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Autore: Valentina Trevisan

I ruoli privacy nei coworking: chi tratta i dati dei freelance, imprenditori e coworkers?

Se sei il titolare di uno spazio di coworking, come in qualsiasi spazio di lavoro, è fondamentale la corretta impostazione dei ruoli delle persone che gestiscono i dati personali di coworker e freelance. Come fare?

Non serve che ti spieghi che il trattamento dei dati personali è regolato dal GDPR (Reg UE 2016/679) e dal Codice Privacy (d.lgs. 196/2003) e che questo vale anche (e soprattutto) negli spazi di coworking: qui, il rischio di perdita di dati o di erronea diffusione dei dati personali tramite gli spazi condivisi (fisici ma anche virtuali) è una questione importante. 

Se non ne sai molto e vuoi partire dagli inizi ti suggerisco:

  1. La gestione dei dati personali dei coworkers: i problemi del trattamento dei dati, le soluzioni e la modalità di strutturare un progetto privacy sicuro, adeguato e conforme. Lo trovi qui
  2. Gli aspetti contrattuali generali dei coworking: cos’è e cosa non è. Lo trovi qui

Passiamo quindi a parlare dei ruoli delle persone che girano attorno agli spazi di lavoro condivisi. Puoi comunque considerare non solo le società ma anche hub creativi, community per freelance, cooperative che mettono a disposizione luoghi per attività..

Attenzione ai ruoli privacy delle persone

È fondamentale innanzitutto prestare particolare attenzione alla corretta impostazione del tuo rapporto come titolare dello spazio di coworking con i coworkers che vi lavorano.

Partiamo da un esempio:

  • il coworker, sotto il profilo privacy, è qualificato come l’interessato al trattamento.
  • la società titolare del coworking, sotto il profilo privacy, è qualificato come titolare del trattamento;
  • il commercialista, il gestore del sito internet, il fotografo arruolato per gli eventi, sotto il profilo privacy, sono qualificati come responsabili del trattamento;
  • l’assistente virtuale o l’amministrazione dipendenti della società, sotto il profilo privacy, sono qualificati come autorizzati al trattamento;

Sembra facile, ma non lo è. Ad esempio, se:

  • Il c.d. interessato è una società, ci sono anche i dati di dipendenti e collaboratori;
  • Il coworking è uno spazio gestito come progetto da più aziende, il c.d. titolare del trattamento non è unico;
  • Gli eventi includono anche gli esterni o avviene la trasmissione in streaming, c’è la parte di tutela dei dati personali come fotografia;
  • L’utente può acquistare l’ingresso tramite APP, ci sono i termini e condizioni della piattaforma da vedere;

Qual è il ruolo del gestore dello spazio di coworking?

Il gestore di un coworking è un titolare del trattamento.

Sotto il profilo privacy, la normativa ti inquadra innanzitutto come titolare del trattamento dei dati personali dei free-lancers a cui affitti uno spazio nel tuo coworking.

Per poter gestire il rapporto tra te ed il coworker avrai infatti bisogno dei suoi dati personali, ad esempio per permettergli l’accesso all’area di lavoro e per la fatturazione dei relativi servizi.

Il gestore di un coworking può essere un responsabile del trattamento

Potresti trovarti a trattare i dati personali di clienti e/o fornitori dei tuoi coworkers, ad esempio tramite la registrazione degli accessi dei visitatori ai desk di accoglienza.

In questo caso potresti agire come responsabile del trattamento, svolgendo di fatto un trattamento dei dati personali di tali soggetti per conto del tuo coworker.

Chi è il titolare del trattamento in un spazio coworking?

La definizione di titolare del trattamento è data dall’art 4 del GDPR: “la persona fisica o giuridica, l’autorità pubblica, il servizio o altro organismo che, singolarmente o insieme ad altri, determina le finalità e i mezzi del trattamento di dati personali; quando le finalità e i mezzi di tale trattamento sono determinati dal diritto dell’Unione o degli Stati membri, il titolare del trattamento o i criteri specifici applicabili alla sua designazione possono essere stabiliti dal diritto dell’Unione o degli Stati membri;“

Questo significa che chi gestisce il coworking, trattando i dati per, principalmente, offrire lo spazio condiviso, è titolare del trattamento.

E può essere:

  • una startup, che ha preso in locazione gli spazi e ne ha costruito un coworking;
  • più società che nell’ambito di un progetto condiviso hanno creato un coworking;
  • un ente di diverso tipo che, anche per attrarre clienti (finalità di marketing) ha creato uno spazio condiviso attrattivo;
  • una cooperativa o comunque un ente del terzo settore che tramite un bando porta avanti un progetto di questo tipo, unitamente ad altri;
  • un comune o comunque un ente pubblico, anche in una situazione di co-progettazione;

Chi è il responsabile del trattamento nei coworking?

La definizione di responsabile del trattamento data dall’art 4 del GDPR è “la persona fisica o giuridica, l’autorità pubblica, il servizio o altro organismo che tratta dati personali per conto del titolare del trattamento;“

Si tratta di tutte le persone che, su indicazione del titolare del coworking, trattano dati personali in virtù di una convenzione.

Ad esempio:

  • il gestore del sito internet del coworking;
  • l’ente che si occupa dell’organizzazione degli eventi formativi presso il coworking (allestimento degli spazi, invito degli ospiti, gestione delle presenze..);
  • software house che mette a disposizione l’APP per l’acquisto dell’ingresso;
  • tutti i consulenti dello spazio di lavoro condiviso, in ragione delle attività;

Può essere anche lo stesso titolare del coworking, in alcune situazioni. Penso ad esempio al caso in cui l’amministrazione si occupa dell’accoglienza dei clienti del coworker piuttosto che della ricezione dei pacchi dei dipendenti dell’azienda coworker.

Tutte le persone che vedono i dati personali in un coworking

Ci sono poi altri soggetti: incaricati al trattamento, destinatari dei dati personali, terzi. Si tratta di persone che devono essere debitamente individuate, incaricate, formate al trattamento dei dati personali.

L’interessato deve essere informato in modo corretto dell’esistenza di tutti i soggetti che possono venire a conoscenza dei suoi dati personali.

L’organigramma privacy degli spazi di lavoro condivisi

Da dove partire quindi, per la definizione dei ruoli privacy delle persone che lavorano all’interno di un coworking? Non è così semplice e lineare e sopratutto, si tratta di ruoli che non sono statici, dipende dal soggetto che viene individuato come interessato al trattamento.

Puoi partire però da una cosa molto semplice, ovvero rispondendo a questa domanda: chi vede i dati personali che vengono comunicati dai coworker?

Da qui, nell’ambito di un progetto serio e strutturato, si vanno a definire bene i ruoli pervenendo a costruire un organigramma privacy nell’ambito del quale tutti sono informati della propria mansione in questa materia.

Questo contenuto è stato scritto dal Team Privacy di Legal for Creativity che si occupa di tutti i profili che riguardano in trattamento dei dati personali. Se vuoi approfondire questi o altri temi legati al mondo della privacy, puoi contattarci:

Foto di Megan Bucknall su Unsplash

Le note legali di un sito internet: cosa sono e perchè sono importanti

Le note legali del footer sono molto importanti per un’azienda che ha un sito internet: vediamo bene, cosa sono, perchè sono importanti e come puoi costruire delle note legali ad hoc, ossia realmente utili e giuridicamente rilevanti.

Cosa sono le note legali di un sito internet

Le note legali di un sito internet è un testo, più o meno complesso, solitamente suddiviso per paragrafi, che va a disciplinare i vari profili del sito web che hanno un impatto legale.

Ad esempio:

  • se il sito internet ha un canale e-commerce, le note legali potrebbero contenere le regole per il rilascio delle recensioni dei prodotti;
  • se il sito internet offre un abbonamento a corsi online, le note legali potrebbero contenere delle indicazioni sull’uso che l’utente può fare del corso;
  • in generale, il sito internet potrebbe contenere elementi che sono opere dell’ingegno con carattere creativo e quindi essere tutelati dal diritto d’autore. Ecco quindi che le note legali contengono alcuni riferimenti alla normativa.

La pagina delle note legali è solitamente collocata nel footer del sito internet mediante un collegamento ipertestuale accanto al link “Privacy Policy” e “Cookie Policy”. Se il sito ha anche un canale e-commerce, dovresti trovare anche il link “Termini e condizioni di vendita”.

Se stai sviluppano un sito internet e non disponi di questi documenti o se sei un’azienda alle prese con la stesura della documentazione corretta ma non sai quali documenti servono, tranquilli, non è il vostro lavoro. Puoi però farti un’idea partendo da un articolo schematico su Cosa deve avere un sito internet.

Perchè sono importanti le note legali di un sito internet

La domanda è abbastanza ampia e tutto prevede da qual è il sito internet di cui stiamo parlando.

In generale posso dirti che le note legali di un sito internet sono importanti perchè informando l’utente di cosa può e non può fare attraverso il sito e di quali sono i tuoi diritti come titolare della piattaforma.

Ad esempio:

  • Vuoi costruire un network o sei alla ricerca di nuove collaborazioni: se informi l’utente del fatto che i contenuti testuali sono di pubblico dominio, piuttosto che in creative commons, allora i tuoi contenuti potrebbero essere facilmente diffusi e consentirti di creare una rete di professionisti. Ecco quindi che è bene dirlo. Se ti interessa la questione, ti suggerisco di leggere l’articolo dedicato al copyleft e al pubblico dominio.
  • Usi il tuo sito internet come portfolio: se sei un fotografo o un videomaker, pubblicherai certamente i tuoi scatti e le tue clip per finalità promozionale. Tutto quanto pubblicato senza dicitura alcuna è coperto in modo automatico dal diritto d’autore e i diritti spettano all’autore. È bene però informare su chi è l’autore. Ho parlato dell’anonimato su internet facendo riferimento alla normativa applicabile, qui.
  • Se l’utente può rilasciare recensioni dopo l’acquisto di prodotti o commenti dopo la lettura dei contenuti è fondamentale informarlo delle policy di gestione. Ad esempio. La pubblicazione è immediata? Ci sono dei limiti a quanto può essere indicato?

Chiaramente, nulla esclude che i contenuti pubblicati all’interno del sito siano essi stessi già protetti da meccanismi di tutela preventiva. Ho parlato infatti, in un articolo dedicato, di come proteggere le fotografie digitali.

Come costruire le note legali di un sito internet

Ecco quindi una checklist da cui puoi partire per valutare, SE ti servono delle note legali per il tuo sito internet, COSA inserire nelle note legali e COME integrarle con i contenuti esistenti.

Ti suggerisco comunque di riflettere sulle note legali prima di andare in pubblicazione del sito, nella fase quindi di design, affinchè, laddove ci siano delle modifiche anche strutturali da fare (ad esempio, aggiungere un bottone piuttosto che limitare l’accesso ad una pagina) è più semplice.

Procediamo per punti e prendi nota delle risposte:

  1. Chi è il titolare del sito internet?
    Un singolo professionista, una società, una persona fisica, un team di lavoro..
  2. Qual è lo scopo del sito internet?
  3. Il sito internet consente il rilascio di recensioni o commenti?
  4. Il sito internet prevede la registrazione dell’utente?
  5. Il sito internet consente l’iterazione dell’utente con la piattaforma o con altri utenti?
  6. L’utente può acquistare un prodotto attraverso il sito internet?
  7. L’utente può acquisire un accesso in abbonamento?
  8. L’utente può eseguire il download di materiale?
  9. Prevedi la pubblicazione di testi ed immagini di tua titolarità?
  10. Prevedi la pubblicazione di testi o immagini altrui?

Con riguardo all’ultima domanda, attenzione perchè in questo caso dovrai disporre di tutte le autorizzazioni e licenze: mi viene ad esempio in mente la traduzione e la citazione, ne ho parlato in due articoli dedicati.

Fatto questo, possiamo iniziare ad impostare tutta la documentazione e concordare le eventuali integrazioni al sito internet.

Foto di Headway su Unsplash

L’agenzia di comunicazione può cambiare mansioni al lavoratore?

Un art director, per riorganizzazione interna, può diventare un designer di prodotto? Lo sviluppatore web verticale deve accettare di essere un full stack developer? E se l’agenzia vuole di fatto, liberarsi del marketing specialist per assumere un promo designer? Vediamo quali sono i limiti e i margini di manovra di un’agenzia di comunicazione, partendo dai fondamentali: mansioni e livelli.

La flessibilità è un’esigenza sempre più sentita nel mondo del lavoro e all’interno del rapporto di lavoro dipendente: i bisogni delle agenzie di comunicazione e delle software house, ma in realtà di tutte le aziende cambiano nel tempo e, per soddisfarli, potrebbe subentrare la necessità di assegnare il proprio personale ad attività diverse. Ma è sempre possibile farlo? 

I fondamentali: mansione, qualifica, categoria, livello. 

L’articolo 2103 c.c. indica la regola di base da seguire: “il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni riconducibili allo stesso livello e categoria legale di inquadramento delle ultime effettivamente svolte”.

Per interpretare correttamente la regola legale occorre, però, chiarire i concetti chiave che vengono richiamati:

  • mansione: è l’insieme di attività e di compiti che vengono concretamente assegnati al lavoratore e rappresenta l’oggetto del contratto di lavoro
  • qualifica: è lo status professionale del lavoratore ossia l’insieme di conoscenze, abilità e competenze di una specifica figura professionale
  • categoria: è la classificazione generale dei lavoratori contenuta nella legge (art. 2095 c.c.) che distingue tra operai, impiegati, quadri e dirigenti. I contratti collettivi possono individuare ed aggiungere delle proprie categorie (es. funzionari)
  • inquadramento: è il procedimento che, in base alla mansione, alla qualifica ed alla categoria del lavoratore, permette di ricondurre la posizione del singolo dipendente alla classificazione del personale prevista dal contratto collettivo e di determinare il trattamento economico e normativo da applicare. I contratti collettivi, infatti, suddividono i lavoratori in base ai profili professionali, distinguendo diversi livelli di inquadramento e prevedendo per ciascuno una propria retribuzione base
  • livello: è il raggruppamento di profili professionali in cui si struttura la classificazione del personale prevista dal contratto collettivo. Ad ogni livello corrisponde una retribuzione. Il livello contiene, dunque, profili professionali differenti ma accomunati dall’applicazione dello stesso trattamento economico

Ricordiamo che le informazioni relative alle mansioni devono essere obbligatoriamente indicate all’interno della lettera di assunzione o del contratto di lavoro (come previsto dal c.d. Decreto Trasparenza – D.lgs. 104/2022).

Cosa sono le mansioni orizzontali in un’agenzia di comunicazione?

Lo sai meglio di me, all’interno delle agenzie ci sono team e sotto team. Se penso ad un’impresa che sviluppa siti internet, il Team Sviluppo Web potrà avere al suo interno un programmatore, una persona che si occupa esclusivamente dell’e-commerce, un’altra che cura una specifica piattaforma. Analogamente, il Team Comunicazione e Marketing, può essere composto da persone verticali sulla comunicazione green, piuttosto che sulla parte SEO.

Ebbene, in questo panorama, ricordiamoci che il datore di lavoro ha il potere di dirigere ed organizzare la propria attività d’impresa: questo potere comprende anche quello di stabilire le mansioni del personale e le relative variazioni (in gergo c.d. ius variandi).

Tale potere, come detto, deve però essere esercitato nel rispetto delle regole individuate dall’art. 2103 c.c..

È quindi possibile assegnare il singolo lavoratore, senza limiti o vincoli, a tutte le mansioni “orizzontali” ossia:

  • alle mansioni indicate nella lettera di assunzione o nel contratto di lavoro
  • alle mansioni riconducibili allo stesso livello e categoria legale di inquadramento delle ultime effettivamente svolte. 

E quindi, il lavoratore assunto come impiegato (categoria legale) di 4° livello (inquadramento del contratto collettivo) può essere adibito dal datore di lavoro a tutte le mansioni impiegatizie appartenenti al 4° livello contrattuale: non può essere assegnato a mansioni operaie né di livello diverso (6° o 5°, ecc.).

Riprendendo l’esempio fatto in apertura, puoi verificarlo dal contratto di lavoro e dal contratto collettivo.

Si può demansionare l’art director? Le mansioni inferiori

La risposta, è DIPENDE. Prendiamo l’esempio di questa figura ma in realtà è sostituibile con qualsiasi altro esempio, ad esempio Head of Marketing Team.

La legge individua tre diversi casi in cui il demansionamento è possibile ma a condizioni ben precise.

1) Il titolare di una software house può riorganizzare l’azienda

Il primo caso, prevede la possibilità da parte dell’azienda di demansionare, ossia assegnare a mansioni inferiori il dipendente, in via unilaterale, quindi senza accordo con il lavoratore.

Il requisito fondamentale è la modifica degli assetti organizzativi aziendali che incide sulla posizione del lavoratore. In questo caso il datore di lavoro può assegnarlo a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore purché rientranti nella medesima categoria legale.

Queste sono le condizioni da rispettare:

  1. La comunicazione può essere unilaterale ma deve avere forma scritta a pena di nullità
  2. Deve esserci un’esigenza organizzativa correlata alla posizione del lavoratore da un nesso causale. Questo aspetto è fondamentale e deve essere valutato anche con un supporto legale.
  3. Le mansioni inferiori possono essere solo quelle del livello immediatamente inferiore e restare nell’ambito della stessa categoria. Quindi un senior marketing specialist non può diventare entry level; e quindi no mansioni operaie ad un impiegato.
  4. Il lavoratore conserva il livello di inquadramento e la retribuzione che riceveva prima anche se viene adibito a mansioni inferiori, salvo che per quei particolari elementi retributivi strettamente collegati alla precedente mansione (es. indennità specifiche).
  5. Il demansionamento può essere accompagnato, se necessario, da un percorso formativo del lavoratore. Qui si tratta di una facoltà e non un obbligo; anche in assenza di formazione, il demansionamento resta valido. È chiaro che potrebbe essere qualcosa di gradito per il lavoratore.

Penso ad esempio, alla necessità di chiudere un ramo dell’agenzia per focalizzarsi, in modo verticale, su un’altra attività, sempre legata alla comunicazione. Oppure ad un’obiettiva difficoltà di uno spin off che non risulta redditizio.

Si tratta di valutazioni che però non devono essere fatte autonomamente in quanto implicano degli approfondimenti dal punto di vista legale.

2) Il contatto collettivo consente all’agenzia di comunicazione di demansionare l’Instagram Account Manager

In questo caso, l’azienda può demansionare il lavoratore perchè previsto nel contratto collettivo.

Il demansionamento è possibile in alcune ipotesi indicate e alle condizioni previste dal contratto collettivo.

Queste sono le condizioni da rispettare:

  1. Rispetto delle condizioni imposte dal contratto collettivo nazionale appplicabile.
  2. Le nuove mansioni devono rientrare nella stessa categoria legale ed appartenere al livello di inquadramento immediatamente inferiore a quello in godimento.

Anche qui, la decisione richiede un’indagine specifica per evitare di demansionare in violazione a quanto previsto dalla normativa applicabile.

3) Il Senior Accessible Communication Manager e la Media Agency concludono un accordo di demansionamento

Ipotesi più “semplice” ma a cui fare attenzione, anche profuturo: c’è un accordo tra le parti.

Con un contratto sottoscritto tra lavoratore dipendente e datore di lavoro, in una sede protetta (sede sindacale, Ispettorato del Lavoro o Commissioni di Certificazione) è possibile modificare – senza limiti – le mansioni, il livello, la categoria, la retribuzione.

Chiaramente, ci sono anche qui delle condizioni: il lavoratore deve avere un reale interesse a sottoscrivere un patto di questo tipo: ad esempio, la conservare della propria occupazione, la possibilità di acquisire una diversa professionalità (formazione ad hoc), la possibilità di migliorare le condizioni di vita (smart working).

Queste sono le condizioni da rispettare:

  • L’accordo tra il dipendente e l’agenzia di comunicazione deve essere firmato in una sede protetta
  • Il lavoratore dipendente deve avere un interesse, riconducibile a quelli di legge

Attenzione alle mansioni superiori e alla promozione automatica

Abbiamo parlato di mansioni orizzontali e di mansioni inferiori. Può esserci la necessità di assegnare a mansioni superiori, magari per un determinato periodo di tempo? Come funziona a livello di promozione, il lavoratore poi può pretendere?

Ti faccio degli esempi:

  • L’agenzia acquisisce un cliente importante e c’è la necessità di occupare forza lavoro anche inferiore (debitamente controllata dai senior) per quel progetto;
  • Il tour over impone all’azienda di riorganizzare immediatamente il team facendo riferimento ad alcune persone non esattamente della medesima qualifica;
  • Ferie, congedi, malattia o altre esigenze temporanee possono imporre alla software house di usare dei lavoratori per fare altro;

La regola sulle mansioni superiori in una media agency

La regola è che l’assegnazione a mansioni superiori è sempre possibile, ma il lavoratore ha diritto al trattamento retributivo corrispondente all’attività (superiore) svolta.

Di fatto quindi, ben venga che il lavoratore venga assegnato ad una mansione superiore (ne beneficerà in termini di formazione). è però importante che lo stesso riceva il compenso corrispondente (e non quello precedente).

Attenzione alla promozione automatica da grafico ad art director

Occorre, però, prestare attenzione alla durata di questa attribuzione a mansioni superiori: l’art. 2103 c.c. prevede una promozione automatica del dipendente se lo stesso permane nella mansione superiore dopo il periodo previsto dal contratto collettivo o, in mancanza, dopo sei mesi continuativi. 

Riassunto: cambio di mansioni in agenzia

Ecco alcuni suggerimenti utili se stai valutando di cambiare le mansioni del lavoratore dipendente della tua agenzia di comunicazione o della software house di cui sei titolare

  1. È fondamentale inquadrare correttamente il lavoratore al momento dell’assunzione. Cosa fa il lavoratore, cosa andrà a fare da qui a sei mesi? il progetto a cui è impegnato si concluderà in fretta?
  2. È fondamentale tenere a mente la posizione del lavoratore anche durante lo svolgimento del rapporto di lavoro, con aggiornamenti normativi connessi.
  3. Se pensi di dover riorganizzare l’azienda, cedere un ramo, piuttosto che fare delle ristrutturazioni che possono anche in via indiretta avere effetti sui lavoratori, prenditi per tempo.
  4. Se ci sono delle necessità sopravvenute ed urgenze, riservati comunque del tempo per approfondire ed evita di assumere delle decisioni determinate solo dalla richiesta del cliente. Il tempo e le risorse necessarie per risolvere la situazione è maggiore.
  5. Attenzione alla definizione di mansioni orizzontali, superiori, inferiori e alla modalità di concreta applicazione nella tua realtà aziendale.
  6. Il demansionamento senza rispettare la legge, è un inadempimento contrattuale. il datore di lavoro si assume il rischio di subire una causa di risarcimento del danno arrecato al lavoratore
  7. Lato lavoratore, il dipendente ha la possibilità di contestare l’inquadramento contrattuale e, se dimostra di svolgere mansioni superiori può chiedere al datore di lavoro il pagamento delle differenze retributive e contributive o l’accertamento del diritto alla promozione automatica.

È fondamentale, valutare bene tutti gli aspetti (anche con riguardo agli asset organizzativi) e prendersi per tempo (anche in vista d periodi particolarmente intensi). In questo modo si sa quelle che sono le decisioni che devono essere assunte per evitare di violare la normativa o di ritrovarsi in problematiche risolvibili in tempi più lunghi (e con dispendio di risorse, anche economiche).

Legal for Creativity si occupa anche di diritto del lavoro. Se vuoi approfondire questi o altri temi legati al mondo dei rapporti con dipendenti e collaboratori, puoi contattarci:

Foto di Kenny Eliason su Unsplash

Coworking e privacy: la gestione dei dati personali dei coworkers

Come garantire la sicurezza delle informazioni, l’affidabilità del luogo, la conformità legale alla normativa GDPR e la riservatezza dei coworkers? Serve una corretta gestione del flusso di dati personali nello spazio condiviso

Il coworking è un ambiente che conosciamo bene e di cui apprezziamo le opportunità e occasioni di confronto. Ma se hai intenzione di aprire un coworking o ne stai gestendo uno, ti sei chiesto: come gestire i flussi di dati personali per rispettare la normativa privacy e permettere ai coworkers che si appoggiano alla tua struttura di essere compliant a loro volta con la legge?

Ho parlato del coworking, più dal punto di vista contrattuale, in questo articolo qui, ma di cose ce ne sarebbero molte da dire, sopratutto in ragione alla specificità dell'offerta (ad esempio: formazione, consulenza, spazi condivisi..).

I problemi del trattamento dati nei coworking

Ho frequentato diversi coworking, alcuni più organizzati ed altri agli inizi, alcuni (pochi) perfettamente compliant, altri con notevoli problematiche non solo lato privacy ma anche lato contrattualistica e gestione di tutto l’impianto legale della struttura.

Ecco, secondo me, l’elenco dei problemi più rilevanti:

  • Omettere di identificare i ruoli privacy all’interno dello spazio (a volte sono gestiti da agenzie, altre da associazioni, alcune volte da hub con dubbia forma giuridica). E quindi, chi fa cosa? Serve un organigramma;
  • Tralasciare di informare l’utente delle modalità di trattamento dei dati personali. Serve un’informativa, ma ben costruita;
  • Dimenticarsi degli strumenti informatici collegati alla rete e di fornire un regolamento d’uso che stabilisca
  • Non avere procedure in caso di data breach e di violazione alla sicurezza;
  • Gestione “creativa” degli eventi (iscrizione, promozione, fotografia, comunicazione..) non considerando gli aspetti legali;

Ti riconosci?

Come risolvere i problemi di trattamento dati personali negli spazi di lavoro condivisi

Ti suggerisco di partire da tre quesiti:

  1. Quali sono i dati personali che richiedi a chi arriva al tuo coworking?
  2. Chi fa cosa all’interno del luogo di condivisione lavorativa?
  3. Quali sono i documenti che consegni a chi vuole fruire dello spazio condiviso?

Le risposte a queste domande ti permettono di iniziare l’analisi per arrivare ad approfondire:

  • Qual è il tuo grado di compliance a livello privacy?
    Se hai già iniziato il progetto, magari ti serve solo un aggiornamento;
  • Quali sono le priorità da gestire?
    Se non hai eventi formativi e non gestisci le iscrioni tramite APP, sei semplificato;
  • Quali sono le problematiche da risolvere con i vari soggetti (destinatari, incaricati, responsabili, interessati, piattaforme..)?
    Se il tuo coworking è cogestito con associazioni / cooperative piuttosto che è un progetto in fase di startup oppure ancora coinvolge una pluralità di soggetti anche nell’ambito di eventi, le persone ed i rapporti che devono essere tenuti in considerazione sono vari.

mmagino tu voglia offrire ai tuoi free-lancers il miglior spazio di lavoro possibile. Parliamo quindi del trattamento dei dati personali negli uffici condivisi, procedendo con le fasi che ti ho indicato.

La privacy negli uffici condivisi

1) Quali dati personali chiedi ai coworkers?

È necessario innanzitutto capire quali sono i flussi di dati personali nella tua struttura: non c’è una soluzione unica perchè tutto dipende dai casi concreti.

Ad esempio: non solo tu hai bisogno dei dati personali dei liberi professionisti che lavorano nei tuoi spazi, ma questi potrebbero avere una loro struttura di collaboratori e comunque hanno clienti e fornitori. c’è quindi la necessità di trattare molti dati personali nello svolgimento, da parte di ciascuno dei coworkers del proprio lavoro..

E quindi ad esempio:

  • Dati identificativi, di struttura e recapiti del coworker;
  • Dati identificativi dei collaboratori e dipendenti della società coworker;
  • Dati identificativi di clienti, fornitori e soggetti terzi collegati al coworker;
  • Dati anagrafici o di recapito per la gestione della logistica (ad esempio);

Inizia quindi da un elenco di dati personali. Poi valutiamo se sono tutti necessari.

Se vuoi approfondire i ruoli privacy delle varie persone all'interno di uno spazio di lavoro condiviso, ti suggerisco di ritornare qui tra un paio di settimane: ho in cantiere un bell'articolo dedicato a chi tratta i dati dei freelance, imprenditori e coworkers.

2) Chi fa cosa all’interno dello spazio di lavoro condiviso?

Individuato il flusso di dati personali è fondamentale identificare i soggetti che accedono, trattano, archiviano, recepiscono, conoscono, questi dati personali.

Ricorda infatti che, il trattamento è qualsiasi operazione o insieme di operazioni, compiute con o senza l’ausilio di processi automatizzati e applicate a dati personali o insiemi di dati personali, come la raccolta, la registrazione, l’organizzazione, la strutturazione, la conservazione, l’adattamento o la modifica, l’estrazione, la consultazione, l’uso, la comunicazione mediante trasmissione, diffusione o qualsiasi altra forma di messa a disposizione, il raffronto o l’interconnessione, la limitazione, la cancellazione o la distruzione.

Di fatto cos’è il trattamento? Tutto!

E quindi, ad esempio:

  • L’amministrativa che si occupa di trascrivere i partecipanti all’evento esterno organizzato presso il coworking, sta raccogliendo dati personali e svolgendo un’attività di trattamento: deve essere debitamente nominata e formata.
  • L’azienda che decide di organizzare della formazione all’interno del coworking affittando degli spazi, sta organizzando dati personali e svolgendo un’attività di trattamento: deve essere un soggetto individuato ai sensi della normativa privacy;
  • Il coworker che ha dei collaboratori che si avvicendano all’interno degli spazi sta usando dati personali e svolgendo un’attività di trattamento: è un soggetto interessato ma a sua volta titolare del trattamento;

Anche qui, inizia da un elenco di persone che vengono a conoscenza dei dati personali di cui sopra. Poi valutiamo come identificarli.

3) Quali sono i documenti che consegni a chi vuole fruire dello spazio condiviso?

Individuato il flusso di dati personali è necessario approntare la documentazione necessaria a dimostrare che il trattamento di tali dati è conforme a quanto richiesto dalla relativa normativa.

Così facendo:

  • metti a riparo te e la tua attività da responsabilità ed eviti di ricevere sanzioni per un trattamento illecito di dati personali;
  • consenti al coworker di dimostrare di lavorare in un luogo condiviso sicuro che tratta dati in modo conforme alla normativa;
  • promuovi uno spazio affidabile per potenziali altri coworkers;

Dovrai quindi munirti dell’informativa privacy ex art. 13 del GDPR per il trattamento dei dati personali del coworker (suoi dati identificativi e di fatturazione), che potresti ad esempio già allegare al contratto di affitto dello spazio di coworking.

Inoltre, già nel contratto di affitto dello spazio condiviso potrebbe essere disciplinato l’aspetto relativo alla gestione degli accessi del coworker alla struttura tramite badge e dei servizi di accoglienza della loro clientela. Si tratta del modulo di consegna del badge o della consegna delle credenziali di accesso.

L’ambiente che metti a disposizione, unitamente a tutti i relativi servizi, è un ambiente condiviso tra più utenti che tra di loro non è detto che condividano necessariamente molte informazioni. Sarà quindi opportuno valutare nello specifico quali servizi offre la tua struttura agli utilizzatori della stessa, così da individuare di quali ulteriori informative e policy avrai bisogno.

Ad esempio, sicuramente avrai bisogno di una policy per l’utilizzo della rete wifi e delle relative chiavi di accesso, così come di una policy per il corretto utilizzo delle stampanti e degli altri devices condivisi.

Altra cosa è il servizio cucina. Se se dai la possibilità di ordinare all’esterno il pranzo tramite la tua struttura, potresti trovarti a gestire intolleranze alimentari, opzioni vegetariane ed altro. Questo prevede un trattamento di dati che appartengono alle categorie particolari. Chi gestisce questo tipo di dato dovrà essere nominato incaricato al trattamento.

Da ultimo, raccogli tutti i documenti che hai attualmente in uso. Poi valutiamo se aggiornarli, sostituirli, integrarli. Fatto? Procediamo:

Ti segnalo poi alcune risorge per approfondire l’argomento in generale (parlo di privacy e non specificatamente di coworking):

> le regole sulla privacy se vuoi fare delle attività promozionali del tuo coworking (qui)
> la figura del DPO, solo in generale però (qui)
> la gestione, lato privacy, delle fotografie nel caso in cui tu abbia idea di organizzare eventi (qui)
> ovviamente, partirai dal sito internet con cui comunichi il tuo spazio condiviso (qui)

Questo contenuto è stato scritto dal Team Privacy di Legal for Creativity che si occupa di tutti i profili che riguardano in trattamento dei dati personali. Se vuoi approfondire questi o altri temi legati al mondo della privacy, puoi contattarci:

Foto di DocuSign su Unsplash

I documenti legali dell’agenzia di comunicazione: proposta creativa, preventivo, contratto, allegati, privacy

Ti parlo spesso di contratto perchè è fondamentale per stabilire obblighi e divieti delle parti. Ma non è l’unica cosa da avere: ci sono altri documenti correlati strettamente necessari per lavorare bene ed in modo organizzato.

Partire con il piede giusto: la proposta creativa

Alcuni creativi prima dell’invio del preventivo trasmettono una proposta, anche molto basic, per mostrare al cliente qualche idea che l’agenzia potrebbe andare a sviluppare se il preventivo verrà confermato.

La decisione di procedere in questo senso, optare per una call conoscitiva o andare direttamente al preventivo, è una decisione operativa fondata anche sui meccanismi di vendita, che non mi riguardano.

Tuttavia, sotto il profilo legale, mi sento di segnalarti che:

  1. La proposta creativa contiene la tua creatività e quindi le tue idee, espresse in un documento. Non è necessario sia qualcosa di assolutamente nuovo, bastano anche nozioni semplici, come ti dicevo qui.
  2. Se tuttavia il potenziale cliente non accetta il preventivo potrebbe considerare la proposta che gli hai consegnato di “sua proprietà” e svilupparla autonomamente o tramite un altra agenzia. È quindi fondamentale prevedere un meccanismo di tutela della propria creatività.
  3. Se invece, come ti auguro, il potenziale cliente accetta il preventivo si utilizzerà la proposta come base per lo sviluppo del progetto. Potrebbe in sostanza valere come brief iniziale. Attenzione quindi a farla in linea con le risorse a disposizione, per evitare poi che il cliente richieda troppe modifiche adducendo ad accordi iniziali diversi.

Il preventivo come allegato al contratto

Il contatto, per diventare un cliente, deve accettare il preventivo che andrai a sottoporre. Ti ho già indicato come costruire un preventivo, tenendo conto dei profili legali. In quell’occasione ti avevo condiviso anche un documento molto semplice che però puoi usare come base per fare una veste grafica carina.

Il preventivo, come da titolo, non dovrebbe essere esso stesso il contratto, in quanto sarebbe privo di una serie di elementi fondamentali a tua tutela. Come infatti ti ho già indicato, il preventivo è utilissimo per descrivere i servizi specifici a livello operativo, ma costituirà l’allegato al contratto.

Oppure, a seguito della conferma del preventivo, quanto indicato all’interno dello stesso potrà essere da tre riversato nel documento finale che dovrà essere sottoscritto da entrambe le parti.

Il contratto di servizi pubblicitari

Arriviamo quindi al documento più importante per la tua agenzia di comunicazione, che va a disciplinare il core business e regolamentare i rapporti con tutti i tuoi clienti.

Il contratto dell’agenzia di comunicazione deve essere scritto in ragione ad una serie di elementi, caratterizzanti e peculiari della singola attività: ad esempio, il tipo di servizio, la struttura dell’agenzia, i profili organizzativi, le modalità operative, il target di clienti. Ogni clausola deve essere valutata e declinata considerando questi profili. Non esistono infatti modelli pre-fatti o template.

Quello che puoi fare tu però, è iniziare a valutare quelli che sono gli elementi che reputi fondamentali da inserire poi all’interno del contratto.

In ogni caso poi, laddove tu voglia implementare un nuovo servizio, aggiornare uno schema esistente o esternalizzare parte delle opere, potrebbe esserti utile rivedere la documentazione contrattuale adottata o regolamentare le attività in collaborazione.

Gli atti relativi alla privacy nei servizi dell’agenzia di comunicazione

Nell’ambito della gestione del rapporto con il cliente, è fondamentale prendere in considerazione anche i profili relativi al trattamento dei dati personali.

I dati personali che interessano il rapporto agenzia di comunicazione – cliente, possono essere vari, ad esempio:

  • Dati del cliente (ad esempio anagrafica dell’azienda, dati bancari, dati correlati)
  • Dati del referente e dei dipendenti del cliente che si interfacciano con l’agenzia (tipicamente dati anagrafici, indirizzi email);
  • Dati di lead, prospect, utenti, clienti del cliente (tipicamente, se si parla di attività online, dati anagrafici, indirizzi email di iscrizione, ma anche molto altro);
  • Dati di fornitori del cliente (qualora l’attività svolta dall’agenzia si rivolga anche a loro);
  • Dati di altri soggetti che intervengono nell’accordo: influencer, tipografia, freelance, collaboratori esterni;

E quindi, sotto il profilo documentale questo si traduce in generale, nell’informativa ai sensi dell’art 13 e 14 GDPR e nella convenzione di nomina a responsabile ai sensi dell’art 28 GDPR. Ho dedicato un articolo al tema privacy nel marketing, all’interno del quale poi ti ho condiviso una checklist da cui puoi partire.

Gli altri allegati al contratto di servizi pubblicitari

Il contratto può essere correlato poi da altri allegati, che ne costituiscono parte integrante ed essenziale.

Ti faccio però alcuni esempi:

  • Elenco dei soggetti collaboratori esterni dell’agenzia che presteranno l’attività a supporto (se espressamente richiesto);
  • Modulo per la consegna del materiale da parte del cliente all’agenzia di comunicazione;
  • Modulo per la nomina del referente del cliente;
  • Schedule delle tempistiche a livello organizzativo;
  • Modulo RID nel caso in cui venga optato per questo tipo di pagamento;
  • Modulo con l’indicazione dei siti internet presso cui verranno svolte le attività dell’agenzia;
  • Eventuali linee guida adottate dall’agenzia o dal cliente che vengono accettate da entrambi: ad esempio, social media policy esterna;

Ovviamente, quali e quanti allegati dipende chiaramente sempre da una serie di elementi che non sto qui a ripeterti (tipo di servizio, tipo di cliente, tipo di attività..). A mio avviso però, definire bene, una volta per tutte, i vari profili anche molto operativi, è sicuramente utile per svolgere l’attività in modo sereno andando a prevenire malintesi.

Nel frattempo, puoi anche farti un self assessment, ossia un questionario per verificare in modo autonomo il tuo grado di consapevolezza contrattuale così da valutare poi come intervenire per migliorare la gestione legale della tua agenzia di comunicazione. È gratuito, sono 5 semplici domande, con tempo di compilazione 3 minuti.

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I servizi aggiuntivi dell’agenzia di comunicazione

Il cliente che ti chiede una giornata di scatti aggiuntiva, la pubblicazione di più post durante le festività, l’inserimento di alcuni aggiornamenti sul sito che hai sviluppato. Tutto questo non era nel preventivo e nel contratto. Come lo gestiamo?

I problemi dei servizi aggiuntivi

All’interno del contratto li chiamo servizi aggiuntivi, ma dall’immagine di copertina puoi intuire che ho ben compreso come ti senti quanto il cliente, che magari ti paga anche molto bene ma ti chiama in velocità chiedendo attività ulteriori, in tempi rapidi mettendo in difficoltà il tuo flusso di lavoro.

E quindi esistono dei servizi ordinari, che sono quelli descritti nel preventivo, riportati nel contratto sottoscritto dal cliente e che vengono svolti dall’agenzia di comunicazione nei termini convenuti tra le parti.

Tuttavia, in corso d’opera può emergere la necessità o l’opportunità di svolgere ulteriori servizi da parte dell’agenzia di comunicazione. Si tratta quindi di attività magari uguali ma in quantità ulteriore (ad esempio, un’ulteriore giornata di shooting) oppure attività nuove (ad esempio, la gestione di una nuova pagina all’interno del social per il lancio del prodotto).

Le problematiche che possono emergere se i servizi aggiuntivi non sono regolamentati tra le parti possono essere:

  1. Mancato accordo. Se non c’è un accordo sui servizi aggiuntivi il cliente può contestare il fatto di averli richiesti.
  2. Contestazioni sui pagamenti. Se le parti non si sono accordate con riguardo al pagamento di tali servizi, il cliente può eccepire di aver sottoscritto un contratto per il pagamento di X mentre ora la richiesta è X+Y.
  3. Revisione dei termini. Se per cause sopravvenute sono state concordate altre attività, i termini iniziali di consegna possono subire delle variazioni. Per evitare di risultare inadempiente potrebbe essere necessario modificare l’accordo iniziale sotto questo profilo.

Un nuovo preventivo per i servizi aggiuntivi

Per evitare che sorgano queste o altre problematiche (magari anche tu hai degli esempi tratti dalla tua esperienza), la prima soluzione è quella di fornire al cliente un nuovo preventivo, che dovrà essere accettato mediante sottoscrizione e dovrà essere regolamentato nelle stesse modalità del contratto principale. Si tratta di documentazione contrattuale correlata.

TI ricordo che il preventivo deve necessariamente avere degli elementi essenziali e quindi anche il secondo preventivo che sottoponi, relativo ai servizi aggiuntivi, deve essere tale.

I servizi aggiuntivi nel contratto

I servizi aggiuntivi possono però essere preventivamente inseriti nel contatto a monte, quello sottoscritto dal cliente al momento dell’accettazione del preventivo.

L’alternativa, che io propongo, sopratutto per venire incontro alle esigenze di rapidità, per evitare di aggiungere documentazione contrattuale ed essere subito pronti a far fronte alle esigenze del cliente, è infatti quella di regolare a priori i servizi aggiuntivi.

In questo senso:

  • Hai formulato un preventivo con tutti gli elementi necessari (descrizione dei servizi, prezzi, tempistiche) che è stato accettato dal cliente;
  • Tu e il tuo cliente avete concluso il contratto di cui al preventivo con cui vi siete impegnati a quanto ivi indicato;
  • All’interno del contratto è previsto che eventuali servizi aggiuntivi saranno regolamentati direttamente dal medesimo contratto; diretatmente dal contratto
  • Il cliente è quindi a conoscenza di tutte le informazioni necessarie per richiedere servizi aggiuntivi e tu sai che in caso di richiesta, l’attività è già regolamentata (in punto di prezzo, prestazione) e puoi quindi procedere all’esecuzione in tempi rapidi;

Tutto ciò richiede di costruire un contratto in modo tale da ospitare questa possibilità e che quindi sia stabilito tutto in origine: non è sufficiente indicare l’esistenza di altri servizi ma va definito l’impianto richiesta del servizio aggiuntivo – accettazione ed esecuzione del servizio.

Agenzia di comunicazione: come far firmare il contratto al cliente?

Spesso, durante il primo colloquio per la contrattualistica dell’agenzia mi viene posta la domanda: e poi, il contratto, come lo faccio firmare?

È fondamentale identificare un momento, nel tempo e nello spazio in cui considerare il contratto sottoscritto: la firma è l’atto con il quale la parte assume la paternità del contratto e conferma le volontà contenute nel documento.

Ti ricordo che il contratto si considera concluso quando chi ha trasmesso la proposta (l’agenzia in questo caso) ha conoscenza dell’avvenuta accettazione da parte del cliente. Ho parlato ampiamente di contratto dell’agenzia di comunicazione, qui, qui, qui.

Firmare il contratto online: informazioni generali

In questo articolo voglio parlarti dei casi in cui vogliamo far sottoscrivere online il contratto, senza quindi la tradizionale: stampa del documento, sottoscrizione, scansione, invio tramite email. Qualche precisazione su questi metodi però è doverosa.

Innanzitutto, le parti in questi casi non si trovano nello stesso momento e luogo. Su questo presupposto, abbiamo diverse soluzioni che possono essere valutate in base a specifici fattori:

  1. Certezza giuridica: bisogna fare in modo di essere certi che la sottoscrizione del documento appartenga effettivamente al nostro cliente.
  2. Validità temporale: è importante stabilire in modo giuridicamente valido ed efficace il momento in cui è stato concluso il contratto.
  3. Usabilità: fondamentale poi che il tool scelto sia effettivamente usufruibile ed accessibile.

Firmare un contratto con la penna: la firma analogica

Lo scambio di contratti firmati in cartaceo

Sì, le lettere esistono ancora. Se l’agenzia e il cliente. si scambiano lo stesso documento, con la firma, il contratto dovrà ritenersi concluso al momento del ricevimento da parte dell’agenzia, del testo.

Il momento in cui il contratto si considera concluso varia in base al contenuto del contratto e alle tempistiche delle parti. Ad esempio, se la stamperia sottoscrive due copie e le invia all’agenzia tramite raccomandata, l’agenzia ne trasmette una copia controfirmata e l’altra la trattiene in archivio.

Questa soluzione risolve le incertezze tecnologiche ma rallenta i tempi contrattuali e impone di far la fila alle poste (perchè appunto sarà opportuno usare la raccomandata con avviso di ricevimento). Sappiamo peraltro che il contratto è solo uno dei documenti che è importante avere per un’agenzia di comunicazione: trovi spiegato bene qui.

Lo scambio di copie digitali di contratti firmati in cartaceo

Un’altra soluzione per i nostalgici della carta è quella di scambiarsi il documento informatico (documento elettronico), stamparlo, apporre la sottoscrizione con la penna, scansirlo e reinviarlo tramite e-mail.

Questa soluzione fa leva sulla norma che stabilisce che la riproduzione di un contratto può essere utilizzata contro l’altra parte, se questi non ne disconosce il contenuto (art. 2712 c.c.). Ovviamente il disconoscimento dovrà avvenire in modo preciso e circostanziato.

La soluzione proposta ci avvicina di più al mondo tecnologico, ma potrebbe portare incertezza sui contenuti complessivi del contratto, dovendo pertanto adottare tutta una serie di accorgimenti contenutistici affinché si possa avere la certezza dell’effettivo contenuto contrattuale (es. indicazione numero di pagine, sottoscrizione di tutte le pagine, ecc.).

Firmare un contratto senza penna

Passiamo quindi alle soluzioni che ci interessano: l’agenzia di comunicazione vuole far sottoscrivere al proprio cliente il contratto (fondamentale da avere, ovviamente, se hai ancora dubbi clicca qui), senza la trafila tradizionale. Magari anche trovando un metodo per l’archiviazione o comunque per velocizzare il lavoro e tenere traccia di tutto.

Ti ritrovi con il ragionamento? Per semplicità ti parlo di tre tipologie di firme elettroniche, dandoti poi qualche spunto di utilizzazione. Ovviamente, presupposto necessario è che il documento da sottoscrivere sia elettronico.

Innanzitutto, le firme elettroniche sono state oggetto negli anni di diversi interventi normativi che si son succeduti nel tempo, fino ad entrare nel 2014 in un Regolamento Europeo. In Italia già dal 1997 si parlava di firme elettroniche, ma con il Regolamento UE le soluzioni tecnologiche si sono uniformate tecnologicamente e giuridicamente.

La firma elettronica semplice non è una buona soluzione

La firma elettronica cd. semplice (o debole) è il modello più elementare di firma. Consiste nell’uso di dati in formato elettronico connessi ad altri dati per associazione logica: ad esempio, PIN del Bancomat, credenziali di autenticazione, ecc..

Questo tipo di firma è quello più comunemente utilizzato nella fornitura online di prodotti o servizi.

Il problema di chi firma il contratto

La criticità di questa firma è data dall’incertezza di chi firma e dalla modalità “debole”, anche in termini di sicurezza, di poter rappresentare una prova contro una parte del contratto.

Infatti, la firma elettronica semplice in Italia, porta il documento elettronico sottoscritto ad essere soggetto al libero apprezzamento del giudice, non raggiungendo automaticamente il livello di scrittura privata (art. 2702 c.c.).

Pertanto, se in termini di usabilità risulta molto semplice quest’approccio tecnologico, dall’altro in termini di certezza giuridica, sia di fronte a possibili ribaltamenti probatori in sede di contenzioso.

La semplicità nel delivery

Tieni però presente che in genere i siti di commercio elettronico si basano proprio sull’uso della firma elettronica semplice, anche mediante l’adozione di fattori aggiuntivi.

Quindi sta un pò a te valutare. Ad esempio, penso anche al tuo cliente:

  • stai realizzando una landing page con la possibilità di acquistare un e-book mediante download?
  • o stai realizzando un e-commerce di vini in cui devi controllare l’età dell’acquirente?

La firma elettronica avanzata

La firma elettronica avanzata è uno specifico tipo di firma elettronica che richiede un flusso di “accreditamento” dell’altra parte che sottoscrive, generando un rapporto di fornitura del servizio di firma elettronica avanzata, che porta ad un vincolo giuridicamente più solido dal punto di vista contrattuale.

Se non è firma semplice, è complesso

Il documento sottoscritto con firma elettronica avanzata è considerato scrittura privata ai sensi dell’art. 2702 c.c. Il flusso però complica le cose. Infatti, oltre la fase di accreditamento, è richiesto che il fornitore del servizio di firma elettronica avanzata adotti sistemi per abbinare univocamente i dati del firmatario al documento sottoscritto (di solito mediante l’uso di sistemi crittografici – certificati) e che questo sia conservato, mediante conservazione idonea (es. quella dei sistemi di fatturazione elettronica) per 20 anni, unitamente al documento d’identità del sottoscrittore.

Un aspetto interessante di questa soluzione è che molte società legal tech si sono impegnate per fornire il servizio in modalità SaaS e pertanto riducendo i costi di implementazione e valutazione della soluzione.

La firma elettronica qualificata che per l’Italia è la firma digitale

La firma elettronica qualificata è una firma basata su certificati qualificati emessi da un soggetto specifico (provider di servizi qualificati).

Certezza di livello top

Questa soluzione è il massimo livello di certezza giuridica e a livello di usabilità, la tecnologia sta permettendo soluzioni sempre più semplici. A livello giuridico infatti, la firma elettronica qualificata può essere utilizzata per tutti gli atti giuridici (ad esempio è l’unica che può essere utilizzata per l’acquisto di una casa).
La firma elettronica qualificata, visto il processo di accreditamento fatto da un soggetto terzo abilitato centralmente, abbina in modo inconfutabile – salvo specifiche ipotesi – l’utilizzatore alla firma apposta sul documento informatico.

Il problema del tipo di strumento

Il problema maggiore di questa firma è dato dalla complessità nell’uso. Infatti, solo gli operatori professionali sono di norma in possesso della firma elettronica qualificata. Inoltre, è in voga l’uso di lasciare il proprio dispositivo o i propri codici per la firma qualificata, direttamente al professionista che tiene la contabilità e l’amministrazione. Rendendo quindi il processo di firma un atto complesso.

Ulteriore aspetto riguarda in questo caso la validità temporale. I certificati qualificati che servizo alla firma elettronica qualificata devono essere rinnovati ogni 3 anni. Ciò comporta che giuridicamente, al rinnovo, il documento firmato con firma elettronica qualificata, risulti privo di sottoscrizione. Con notevoli problemi conseguenti. Per evitare questo problema bisogna apporre una marca temporale (durata 20 anni), così da inserire un riferimento temporale e congelare la validità delle firme nel tempo.

Uno schema per ragionare: quale firma usare?

Abbiamo preparato uno schema che ti può essere utile per ragionare, dati alla mano, circa quale firma usare per far sottoscrivere i documenti al cliente.

Quali sono le soluzioni operative?

Bene tutta la parte teorica, ottimo lo schema. Ma quindi, nel concreto?

Bisogna valutare bene. Prendi nota in sintesi:

  • I due sistemi di firma per contratti a distanza che riescono ad avere buoni livelli di certezza, validità e usabilità sono: la firma elettronica semplice e avanzata. Ma l’utilizzo dei due sistemi non deve però ritenersi paritetico ovvero banalmente alternativo.
  • La firma elettronica semplice è sicuramente il metodo più easy ed è anche quello utilizzato maggiormente nel delivery. Ma l’incertezza del sistema è risultata sempre un aspetto critico che i fornitori si sono nel tempo adoperati per aumentarne il livello di sicurezza.
  • I dispositivi che supportano la firma sono diversi e a volte complicati a discapito dell’usabilità. Ma favoriscono un flusso più certo rispetto al soggetto sottoscrittore e quindi all’attribuzione delle volontà.
  • Nelle firme che richiedono l’accreditamento bisogna avere clienti che hanno dimestichezza con il prodotto, altrimenti è un notevole dipendo di tempo. Ma sempre più ci sono strumenti molto intuitivi che consentono di svolgere tutto il processo in modo autonomo.
  • Se sei un’agenzia organizzata e a cui piace archiviare bene, vai sugli strumenti più seri anche a livello di certezza. Ma attenzione anche al trattamento dei dati personali e all’eventuale trasferimento fuori UE.

La check list per scegliere la firma da usare

Ti suggerisco di valutare bene i vari profili prima di adottare uno strumento piuttosto che un altro. Oltre a ciò, è fondamentale modificare il contratto (o comunque alcuni punti) affinché sia in linea con quanto richiesto dallo strumento di firma elettronica.

Puoi iniziare nel concreto in questo modo:

  1. Descrivi il prodotto che vendi o il servizio che fornisci attraverso la rete: ci serve per capire il grado di certezza di cui hai bisogno
  2. Prendi nota del tuo tipo di cliente: ci serve per capire la complessità per il cliente finale
  3. Raccogli l’elenco degli strumenti che stai valutando: ci serve per analizzare bene le varie soluzioni

Invia tutto cliccando di seguito. Ci fissiamo un colloquio per valutare nel concreto quello che ti serve.

Questo contenuto è stato scritto in collaborazione con l’Avv. Ivan Tizzanini che collabora con Legal for Creativity per quanto attiene agli aspetti legati al diritto dell’informatica. Se vuoi approfondire questi o altri temi legati al mondo del digitale, puoi contattarci:

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Il preventivo dell’agenzia di comunicazione: è sufficiente?

È una domanda che mi viene posta spesso, a prescindere dall’entità dell’agenzia di comunicazione, anche in ragione delle esigenze di velocità. Ma è va bene ragionare così?

Il preventivo per i servizi creativi per tipi di agenzie

Non mi piace generalizzare, ma preferisco che tu ti possa riconoscere in ciò che dico affinché ti possa essere realmente utile: noto che ci sono due tipi di agenzie:

  • L’agenzia che usa unicamente il preventivo, dove vengono specificati i servizi e che magari non sempre viene firmato dal cliente;
  • L’agenzia che in allegato al preventivo ha dei “termini e condizioni” tipicamente molto sintetici che non sempre riguardano lo specifico servizio.

Ci sarebbe anche un terzo tipo: l’agenzia di comunicazione che è già dotata di un contratto, magari molto complesso, che utilizza per tutti i tipi di clienti ma che mal si adatta per quelli più piccoli e che a volte preferisce quindi non utilizzare. E che magari non usa un preventivo perchè “mette tutto dentro al contratto“.

Il preventivo è sufficiente per regolare il lavoro creativo?

È una domanda che mi viene posta spesso e a cui rispondo: dipende. Sufficiente rispetto a cosa?

Ti posso infatti rispondere come segue:

  • Il contratto è un accordo tra due o più parti per costituire modificare o estinguere un rapporto giuridico patrimoniale;
  • Il contratto deve avere alcuni elementi essenziali: l’accordo tra le parti, la definizione dell’oggetto, la forma (se richiesta, non nel nostro caso), la definizione dell’oggetto (e quindi dei servizi);
  • Con riguardo all’accordo tra le parti, affinché sorga un contratto è necessario l’incontro tra una proposta e l’accettazione.
  • In pratica, se a fronte della tua proposta (invio del preventivo) il cliente accetta la proposta allora potrà dirsi concluso un contratto, a prescindere da un documento chiamato “contratto” o “termini e condizioni”.

Se quindi il preventivo è dotato di tutti questi elementi, nulla esclude sia sufficiente per concludere un contratto.

Ma tralascia una serie di clausole che sono fondamentali a tua tutela e nella gestione del rapporto con il cliente.

Ti invito quindi a proseguire nella lettura, perchè ci sono vari MA.

Preventivo per lavori creativi oppure contratto di servizi di comunicazione?

Il preventivo è quindi un contratto, nel momento in cui contiene tutti gli elementi essenziali (accordo, oggetto, causa) e quando la tua proposta incontra l’accettazione da parte del cliente.

È però privo di una serie di clausole che possono davvero salvarti dalle problematiche, aiutarti a risolvere in modo semplice alcune questioni e regolare in modo lineare e chiaro il rapporto con il cliente.

Ad esempio:

  1. Regolamentare il meccanismo di scioglimento del contratto per recesso, ti permette di liberarti da un accordo con un cliente difficile o stabilire il fatto che il cliente debba darti un preavviso per chiudere il rapporto;
  2. Stabilire cosa accade in caso di mancato pagamento ti consente di sospendere immediatamente il servizio e risolvere il contratto per inadempimento in tempi più celeri;
  3. Specificare le fasi dal punto di vista operativo ti permette di evitare di ricevere richieste che non possono essere accolte o contestazioni che portano a controversie;

Questi sono solo alcuni degli esempi di clausole che potresti andare ad inserire all’interno del contratto di comunicazione. Poi, in ragione al tipo di servizio di comunicazione e a come organizzi la tua attività, potrai andare a modulare in modo specifico. Ad esempio, se sei un fotografo o un videomaker poi concentrarti sui master, se sei un social media manager sui risultati richiesti, se sei un SEO sulla specifica indicazione dell’attività che andrai a svolgere.

Il preventivo come allegato al contratto di digital marketing

La situazione a mio avviso ideale è che ci sia un preventivo che costituisce l’allegato (e alleato) numero uno del contratto:

  • Il contratto va a definire in modo chiaro e puntuale diritti e doveri delle parti, tutele, responsabilità, esoneri e via dicendo con riguardo all’intera attività svolta dall’agenzia di comunicazione;
  • Il preventivo, nell’ambito dell’attività svolta dall’agenzia va ad indicare i profili operativi dello specifico servizio (o pluralità di servizi) richiesti dal cliente.

Anche il preventivo quindi, al pari del contratto, necessita di un attenzione particolare nell’elaborazione. Nel momento in cui diventa l’allegato al contratto, deve essere concorde allo stesso e trovare un’adeguata regolamentazione nel documento contrattuale.

Se lavori con me infatti lo sai già. Ti avrò sicuramente chiesto di mandarmi una bozza del preventivo che sottoponi al tuo cliente. È infatti proprio da li che partiamo per andare ad elaborare un documento contrattuale ad hoc ed è li che poi torniamo per andare ad apportare tutte le revisioni al preventivo, che riteniamo utili in base al lavoro svolto.

Ti ci ritrovi in questo ragionamento?

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Richiesta di modifica del progetto creativo. Quanti re-work può chiedere il cliente?

Il progetto creativo che stai sviluppando è davvero originale e ti sei impegnato molto: arriva il cliente dicendoti che “non mi convince” ed inizia a chiederti revisioni e modifiche, ti consegna materiale aggiuntivo e va a stravolgere l’idea iniziale. Questo diventa un grande problema e se ti ci ritrovi, ti racconto come lo gestisco a livello legale.

Il problema delle modifiche, sotto il profilo legale

La legge chiaramente non dice cosa si debba intendere per “modifica del progetto creativo” e nemmeno ci fornisce elementi certi per stabilire quando la modifica si traduce in uno stravolgimento del progetto creativo iniziale oppure quando può essere inclusa tra le modifiche accettate per andare incontro alle richieste del cliente.

Inoltre poi, è anche l’agenzia di comunicazione a dover compiere le proprie valutazioni e tradurre le decisioni in un documento contrattuale vincolante per il cliente. È infatti l’agenzia a dover esaminare l’attività dal punto di visa organizzativo (ad esempio, per policy quell’agenzia prevedere tre re-work mentre un’altra ammette solo lievi modifiche una tantum) ma anche soggettivo (ad esempio, per quel cliente che non ha le idee chiare si tiene un compenso alto sapendo di dover accontentare richieste successive). In questo senso è possibile definire in modo standard a livello contrattuale ammettendo poi degli adattamenti specifici a livello anche di preventivo.

Cosa stabilisce la legge

Se le parti non hanno concluso un contratto di servizi di comunicazione che vada a disciplinare le modifiche, si applica quanto stabilito dalla legge.

Il servizio reso da un’agenzia di comunicazione, può essere qualificato come una prestazione resa nell’ambito di un contratto d’appalto o prestazione d’opera. La legge individua una serie di contratti tipici, lasciando poi all’autonomia patrimoniale delle parti individuare altri accordi che siano meritevoli di tutela.

Parlare di appalto ti fa venire in mente la costruzione di un immobile e quindi ti chiedi come possa adattarsi al servizio di copywriting che rendi? Si, effettivamente, pur essendo una cosa curiosa, è così. Se non hai un contratto si fa riferimento alla legge.

Ad esempio:

  • Se l’agenzia ritiene di voler compiere delle modifiche in corso d’opera (anche a livello creativo o organizzativo) allora queste devono essere autorizzate e “l’autorizzazione si deve provare per iscritto“. Peraltro, se il prezzo era fissato per l’intero, in questo caso l’agenzia non può ottenere un compenso ulteriore.
  • Se servono necessariamente delle modifiche e non ci si mette d’accordo, interviene il giudice, che chiaramente non è a conoscenza dello specifico servizio che stai rendendo a favore del tuo cliente. Peraltro, se “le variazioni sono di notevole entità, il committente può recedere dal contratto ed è tenuto a corrispondere un equo indennizzo“.

La cosa più importante però è questa. Se non è stabilito diversamente all’interno del contratto e si deve fare applicazione alla normativa legislativa dell’appalto: In ogni caso, la legge stabilisce poi che il committente può sempre richiedere delle variazioni al progetto.

  • Il cliente può sempre chiedere delle modifiche al progetto a prescindere dall’entità.
  • Se le variazioni causano una modifica del prezzo complessivo superiore ad un sesto, allora l’agenzia di comunicazione può richiedere la variazione del prezzo.
  • Se le variazioni non causano questa modifica, allora l’agenzia dovrà comunque svolgerle.

Questo è quello che stabilisce la legge nei casi in cui l’agenzia non si sia dotata di un documento contrattuale con cui si va a definire bene, in ragione del tipo di servizio, del tipo di cliente, del tipo di attività, del prezzo, andando quindi a stabilire qualcosa di diverso.

Cosa puoi prevedere in un contratto per servizi di comunicazione

Dotarsi di uno strumento contrattuale può davvero, in questo caso, fornirti la soluzione al problema della richiesta di modifiche.

Mettere nero su bianco gli obblighi e i divieti delle parti, è utile per lavorare bene sin dall’inizio e risolvere in modo lineare le questioni sopravvenute in corso d’opera.

Se non hai un contratto, ti suggerisco quindi di valutarne l’adozione: puoi partire ad alcuni suggerimenti che ho elaborato in un articolo dedicato al contratto per servizi di comunicazione. Se sei verticale su alcuni temi, ad esempio i social media, i copy, lo sviluppo di siti internet, post-produzioni fotografica, SEO, hai la possibilità di approfondire tramite le risorse informative che ti metto a disposizione.

Se il contratto ce l’hai già, puoi controllare se c’è la disciplina delle modifiche e se quindi sono presenti le clausole che ti indico sotto. Eventualmente puoi valutare un aggiornamento del documento.

Ci sono anche altri strumenti, correlati al contratto che diventano utilissimi in questi casi. Non conosco come imposti a livello organizzativo il tuo lavoro, ma avere un brief ti libera da molti pensieri.

In ogni caso all’interno dell’accordo si possono prevedere alcune clausole.

1) Definire cosa intende per progetto creativo e per modifiche.

È sempre fondamentale dare una definizione ai concetti che vengono utilizzati nel documento contrattuale. In questo modo, il cliente ne è a conoscenza sin dall’inizio e in caso di contenzioso si evitano problemi interpretativi.

2) Fornire alcuni esempi di modifiche accettate.

Se ti ritrovi molto spesso a modificare alcuni colori, allora quella potrebbe essere una modifica consentita. Se invece la richiesta di modifica della palette colori sconvolge l’impianto del lavoro, allora quella modifica non è consentita.

Sei quindi tu a poter stabilire a priori se intendi ammettere alcune richieste di modifica o se invece prevedi il divieto di alcune perchè determinano uno stravolgimento dell’impianto.

3) Stabilire i tempi per richiedere le modifiche.

Se accetti di compiere alcune modifiche, è altresì importante definire bene entro quale termine il cliente te le può richiedere. Si può anche valutare l’approvazione automatica del lavoro in difetto di richiesta di modifiche entro un termine.

4) Gestire le modifiche più importanti

Nulla esclude che tu comunque voglia ammettere anche le modifiche più importanti, che determinano lo stravolgimento del progetto iniziale. in questo caso, lo puoi stabilire, facendo le tue valutazioni in termini di flusso di lavoro, tempi, prezzi

5) Individuare un prezzo per ogni modifica

Altra cosa importante è definire se, vi è un numero di modifiche consentite ed incluse nel compenso iniziale ovvero se vi sono delle modifiche che costituiscono dei servizi aggiuntivi.

Parti da qui. La tua checklist per le modifiche

Mi piace sempre lasciarti con qualcosa che ti contente di iniziare anche in autonomia. E quindi, eccoti una checklist breve, strumento che può esserti utile a livello tecnico, per poi tradurre il tutto sotto il profilo legale.

  1. Cosa intendi, nel tuo lavoro, con il concetto di modifica al lavoro creativo?
  2. Ci sono delle modifiche “grandi” e delle modifiche “piccole“?
  3. Quali sono le modifiche che vengono più frequentemente richieste dal tuo cliente?
  4. Prevedi un numero di re-work inclusi nel preventivo oppure fai pagare ogni modifica?
  5. Ti sei mai trovato a sciogliere un contratto a causa delle modifiche al progetto creativo?

Fatto questo, hai gli appunti per calare all’interno di un documento contrattuale il tuo modo di lavorare, risolvendo a priori il problema delle modifiche.

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Come gestire il budget pubblicitario dal punto di vista legale e contrattuale

Se sei qui significa che ti occupi di pubblicità per conto del tuo cliente. Ho notato che le modalità operative sono molto diverse da agenzia ad agenzia, ma qui trovi i miei suggerimenti con riguardo alla gestione contrattuale del servizio, del pagamento e degli accessi.

La definizione contrattuale di “Budget Media”

Parlare di budget media significa prevedere una determinata somma che il cliente intende investire nella pubblicità online gestita da parte dell’agenzia di comunicazione.

All’interno del contratto è importante, oltre a dare una definizione di “budget media” (io di norma utilizzo molte definizioni proprio per consentire alle parti di comprendere in modo chiaro ciò di cui si sta parlando), è individuare la somma (magari facendo richiamo al preventivo), identificare la piattaforma (o fare rinvio ad un successivo accordo).

Inoltre, è bene chiarire al cliente che:

  • La piattaforma è soggetto diverso rispetto all’agenzia e quindi quest’ultima non può essere ritenuta responsabile in caso di mancata pubblicazione della campagna o blocco per qualsivoglia motivo esterno dell’account;
  • L’agenzia si impegnerà a svolgere l’attività con la diligenza professionale ma non può promettere risultati in termini di clienti acquisiti con la campagna;
  • È il cliente a dover informare di eventuali vincoli (ad esempio in relazione al tipo di attività) che vietano l’uso di determinate parole o che impongono determinate locuzioni;

Il servizio di gestione dell’account pubblicitario

Tu mi insegni che, nel momento in cui viene studiata con il cliente la strategia di marketing, impostata una linea di comunione, definiti con il cliente l’investimento da compiere in ambito pubblicitario, le attività da parte dell’agenzia possono sostanziarsi nelle seguenti, per le quali voglio farti qualche accenno ai profili legali.

I profili legali del servizio di marketing adv

  1. Definizione congiunta degli obiettivi con il cliente (target, spesa, altro). È fondamentale che il cliente approvi l’attività che si andrà a svolgere. Suggerisco sempre quindi di creare un report di quanto definito, un un brief iniziale.
  2. Individuazione dei dati da utilizzarsi per lo svolgimento delle attività pubblicitarie. Altra cosa fondamentale è l’utilizzo di eventuali dati personali di utenti, clienti, prospect, fornitori mettendo a punto una policy nel rispetto del regolamento europeo a protezione dei dati personali.
  3. Ideazione della campagna ADV con ricerca delle parole chiave, copy, immagini. Anche qui, è importante definire contrattualmente se si tratta di attività interamente svolta dall’agenzia o in parte con la collaborazione del cliente. Inoltre valuta anche la titolarità della creatività, se presente, della campagna.
  4. Attività di consulenza a spot, continuativa, supporto. Se ci sono servizi correlati, è bene individuare tempistiche, prezzi, attività per evitare doglianze da parte del cliente con riguardo al mancato adempimento o che il cliente richieda attività non previste. Si tratta di elementi da specificare nel contratto.
  5. Definizione delle modalità di fatturazione del servizio di marketing adv e del pagamento delle spese per il budget media. Si tratta chiaramente di due profili diversi che devono essere tenuti distinti. Con riguardo al corrispettivo sti suggerisco di valutare come imposto io i pagamenti.

Chi paga il budget media? L’agenzia o il cliente

All’interno del contratto è chiaramente fondamentale specificare se il budget media viene anticipato dall’agenzia di comunicazione e rifuso dal cliente o se invece, è il cliente che provvede direttamente al pagamento inserendo il numero di carta di credito all’interno dell’account pubblicitario.

La valutazione spetta all’agenzia, considerando tuttavia alcuni profili.

Pagamento anticipato dall’agenzia di comunicazione

Se l’agenzia è di dimensioni medie, può essere più semplice gestire da un unico account tutte le campagne pubblicitarie di clienti e quindi anticipare il pagamento. tuttavia, può esserci un problema di rimborso, ritardato o mancato.

In questo caso è fondamentale una clausola contrattuale che preveda l’immediata sospensione del servizio qualora il cliente non rispetti le scadenze. E che preveda poi un esonero da responsabilità in caso di danni subiti per la predetta sospensione.

Pagamento diretto dal cliente

Se invece l’agenzia o il freelance decidono di lasciare al cliente l’onere di pagamento diretto, può significare ad esempio che il cliente si occupa di inserire all’interno della piattaforma il numero della carta di credito.

Può accadere invece che il cliente consegni all’agenzia una carta di credito apposita per lo svolgimento di tali attività. in questo caso, trattandosi di un bene preso in consegna, l’agenzia avrà l’obbligo di custodia con conseguente responsabilità in caso di smarrimento, ad esempio. Diventa quindi fondamentale regolamentare questo profilo.

I problemi da evitare nelle campagne pubblicitarie

Chiaramente, lo svolgimento del servizio di digital advertising, come tutti i lavori, può presentare talune problematiche. Sapendolo, possono essere previste delle clausole all’interno del contratto di servizi di comunicazione che possono aiutare nella gestione delle difficoltà. Ad esempio:

  1. Problemi di pubblicazione. Come anticipato, è bene predisporre una clausola di esonero da responsabilità per quanto non rientra nelle possibilità dell’agenzia di comunicazione che di fatto rimane un intermediario per la gestione del servizio. Attenzione comunque alle procedure interne dell’agenzia e al rispetto delle normative.
  2. Problemi di fatturazione. Inoltre, è bene predisporre la sospensione della campagna per il caso in cui il cliente non rifonda la somma investita. Se invece è il cliente, sarà lui a dover rimanere l’unico responsabile in caso di blocco. Tutto questo può sfociare poi alla risoluzione del contratto per inadempimento.
  3. Ripensamento, recesso, scioglimento. Se il cliente intende sospendere la campagna pubblicitaria, è fondamentale prevedere determinate tempistiche che consentano all’agenzia di riorganizzare il lavoro, di mettere in stop l’investimento e di gestire correttamente il passaggio di consegne, incluse le credenziali.

Con un accordo non risolvi al 100% tutti i problemi che potranno comunque esserci, anche per il semplice fatto che la piattaforma è un soggetto terzo rispetto a te e al tuo cliente con cui hai concluso il contratto. Tuttavia, l’accordo diventa uno strumento fondamentale per regolamentare i rapporti in modo chiaro e corretto sin dall’inizio affinché si possano gestire in modo sereno eventuali sopravvenute problematiche.

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