano unici e quindi espressamente dichiarano che potrebbero non essere destintari della normativa a protezione del diritto d’autore.

      Il cliente può richiedere un generico complessivo rispetto dell’AI ACT e del GDPR nell’uso dei sistemi di AI e da parte dei sistemi in uso. Il rispetto della normativa applicabile, laddove ne siamo destinatari diretti, rimane un obbligo legale. inserirlo all’interno di un contratto e oltretutto in modo generico, aggiunge un obbligo al risarcimento del danno in caso di violazione, oltre che la sanzione.

      Se invece non siamo diretti destinatari della normativa (ad esempio NIS 2), una clausola di questo tipo determina un impegno notevole, un adeguamento sostanziale, dei costi importanti che non tutte le agenzie possono supportare. E quindi, in ottica negoziale si dovrà valutare anche eventualmente determinando una modifica del budget di partenza.

      La distinzione tra obbligo di trasparenza verso il pubblico e trasparenza contrattuale nel rapporto con il cliente

      L’obbligo di trasparenza previsto dalla normativa, ha l’obiettivo di proteggere l’utente in relazione ai contenuti generati o manipolati tramite sistemi d’intelligenza artificiale. Il mancato rispetto delle regole previste implica una violazione del Regolamento Europeo AI ACT 1689/2024 e sanzioni di diverso tipo commisurate al fatturato dell’impresa.

      La responsabilità è in capo a colui che utilizza il sistema e quindi, la tua agenzia di comunicazione. Ti esponi alle sanzioni.

      Gli obblighi invece previsti all’interno del contratto con il cliente, non hanno origine dalla normativa, ma dal contratto, che ha forza di legge tra le parti. In caso di violazione delle garanzie assunte o di mancato rispetto del contratto, implica una responsabilità per inadempimento e può condurre alla risoluzione del contratto.

      La responsabilità in questo caso è nei confronti del cliente e potrai esporre la tua agenzia al risarcimento del danno.

      Si tratta di due piani diversi. A cui però se ne possono aggiungere altri. Ad esempio, qualora l’utente agisca perchè non adeguatamente informato in relazione al contenuto, questo potrebbe esporre ad una responsabilità diretta del tuo cliente, ma sarai tu in via di regresso responsabile nei confronti del consumatore.

      Un altro piano potrebbe riguardare il trattamento del dato personale, che come dicevo deve avvenire in modo conforme al regolamento GDPR e adeguatamente comunicato al cliente.

      Da dove partire per aggiornare il contratto e il cliente all’AI ACT

      In estrema sintesi la documentazione da cui partire per un corretto adeguamento all’AI ACT con riguardo alla relazione commerciale con i tuoi clienti riterrei possa essere la seguente. Il condizionale è d’obbligo non conoscendo in modo specifico la tua realtà aziendale, l’ambito di utilizzo dell’AI in agenzia, i sistemi in uso e tutte le informazioni che vengono acquisite in fase di consulenza.

      Tipo di documentoCosa contiene
      Comunicazione e-mail al clienteInformazione al cliente che l’agenzia utilizza sistemi d’intelligenza artificiale, che l’agenzia è a conoscenza della normativa e dei nuovi obblighi in materia di trasparenza dei contenuti
      Linee Guida AI per il clienteRegole che il cliente deve osservare per utilizzare i contenuti generati o manipolati tramite sistemi di AI
      Eventuali limiti di utilizzo
      Limitazioni di responsabilità dell’agenzia in caso di violazione delle linee guida
      Contratto di servizi sottoposto dall’agenziaAggiungere o integrare il contratto con l’informativa sull’uso di sistemi d’intelligenza artificiale
      Prevedere delle limitazioni di responsabilità in relazione a quanto sviluppato

      Foto di Sommart Sopon

      art 50 ai act obblighi agenzie comunicazione 2 agosto 2026

      AI Act dal 2 agosto 2026: quando un’agenzia di comunicazione deve dichiarare che un contenuto è generato dall’AI

      Dal 02 agosto 2026 trova piena applicazione l’AI ACT. Per te che sei un’agenzia di comunicazione, un’azienda che lavora online o una software house è una data importante: devi attivarti per la conformità legale dei contenuti che sviluppi, produci e rivendi e per per la revisione dei processi di lavorazione come integrati con l’AI.

      Cosa cambia dal 02 agosto 2026

      Dal 02 agosto 2026 avrà piena applicazione il Regolamento Europeo sull’Intelligenza Artificiale e si applicano tutte le regole descritte nel testo. Ai nostri fini, trovano applicazione gli obblighi giuridici descritti all’articolo 50 che riguardano l’identificazione dei contenuti sviluppati, generati e manipolati tramite sistemi d’intelligenza artificiale.

      Il Regolamento Europeo, approvato dal Parlamento Europeo, è il numero 1689: detta regole armonizzate sull’intelligenza artificiale e modifica alcuni regolamenti già approvati. È entrato in vigore il 02 agosto 2024 ma, per consentire ai destinatari di adeguarsi in un tempo congruo, ha avuto piena applicazione dal 02 agosto 2026, salvo alcune eccezioni.

      Oltre al Regolamento, nel nostro ordinamento è stata approvata la Legge 23 settembre 2025 , n. 132 che ha fornito disposizioni e deleghe al governo in materia di intelligenza artificiale, su settori specifici ma che riguarda ad esempio anche le professioni intellettuali.

      Ci sono poi altre regole, come ad esempio il Libro Bianco sull’Intelligenza Artificiale, il Codice di buone pratiche sulla trasparenza dei contenuti generati dall’IA approvato dalla Commissione (utilissimo ai nostri fini).

      In realtà, l’Unione Europea da pochi giorni ha nuovamente legiferato in materia di intelligenza artificiale (Regolamento n. 1744 del 2026) e per quanto ci riguarda, ha precisato la decorrenza di alcuni degli obblighi che andiamo a descrivere: infatti, per i sistemi commercializzati prima del 02 agosto 2026, gli obblighi dei fornitori slittano al 02 dicembre 2026.

      Il ruolo dell’agenzia di comunicazione rispetto all’AI ACT

      Per prima cosa, come agenzia di comunicazione o azienda che lavora nei digitale, devi stabilire se sei un provider o un deployer, oppure entrambi a seconda dei casi. E per stabilirlo, dobbiamo verificare le definizioni che ci fornisce il Regolamento Europeo.

      • Il fornitore (provider) è chiunque che sviluppa (o fa sviluppare) un sistema di IA o un modello di IA e che lo immette sul mercato (anche non a pagamento).

      Tutto chiaro: se sei un’azienda che come core business ha lo sviluppo di sistemi AI da concedere in licenza sul mercato, sei un fornitore; ma puoi essere un fornitore anche quando incarichi un’azienda che fa sviluppo, alla progettazione di un tuo sistema di AI da mettere a disposizione ai tuoi clienti.

      Esempio: la tua agenzia di comunicazione sta sviluppando un sistema di intelligenza artificiale che consente ai clienti che hanno un e-commerce di creare il proprio modello AI a cui far indossare i capi di abbigliamento che il tuo cliente vende tramite l’e-commerce.

      • L’utilizzatore (deployer) è chiunque utilizza un sistema di IA sotto la propria autorità (tranne nel caso in cui il sistema di IA sia utilizzato nel corso di un’attività personale non professionale).

      Ossia, in tutti gli altri casi in cui l’agenzia di comunicazione utilizza un sistema di AI, attiva un abbonamento ma non ha il controllo per la fase di sviluppo;

      Quali sono gli obblighi giuridici dell’articolo 50 AI ACT per le agenzie di comunicazione

      Gli obblighi giuridici in materia di contenuti sono disciplinati dall’articolo 50 del Regolamento AI ACT e riguardano i fornitori di sistemi di intelligenza artificiale (provider) e i deployer (utilizzatori).

      Dopo aver stabilito il tuo ruolo con riguardo al singolo cliente o al singolo contenuto, dobbiamo valutare gli obblighi giuridici che ti riguardano, come sviluppatore o come utilizzatore.

      1) Obblighi generali dei fornitori di sistemi di AI (provider)

      In generale, i fornitori che sviluppano sistemi AI destinati a interagire in via diretta con le persone devono informare le persone di stare interagendo con un sistema di IA.

      Esempio: se incarichi un’azienda a sviluppare un chatbot destinato ad essere integrato all’interno di un sito interent di un tuo cliente che si occupa di BtoC, allora dovresti attivarti affinchè il chatbot informi l’utente al primo contatto, che sta interagendo con un sistema di intelligenza artificiale.

      Questo significa che in fase di sviluppo e progettazione, devi prevedere questa informativa, si tratta di AI by design ossia pensare alla compliance AI già in fase di progettazione.

      Può non essere necessaria l’informativa quando risulta evidente dal punto di vista di una persona fisica ragionevolmente informata, attenta e avveduta, tenendo conto delle circostanze e del contesto di utilizzo. Chiaramente, sarai tu però a dover dimostrare queste circostanze e quindi l’eccezione.

      2) Obblighi dei fornitori di sistemi di AI (provider) sui contenuti generati

      Sempre i fornitori (provider) che generano contenuti audio, immagine, video o testuali sintetici, garantiscono che gli output del sistema di IA siano marcati in un formato leggibile meccanicamente e rilevabili come generati o manipolati artificialmente

      Attenzione, all’interno di questa definizione, c’è un mondo.

      Innanzitutto, i dati sintetici “sono dati artificiali generati da dati originali e da un modello che viene addestrato a riprodurre le caratteristiche e la struttura dei dati originali”; e “ciò significa che i dati sintetici e i dati originali dovrebbero fornire risultati molto simili quando vengono sottoposti alla stessa analisi statistica”, ce lo dice Robert Riemann del Comitato Europeo per la Protezione dei Dati (EDPB)

      La “marcatura” deve avvenire in “formato leggibile meccanicamente“. La marcatura consiste nell’azione di contrassegnare il contenuto. Può essere compiuto tramite un’unica tecnica o una combinazione di più modalità. La marcatura deve essere in formato leggibile da una macchina ossia strutturata in modo da consentire ai software di identificarle, riconoscerle ed estrarle facilmente, senza l’intervento umano.

      Esempi di marcatura: filigrane, identificazioni tramite metadati, metodi crittografici per dimostrare la provenienza e l’autenticità dei contenuti, metodi di registrazione, impronte digitali o altre tecniche, nonché una combinazione di tali tecniche.

      Inoltre, deve essere “rilevabile” come generato o manipolato artificialmente. Uno strumento di rilevamento è un meccanismo che rileva se un contenuto è stato generato dall’IA o manipolato. Ci sarà una soluzione di rilevamento standardizzata, indipendente dal fornitore e interoperabile, che sia sicura, garantisca la tutela della privacy e sia eseguibile localmente. Finchè non è approvata, il fornitore potrà utilizzare la propria ma dovrà rispettare gli standard.

      3) Obblighi degli utilizzatori AI (deployer) sui contenuti generati o manipolati

      Gli utilizzatori dei sistemi per generare o manipolare immagini o contenuti audio o video che assomigliano notevolmente a persone, oggetti, luoghi, entità o eventi esistenti e che potrebbero apparire falsamente autentici o veritieri a una persona (deep fake) devono rendere noto in modo chiaro e distinto che il contenuto è stato creato o manipolato artificialmente etichettando di conseguenza gli output dell’IA e rivelandone l’origine artificiale

      Anche qui, la definizione è molto complessa, richiede un’adeguata lettura professionale della normativa ed un’analisi caso per caso.

      Cosa si intende per “somiglianza notevole” a persone, oggetti, luoghi, entità eventi esistenti?

      La somiglianza deve esserci con soggetti esistenti e deve inoltre essere apprezzabile, non serve sia identico. La valutazione dovrà essere fatta caso per caso e quindi chi diffonde dovrà assumersi la responsabilità della scelta.

      Cosa deve essere “esistente” per essere deep fake ed essere etichettato come generato o manipolato?

      L’esistenza del soggetto ha l’obiettivo di evitare rischi di usurpazione d’identità, inganno, disinformazione, manipolazione e frode. È quindi sufficiente “che le persone, gli oggetti, i luoghi, le entità o gli eventi simulati assomiglino a qualcuno o qualcosa che esiste, che possa plausibilmente esistere o che avrebbe potuto plausibilmente esistere nella realtà per essere considerati un deep fake, poiché tali contenuti possono costituire una fonte importante di inganno, manipolazione e disinformazione“. Questo è quello che ci dice la Commissione.

      Ad esempio, le persone, gli oggetti, i luoghi, le entità o gli eventi sono simulati quando sfidano le leggi della natura o della fisica (soggetti chon sembianze di persone che volano) o che non hanno potenziale di indurre in errore (ADV con animali che parlano) sono considerati irrealistici e pertanto non rientrano nell’ambito di applicazione dell’obbligo.

      Qual è la differenza tra “falsa apparenza di autenticità” e “veridicità” quando si parla di contenuto generato o manipolato tramite AI?

      Qui si torna all’obiettivo dell’obbligo giuridico. La regolamentazione ha l’obiettivo di evitare di ingannare o fuorviare potenzialmente una persona riguardo all’autenticità o alla veridicità del contenuto. Un contenuto è autentico quando è effettivamente ciò che dichiara di essere. Un contenuto è verosimile quando è corretto a livello fattuale (non lo è quando ci sono delle persone che volano).

      É necessario quindi valutare se può apparire falsamente autentico o falsamente veritiero ad una persona. è fondamentale valutare il messaggio che viene veicolato, il contesto di diffusione, la composizione del pubblico. Non si guarda l’obiettivo soggettivo dell’azienda che diffonde ma l’indagine deve essere oggettiva.

      Ad esempio: se andiamo a produrre delle scene di sfondo relative al prodotto che vendiamo, non dovrebbe essere suscettibile di apparire il contenuto come veritiero. Ma se invece creiamo delle rappresentazioni di persone non veritiere come attori o modelli, allora dobbiamo dichiararlo.

      Bisogna dichiarare tutti i contenuti creati con l’AI?

      Bisogna partire da una considerazione: gli obblighi giuridici che ti riguardano hanno l’obiettivo di garantire un utilizzo corretto, trasparente e responsabile dell’intelligenza artificiale, valutando l’impatto sui diritti fondamentali (inganno nei confronti dell’utente). Sulla base di questo possiamo valutare quando è effettivamente necessario e quindi obbligatorio dichiarare che i tuoi contenuti sono AI.

      Non ti posso confermare che tutti i contenuti che generi o manipoli dovranno essere etichettati come contenuti generati AI. Ma ho l’obbligo di dirti che la valutazione deve essere fatta caso per caso, dando lettura al Regolamento e agli atti collaterali e analizzando le singole fasi di lavorazione dove includi l’uso dell’AI.

      Quello che devi chiederti come punto di partenza per comprendere se devi eseguire la dichiarazione o meno è: il contenuto che ho generato o manipolato, per tale fatto, può ingannare o fuorviare il pubblico dell’autenticità o veridicità? Ti assicuro però che non è una domanda banale e che implica delle valutazioni oggettive ma anche delle decisioni di responsabilità.

      Possiamo aiutarti a comprendere effettivamente come intervenire.

      Check-list: cosa deve fare oggi un’agenzia di comunicazione?

      Eccoci ai compiti per le vacanze. Riteniamo fondamentale fornirti una road map per valutare se e quando sei obbligato a dichiarare che si tratta di un contenuto generato o manipolato tramite AI.

      Attenzione, il processo di conformità all’AI ACT della tua agenzia di comunicazione non riguarda “solo” l’etichettatura. Qui abbiamo deciso di focalizzarci su questo tema, ma la necessità è di un’indagine approfondita in relazione a come viene gestita l’intelligenza artificiale all’interno della tua azienda.

      Per quanto riguarda l’articolo 50, ecco una check-list di base:

      Questo è il punto di partenza. Acquisiti queste informazioni, si può valutare come procedere, eventualmente anche tramite il nostro supporto. è fondamentale infatti avere una procedura AI interna, uniforme e che venga rispettata da tutti i dipendenti. È altrettanto importante gestire in modo corretto la relazione con il cliente (non fornire garanzie non sostenibili ad esempio, ma verificare adeguatamente gli strumenti in uso).

      Foto di cottonbro studio

      Come fare un inventario degli asset? La sicurezza e privacy dell’agenzia di comunicazione

      Fare un inventario del “ferro” ossia dei dispositivi hardware, può essere relativamente semplice. Ma è tutt’altro rispetto all’inventario delle informazioni e degli asset ai fini del trattamento dei dati personali, della sicurezza informatica, dell’affidabilità, della confidenzialità. In questo articolo parliamo di questo e vediamo come fare.

      Sempre più spesso ci troviamo a supportare le agenzie di comunicazione e le aziende di software, per quanto riguarda le procedure NIS 2, ossia sicurezza informatica. Come parte della catena di approvvigionamento, siamo certi che alcuni tuoi clienti ti hanno chiesto di sottoscrivere delle policy.

      Cos’è un inventario degli asset?

      Un inventario degli asset è composto dalle informazioni relative agli asset dell’organizzazione che, per quanto riguarda l’agenzia, sono: hardware, software/sistemi/piattaforme, dati/informazioni.

      La parte che riguarda le informazioni è una mappatura strutturata, ragionata e mantenuta aggiornata delle categorie di informazioni rilevanti trattate dall’organizzazione. Diventa uno strumento di governance, sopratutto se viene impostato con riferimento al criterio CID.

      Per un’agenzia, le informazioni sono ad esempio, per categorie: dati clienti, anagrafiche, contatti, impostazioni delle campagne, materiali creativi, account e credenziali.

      Per quanto attiene invece ad hardware e software, la questione è più semplice. Spesso le agenzie sono molto ordinate su questo. Ma è fondamentale che, almeno, per quanto riguarda l’hardware ci siano le corrette configurazioni e per quanto riguarda il software, l’indicazione delle licenze.

      Partiamo dal perchè un inventario

      Una delle politiche di igiene informatica che un’agenzia di comunicazione dovrebbe seriamente valutare riguarda la configurazione dei dispositivi e del loro ciclo di vita, per proteggere e garantire la continuità operativa. Il considerando n. 89 della Direttiva NIS 2 fa riferimento proprio a questo profilo.

      Oltre a questo, l’ISO 27001/2022 nel controllo 5.9 fa riferimento all’inventario delle informazioni e degli asset prevedendo che debba essere sviluppato e mantenuto, anche con riguardo ai responsabili.

      Si tratta di un adempimento spesso sottovalutato, ma è uno degli elementi più importanti per costruire un sistema di sicurezza efficace e coerente. Nelle agenzie di comunicazione il valore delle stesse risiede spesso nelle informazioni che vengono gestite.

      Il ciclo di vita dell’asset

      La normativa impone un’adeguata gestione del ciclo di vita dell’asset. La vita di un asset tangibile come può essere un hardware è certamente differente rispetto alla gestione di un’informazione digitale. È quindi importante fissare una procedura interna per ciascuna categoria così da conoscere lo stadio di riferimento ed intervenire (ad esempio con aggiornamenti programmati o con l’eliminazione dell’informazione).

      Per quanto riguarda l’informazione, il ciclo di vita non è altro che quello che il trattamento del dato, ai sensi dell’art 4 del GDPR: “raccolta, la registrazione, l’organizzazione, la strutturazione, la conservazione, l’adattamento o la modifica, l’estrazione, la consultazione, l’uso, la comunicazione mediante trasmissione, diffusione o qualsiasi altra forma di messa a disposizione, il raffronto o l’interconnessione, la limitazione, la cancellazione o la distruzione;“

      Per quanto attiene invece all’hardware, la fase di configurazione iniziale, la gestione degli aggiornamenti, i controlli degli accessi, la collocazione, la consegna, la restituzione, il reso, il ricondizionamento..

      Come fare un inventario?

      La modalità viene concordata con l’agenzia di comunicazione, in base ai flussi interni e all’organizzazione. Tuttavia, può essere opportuno compiere alcune modifiche anche su questo punto, sopratutto quando non c’è un ordine.

      Un inventario dovrebbe almeno avere, di base:

      • un numero identificativo univoco
      • la descrizione dell’asset (suggeriamo di dividere per fogli in relazione alla macro categoria=
      • il soggetto responsabile
      • i soggetti / categoria di soggetti che accedono
      • l’analisi CID
      • il grado di rischio
      • le misure adottate per limitare il rischio

      L’indagine sul rischio è l’attività fondamentale dal punto di vista della sicurezza informatica. Porta con sé una serie di altre valutazioni, con riguardo alla configurazione, al backup, al disaster ricoveri, alla business continuity. Un approccio basato sul rischio è quello che ha accompagnato il GDPR e che connota la NIS 2.

      Attenzione: qui ci siamo focalizzati sull’inventario, ma questo è fa parte del progetto di adeguamento interno alla NIS 2, che presuppone un analisi strutturata iniziale. Infatti, la normativa prevede principi e misure generali e prevede poi l’adozione di misure adeguate e proporzionate. Vengono quindi stabiliti degli obiettivi e poi, è nell’ambito del lavoro effettivo che serve definire quelle che sono le misure che assicurano all’agenzia un livello di sicurezza adeguato ai rischi. Inoltre, è attraverso la valutazione a stretto contatto con la governance dell’agenzia che si può stabilire quelle che sono le misure proporzionate, in relazione alle dimensioni dell’azienda, alla probabilità che si verifichino i rischi, alla gravità, oltre che all’impatto che questi potrebbero avere sotto il profilo sociale ed economico.

      Con questo articolo, forse poco chiaro per alcuni, vogliamo dire alle agenzie che fanno parte della c.d. catena di approvvigionamento e che su “imposizione” del cliente dichiarano di essere adeguati o di adottare determinate misure, attenzione: non è un procedimento che si può gestire in modo automatizzato ma impone un lavoro effettivo e ragionato.

      Noi come Studio, in ottica multidisciplinare, ci avvaliamo di un supporto informatico professionale che interviene sin dalla fase di analisi, con l’obiettivo di acquisire una profonda conoscenza della realtà ed intervenire in modo effettivo, sia nella fase di implementazione delle misure, sia in ogni fase del ciclo di vita dell’informazione per garantire un’effettiva gestione della sicurezza all’interno dell’azienda.

      Foto di alleksana

      I servizi di terze parti, la responsabilità dell’agenzia di comunicazione e gli errori delle piattaforme

      Se stai leggendo questo articolo, posso immaginare la tua espressione, ma possiamo aiutarti a limitare quelli che sono i danni immediati e le richieste risarcitorie da parte del tuo cliente. Ma possiamo anche agire in anticipo, con alcune clausole contrattuali.

      È un argomento spinoso, sopratutto perchè in alcuni casi i contratti sono imposti dal cliente oppure il cliente non accetta nessuna limitazione di responsabilità oppure proprio non comprende che ci sono delle situazioni fuori dal controllo dell’agenzia.

      E noi siamo qui per questo.

      Le piattaforme sono “servizi terzi”, non responsabili?

      Nel contratto tra agenzia di comunicazione e cliente, le piattaforme sono soggetti terzi, non sono parti del contratto. Ma sono strumenti fondamentali che consentono all’agenzia di comunicazione di fornire il servizio, nei termini e nelle modalità concordate.

      Oltre a ciò i contratti con le piattaforme non sono negoziabili ed anzi, nella maggior parte dei casi i servizi sono acquistati “a rischio e pericolo” o “così come sono”.

      E poi, l’agenzia non è integrata alla piattaforma e quindi potrebbe non conoscere eventuali implementazioni sopravvenute che causano interruzioni nella visualizzazione, sospensioni delle campagne o qualsiasi altro.

      O ancora, ci potrebbero essere delle situazioni (leggasi, campagne) in cui, prima l’agenzia di comunicazione aveva il controllo e poi, a seguito dell’integrazione nella piattaforma di sistemi di intelligenza artificiale, queste attività non sono poi sotto il controllo dell’agenzia ma sono rese automatizzate dalla piattaforma.

      Ci sono quindi tanti eventi che mi sono stati riportati dalle agenzie, alcuni dei quali abbiamo dovuto gestire per arginare il problema sorto. Ad esempio, sopravvenuti cambi di algoritmo (con conseguenti richieste da parte del cliente in tema di risultati), down dei server (poco prima di un lancio), errori nell’AI generativa (questo oggi è il peggiore), sopravvenute modifiche delle piattaforme (sul punto, è necessario essere sempre attenti).

      Mi fermo.

      L’agenzia di comunicazione è sempre responsabile?

      La risposta, non può essere che l’agenzia non è mai responsabile nè che l’agenzia è sempre responsabile. E l’equilibrio sta nell’adottare delle clausole contrattuali realmente bilanciate ed effettivamente corrispondenti alle fasi dell’attività (leggasi, non copiate).

      Come consulenti legali, suggeriamo di essere chiari sin dall’inizio, dalla fase di preventivo, alla spiegazione dei servizi che verranno forniti, al contratto.

      Non è chiaramente burocrazia ma è un sistema strutturato che ci permette di intervenire in modo tempestivo in caso di problematiche. Per alcune agenzie siamo il legal department ossia l’ufficio legale esterno integrato. Questo ci aiuta ad essere tempestivi nelle risposte, in ottica di prevenzione dei “disastri”.

      L’esonero totale dalla responsabilità dell’agenzia

      Le clausole di esonero totale dalla responsabilità non funzionano, non vengono accettate e allontanano il cliente.

      Inserire delle clausole troppo aggressive, cosa che fanno in realtà le piattaforme nei nostri confronti, non è una soluzione.

      Se leggi il codice civile, all’articolo 1229 ci dice una cosa importante: è nullo qualsiasi patto che esclude o limita preventivamente la responsabilità per dolo o per colpa grave. Certamente, non siamo nell’ambito del dolo, ma se io mi rivolgo ad un’agenzia che afferma di avere una certa professionalità, anche per il solo fatto che esercita professionalmente l’attività dichiarata nell’oggetto sociale, la diligenza è valutata con minor rigore.

      Quindi, le leggerezze, nella gestione dei rapporti con le piattaforme, potrebbero essere astrattamente qualificate come colpa grave con conseguente inefficacia di una clausola.

      La limitazione della responsabilità dell’agenzia è un buon compromesso

      La responsabilità di una delle parti del contratto, può essere preventivamente limitata. E quindi, in un contratto di servizi di comunicazione che prevede l’attivazione di piattaforme di servizi terzi fuori dal controllo dell’agenzia, è ragionevole prevedere una clausola che limita la responsabilità dell’agenzia.

      Si può partire da alcuni profili d’indagine: la natura del servizio, la prevedibilità (e quindi evitabilità) del rischio, il margine di controllo effettivo, l’intervento autonomo di agenzia e cliente, i tempi di risposta della piattaforma.

      Ci sono poi alcune situazioni in cui l’agenzia rimane responsabile

      Quando l’agenzia rimane responsabile

      Lasciami richiamare alcune disposizioni del codice civile, come quella che regolamenta l’adempimento (e l’inadempimento, salvo “impossibilità della prestazione per causa non imputabile”) e la diligenza professionale.

      Ci sono infatti delle situazioni in cui la responsabilità rimane. Penso ad esempio: caricamenti errati, mancata pubblicazione di contenuti, omissioni operative varie, negligenze interne, ritardi.

      Di fatto, si tratta di situazioni di cui abbiamo il controllo e quindi di cui siamo certamente responsabili. Chiaramente, ci sono poi le tempistiche di ricezione da parte della piattaforma (ad esempio, rimozione dei contenuti, de-indicizzazione, ecc).

      Quando l’agenzia non è responsabile

      Ci sono delle situazioni che l’agenzia di comunicazione non può realisticamente controllare. Quello che mi preoccupa di più sono le sospensioni degli account, i cambi delle policy ADV, il downtime dei servizi.

      In questi casi, il contratto dovrebbe prevedere un’esclusione di responsabilità o perlomeno una limitazione. L’agenzia dovrebbe essere considerata adempiente nella misura in cui si attiva per il ripristino del servizio, l’apertura del ticket, il mantenimento dei contatti, ecc. Avere delle procedure interne che prevedono queste fasi, sicuramente aiuta sia ad intervenire con sollecitudine, sia a dimostrare la condotta tenuta, sia a descrivere al cliente l’effettivo margine di intervento.

      Come costruire una clausola di limitazione di responsabilità per servizi terzi rispetto all’agenzia

      Questo è il nostro lavoro di consulenti legali per agenzie di comunicazione. Quando andiamo a redigere un contratto, l’intervento dell’agenzia è fondamentale per comprendere l’effettivo flusso id lavoro (ordinario e straordinario in caso di malfunzionamenti ad esempio) per poter regolamentare in modo corretto.

      I punti da cui partire:

      1) Definire i servizi di terze parti

      Il contratto dovrebbe quindi chiarire quelli che sono gli strumenti che rientrano nella definizione (di norma inserita in una delle prime clausole del contratto).

      Mi riferisco a: piattaforme advertising, hosting, software SaaS, strumenti di analytics, cloud, strumenti di AI.

      2) Descrivere il controllo e le operazioni

      Il contratto dovrebbe specificare le aree in cui non c’è il controllo dell’agenzia (ad esempio, l’agenzia non può assicurare continuità). Però contestualmente dovrebbe anche descrivere i tempi di intervento in caso di criticità (apertura ticket) anche al fine di adottare misure per limitare i danni.

      3) Specificare le tipologie di danni

      È vero che il codice civile ci dice che il danno deve essere “conseguenza immediata e diretta” ma dice anche che deve comprendere la perdita subita e il mancato guadagno.

      è quindi bene specificare, soprattutto per le campagne ADV che potrebbero essere attivate nel lancio di un prodotto e che la fee d’agenzia non giustifica l’esposizione di notevole entità, alcune limitazioni: perdita profitto, perdita di opportunità commerciali, mancato risultati economici.

      L’ideale è comunque fissare un limite massimo di responsabilità, ad esempi commisurata al valore del contratto.

      Fai attenzione a tutto il contratto

      Una clausola di esonero o limitazione di responsabilità, deve essere adattata rispetto al contesto dei servizi e quindi a tutto il resto del contratto. Oltre che al flusso organizzativo interno.

      Tieni poi in considerazione che la limitazione di responsabilità è una clausola vessatoria: questo significa che o il contratto è negoziato tra le parti, oppure se si tratta di condizioni generali, devi inserire una specifica approvazione, altrimenti è inefficace.

      Foto di Atlantic Ambience