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Autore: Valentina Trevisan

La pubblicità ingannevole per la società benefit: il problema del marketing

La pubblicità deve essere palese, veritiera e corretta. Quando poi veicola dei contenuti legati alla sostenibilità ambientale, economica e sociale bisogna fare ancora più attenzione alla trasparenza con conseguente aggravio di responsabilità dell’agenzia.

Parliamo quindi della pubblicità correlata a questo argomento. Ti anticipo che: tutto deve essere valutato nel caso concreto.

Ho parlato di società benefit, dal punto di vista generale ma verticale per le agenzie (con esempi utili) in un articolo dedicato: Agenzia di comunicazione benefit. Ho voluto anche darti un approfondimento sugli obblighi informativi che riguardano in sito internet di una società benefit: Denominazione, Sostenibilità, Relazione d'impatto. 

Il problema del marketing per le società benefit

Ci possono essere società prive dell’etichetta benefit, che però svolgono attività con finalità di beneficio comune e ci possono essere società dotate dell’etichetta benefit che tuttavia non svolgono attività di beneficio comune e che quindi seguono, solo formalmente, il dettato previsto dalla normativa.

Per evitare quest’ultima situazione, il legislatore ha infatti imposto la redazione annuale di una relazione in cui vengono indicati obiettivi, azioni svolte, azioni non svolte, nuovi obiettivi, per garantire la trasparenza e la responsabilità.

La comunicazione svolta da parte di un’agenzia diventa quindi un problema quando il perseguimento del beneficio comune è solo di facciata e viene posto in essere al solo scopo di attrarre i consumatore sensibili ai temi legati alla sostenibilità (economica, sociale, ambientale).

Il tema green marketing, sebbene non legato direttamente alle società benefit, ma interessa in generale tutte le imprese. Ti rinvio alla lettura dell'articolo dedicato proprio alla pubblicità legata alla sostenibilità ambientale in quanto trovi delle linee guida a mio avviso utili per evitare il green washing: Pubblicità green e sostenibilità ambientale.

La comunicazione della società benefit nei confronti dei consumatori

Il rapporto società benefit e consumatore

Il consumatore può essere uno dei destinatari delle azioni poste in essere da una società benefit con finalità di beneficio comune. Qui, il concetto è di “persona” in generale.

Il consumatore, giuridicamente e secondo il codice del consumo è “la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta“. È quindi il destinatario della comunicazione commerciale ideata da parte dell’agenzia di comunicazione.

La pubblicità ingannevole della società benefit

La pubblicità è ingannevole quando:

  1. è idonea ad indurre in errore i soggetti a cui è rivolta;
  2. a causa dell’ingannevolezza può pregiudicare il comportamento economico del soggetto;
  3. oppure a causa dell’ingannevolezza è idonea a ledere un concorrente;

Il codice del consumo ci fornisce poi una serie di fattispecie entro cui la pratica commerciale è da considerarsi ingannevole.

E quindi, con riguardo alle società benefit, l’inganno può riguardare:

  • La dichiarazione che la società è benefit quando invece non lo è;
  • La descrizione delle azioni poste in essere correlate alla finalità di beneficio comune, che invece non sono state adottate;
  • L’indicazione sulla presentazione dell’azienda online di obiettivi che non sono stati definiti con l’organo gestorio dell’azienda;

La pubblicità scorretta della società benefit

La pubblicità è scorretta quando:

  1. è contraria alla diligenza professionale
  2. ed è falsa o idonea a falsare in misura apprezzabile il comportamento del consumatore medio;

A mio avviso qui acquisiscono estrema importanza le modalità con cui è presentato l’obiettivo e le azioni poste in essere dalla società per il beneficio comune. È fondamentale l’aggiunta di dati oggettivi, di informazioni acquisite tramite analisi; bene la formulazione di percentuali con l’indicazione però delle basi di calcolo; fondamentale rendere palesi gli schemi che hanno condotto a tale affermazione. Nella relazione, ad esempio, è necessario anche indicare le circostanze che hanno impedito o rallentato il raggiungimento degli obiettivi; una pubblicità scorretta invece cela tali dati e si limita ad evidenziare i successi dell’impresa.

Le società benefit e i concorrenti

La concorrenza sleale nel marketing

Nei confronti dei concorrenti, per quanto qui attiene, si parla di concorrenza sleale quando la società benefit si vale direttamente o indirettamente di mezzi (qualsiasi) non conformi ai principi di correttezza professionale e idonei a danneggiare l’altrui azienda.

È quindi fondamentale che nella comunicazione, i riferimenti ai concorrenti o a soggetti che producono prodotti simili ma con modalità differenti (non orientate alla sostenibilità ambientale ad esempio), rispettino le normative applicabili in tema di pubblicità comparativa e di concorrenza, appunto.

La soluzione per il marketing delle società benefit

La soluzione è quella di evitare ogni forma di pubblicità che possa qualificarsi come ingannevole, scorretta, o contraria ai principi di diligenza. Oltre ad ottenere l’autorizzazione della società benefit che richiede all’agenzia di curare la comunicazione, è importante anche approfondire i profili legali.

Come sai, sono molto appassionata di tutto ciò che attiene alla pubblicità. Come avvocato ho però la sensibilità di dirti di prestare massima attenzione in quanto le sanzioni ci sono e sono pesanti. Se sei tu a creare dei contenuti promozionali che si violano la normativa (in parte qui citata) dovrai poi rispondere nei confronti del tuo cliente che ha subito la sanzione.

Se intanto vuoi farti un’idea dell’argomento e iniziare a prendere qualche appunto puoi partecipare come uditore al webinar fissato per il 26 settembre 2023 alle ore 16.30. Se ti iscrivi alla newsletter sarai inserito nella lista di coloro che verranno informati direttamente tramite link per partecipare.

Foto di Daniele Franchi su Unsplash

Marketing e comunicazione della società benefit

Comunicare che sei diventata società benefit o gestire il marketing di una società benefit, è un’attività che impone molta attenzione: la pubblicità, oltre a dover essere palese, veritiera e corretta, deve essere trasparente, sostenibile e responsabile.

In questo articolo, parliamo di questo tema. E infatti:

  • Se sei un’impresa che sta diventando o è diventata società benefit, avrai la necessità di comunicare in modo trasparente e responsabile la tua nuova forma d’impresa;
  • Se sei un’agenzia di comunicazione incaricata di gestire la comunicazione di questa forma sociale ibrida, dovrai tenere bene a mente le regole della pubblicità che riguardano la società benefit e che si sommano a quelle ordinarie.
Attenzione! Se non sai di cosa sto parlando, ti suggerisco di leggere l'articolo che ho dedicato alle società benefit: può riguardare te in via diretta, come agenzia, ma essere utilissimo per qualsiasi impresa impiegata in altri settori: Agenzia di comunicazione come società benefit.

Gli obblighi delle società nei siti internet

Gli obblighi per tutte le società

Se stai sviluppando un sito internet per una società non benefit, dovrai innanzitutto inserire le informazioni imposte dal codice civile.

Mi riferisco a:

  • La sede della società;
  • L’ufficio del registro delle imprese presso cui è iscritta e il numero di iscrizione;
  • Il capitale sociale, per le società per azioni, in accomandita per azioni e a responsabilità limitata (la somma effettivamente versata che risulta dall’ultimo bilancio);
  • Se è in liquidazione, è necessario specificare la dicitura; 
  • Se si tratta di società a responsabilità limitata a socio unico, è necessario indicarlo;
  • Il numero di partita iva;

Se poi il sito internet è un e-commerce, è dotato di pulsanti per iscrizione a newsletter o consente di eseguire download, il tuo cliente dovrà affidarsi ad un professionista che ti indichi gli step da seguire per la corretta implementazione del sito e l’integrazione con la documentazione.

Puoi intanto dare un'occhiata ad alcuni approfondimenti che ho dedicato al tema partendo da: è obbligatorio avere un sito internet? E poi, cosa deve avere un sito internet? O ancora, cosa sono le note legali di un sito internet? 

Ti suggerisco di lavorare a fianco di un professionista sin dalla progettazione del sito internet, per evitare di arrivare poi alla fine e dover modificare delle aree che non sono in linea con quanto imposto dalla normativa.

Gli obblighi per le società benefit

Se stai sviluppando un sito per una società che è nata benefit oppure se stai aggiornando il sito di un’azienda cicche è diventata società benefit, ci sono altri elementi aggiuntivi da considerare.

Ti riporto i principali elementi da inserire all’interno di un sito internet sviluppato per una società benefit:

  • La denominazione “Società Benefit”. Non si tratta di un’aggiunta obbligatorio ma se l’azienda decide di utilizzarla, sarà da implementare in tutta la comunicazione (carta intestata e sito internet ad esempio)
  • L’area “Sostenibilità”. Di norma l’azienda che diventa società benefit crea un’apposita area all’interno del sito, raggiungibile dal menu ad hamburger o dal footer, che permette agli utenti e a coloro che potrebbero beneficiare delle attività benefit svolte dall’azienda, di prendere contezza di obiettivi ed azioni;
  • La pubblicazione della relazione d’impatto. Il comma 383 dell’art 1 L. 28 dicembre 2015 n. 208 impone la pubblicazione della relazione annuale all’interno del sito internet ove presente. La modalità con cui è strutturata la reazione diventa un importante strumento per veicolare valori dell’azienda, finalità di beneficio comune, azioni concrete svolte, azioni da svolgere e tutto quanto imposto dalla normativa applicabile, presentato nelle modalità che corrispondono alla vision aziendale.

La relazione d’impatto come strumento di marketing

La relazione d’impatto deve includere la descrizione degli obiettivi specifici, delle modalità e delle azioni attuati dagli amministratori per il perseguimento delle finalità di beneficio comune, la valutazione d’impatto generata utilizzando uno standard esterno, e i nuovi obiettivi per l’esercizio successivo.

Non ci sono degli obblighi in merito alle modalità di presentazione.

La relazione d’impatto è uno strumento per trasmettere la personalità della società, veicolare le reali intenzioni, avvicinarsi all’utente che si appresta alla lettura, facilitarne la comprensione e promuovere il brand. Diventa un manifesto della comunicazione d’impresa.

Chiaramente, se la relazione viene trasmessa dalla società in formato WORD, l’agenzia di comunicazione dovrà dotarsi delle professionalità necessarie per mantenere invariato il senso della relazione ma renderla più comprensibile (colori, impaginazione, sintesi, contenuti, frasi..). Si tratta di un’attività di legal design.

Se quindi sei un’agenzia di comunicazione e hai dubbi sul “come” comunicare il benefit del tuo cliente (in realtà dovresti averne), il mio ruolo, in questo caso, è di supporto nell’attività di copywriting, dal punto di vista legale chiaramente, affinchè la normativa sia pedissequamente rispettata.

Se poi vuoi anche farti un’idea dell’argomento e iniziare a prendere qualche appunto anche per la tua agenzia puoi partecipare come uditore al webinar fissato per il 26 settembre 2023 alle ore 16.30. Se ti iscrivi alla newsletter sarai inserito nella lista di coloro che verranno informati direttamente tramite link per partecipare.

Foto di Giulia May su Unsplash

Agenzia di comunicazione società benefit: cosa, come e perchè

Sei sei un’agenzia di comunicazione, sei sensibile al tema della sostenibilità e comunque consapevole del cambiamento che sta interessando il nostro approccio al mondo, ti consiglio di valutare il percorso per diventare società benefit.

In questo articolo ti parlo della società benefit come tema da applicarsi alla tua realtà di agenzia pubblicitaria e quindi: cos’è benefit, come e perchè diventare benefit.

Un altro articolo riguarderà invece la comunicazione della società benefit e dunque le attività di marketing che vai a svolgere per conto di aziende che sono diventate società benefit.

Cos’è la società benefit?

La società benefit è un modello ibrido di impresa caratterizzato da un duplice scopo:

  • profit, tipico e generale, che riguarda i unicamente i soci
  • beneficio comune, caratteristico di questa forma societaria che invece riguarda tutti, persone, dipendenti, fornitori, clienti, comunità territoriali, capitale umano.

Il concetto di benefit è legato al tema della sostenibilità, che non è solo ambientale. Oggi infatti, anche nello svolgimento dell’attività d’impresa, è richiesto un impegno costante volto all’equilibrio tra fattore ambientale, economico e sociale.

Ci sono poi diversi criteri per orientare l’impresa che vuole diventare società benefit che vanno a declinare le tre dimensioni indicate. Mi riferisco ai 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile, suddivisi poi il 169 sotto obiettivi ed in 240 indicatori.

Cosa non è benefit?

Essere società benefit non è qualcosa che riguarda “solo” la sostenibilità ambientale.

Il fattore ambientale (come ad esempio la modalità di gestione dei rifiuti) deve essere correlato al fattore economico (come ad esempio, criteri per definire in modo oggettivo la remunerazione dei soggetti) e a quello sociale (come ad esempio, la trasparenza e la partecipazione dei dipendenti alle decisioni aziendali).

Ad esempio:

  1. Esistono delle linee guida nella scelta dei fornitori?
  2. L’azienda ha adottato, realmente, dei principi etici che orientano il business?
  3. I lavoratori sono felici e si sentono di appartenere ad un team?

Essere società benefit non significa fare donazioni a fine anno ad alcune associazioni.

La scelta nel diventare società benefit è un fatto intenzionale, personale che viene poi accompagnato da una decisione e dalla pianificazione e programmazione di una serie di azioni ed obiettivi.

Si tratta quindi di una scelta che caratterizza intrinsecamente l’azienda e non si manifesta unicamente in una forma di beneficienza verso una no profit.

Scegliere di diventare benefit non può essere una manovra di marketing.

Sei un’agenzia che si occupa di comunicazione e di imprese, non sono quindi io a doverti mettere in guardia da greenwashing o marketing sociale. Tuttavia attenzione a non decidere di diventare benefit unicamente come fattore distintivo rispetto ai competitor ma di fatto non preoccuparsi nemmeno di elaborare una serie di azioni che andranno poi riportate nel report di sostenibilità.

L’agenzia pubblicitaria come società benefit

L’agenzia di comunicazione, costituita nella forma di società (di capitali o di persone) o in cooperativa, ma non quale impresa individuale o società a responsabilità limitata semplificata, può decidere di diventare società benefit.

Il punto di partenza è la decisione, che viene adottata una serie di valutazioni non compiute autonomamente ma con il supporto di un professionista che può accompagnare.

Ecco quindi alcuni esempi di temi “benefit” per le agenzie di marketing, per farti un’idea di come tu, potresti iniziare a valutare. Chiaramente, come dico sempre, le cose devono essere vagliate nel caso concreto.

Esempi di temi “benefit” per l’agenzia di marketing

    Uno. Diventare un’agenzia di comunicazione bike friendly

    Come agenzia puoi promuovere il raggiungimento della sede in bicicletta, predisponendo all’interno della struttura degli spazi ad hoc per collocare i mezzi in sicurezza e adottando una polizza assicurativa integrativa per RC BICI per i dipendenti.

    Due. Scegliere accuratamente i fornitori

    Come agenzia puoi approfondire maggiormente le modalità di lavoro dei fornitori che scegli di modo che siano in linea con i principi etici della tua azienda, rispettino l’ambiente e i lavoratori. Puoi predisporre delle linee guida e degli aggiornamenti annuali tramite audit.

    Tre. Dare qualcosa alla realtà territoriale che ti ospita

    Magari a suo tempo avevi scelto quella collocazione perchè uno snodo facilmente raggiungibile, perchè ad un prezzo vantaggioso, perchè comodo ai soci, perchè ampio, luminoso, o per qualsiasi altra ragione. Puoi esprimere riconoscimento coinvolgendo le organizzazioni locali, facendoti promotrice di iniziative, aprendoti a stage scolastici o ad occasioni di formazione per le persone della zona.

    Perchè diventare un’agenzia di comunicazione benefit?

    La ragione principale a mio avviso, poco guiridicamente, è l’intenzionalità, l’essere consapevoli di fare parte del mondo e di avere una responsabilità correlata, sapere che siamo in un’era in cui l’uomo è in grado di influenzare e alterare l’equilibrio, perseguire obiettivi di miglioramento, diminuire gli impatti negativi.

    Più concretamente ed in modo non esaustivo, se diventi benefit:

    • Ti impegni realmente in azioni concrete e perseguire gli obiettivi di bene comune che condividi;
    • Acquisisci maggiore credibilità sul mercato e sarai preferito dai clienti sensibili a questi argomenti;
    • Attrai giovani e talenti interessati a lavorare per imprese che hanno contezza della responsabilità sociale;
    • Crei valore per territori e comunità e in questo modo puoi radicarti maggiormente sul mercato in un ottica di lungo termine;
    • Presti maggiore attenzione per i processi, i meccanismi, i team di lavoro, le attività arrivando ad organizzare in modo più ordinato il business;

    Foto di Markus Spiske su Unsplash

    La malattia del dipendente di un’agenzia di marketing: quali i diritti e doveri delle parti?

    In azienda i ritmi di lavoro sono particolarmente serrati. La suddivisione in micro-progetti, la nomina di capo team, l’uso di slack per collaborare a distanza, la gestione di trello anche in combinata con il cliente, talvolta non sono sufficienti ad evitare le problematiche correlate alla malattia del lavoratore (urgenze, rinvii, consegne). Vediamo i profili legali da tenere in maggiore considerazione.

    Come gestire il rapporto di lavoro durante la malattia?

    Accade spesso che, durante il rapporto di lavoro, il dipendente si ammali per brevi o per lunghi periodi. Pur non essendoci attività lavorativa durante la malattia, esistono dei diritti e degli obblighi precisi per entrambe le parti anche in questa particolare fase del rapporto e le problematiche di gestione non mancano. 

    Va da sé che, in base anche alle dimensioni dell’agenzia, al periodo dell’anno, ai progetti da gestire, la malattia di un project manager o di un responsabile senior può recare maggiori problematiche della situazione in cui ad ammalarsi sia un apprendista grafico o uno stagista.

    Il project manager in malattia: diritti e doveri

    La malattia comporta la sospensione temporanea del rapporto di lavoro.

    Ciò significa che il lavoratore è impossibilitato ed esonerato dallo svolgere l’attività lavorativa perché il proprio stato di salute lo rende incapace al lavoro. 

    Durante tale periodo l’assenza dal lavoro è giustificata a condizione che il dipendente osservi due obblighi di condotta (entrambi sono contenuti e precisati all’interno del contratto collettivo applicato al suo rapporto di lavoro).

    1) Obbligo di informare dell’assenza l’agenzia di marketing

    Il project manager (nell’esempio) o comunque in generale il lavoratore dipendente dell’agenzia a prescindere dalla qualifica deve avvisare il datore di lavoro tempestivamente della propria assenza.

    Spesso i CCNL individuano dei precisi intervalli orari (ad esempio, prima dell’inizio del proprio orario di lavoro o entro un certo numero di ore successive). Bisogna quindi in primis verificare cosa impone il contratto e poi uniformarsi.

    La comunicazione serve, dunque, a giustificare la propria assenza dal lavoro.

    2) Obbligo di certificare la malattia alla software house

    È poi fondamentale che lo stato di salute del project manager (riprendendo l’esempio) venga certificato ovvero confermato in via formale.

    La malattia deve quindi essere attestata dal certificato medico rilasciato dal proprio medico curante all’esito della visita ambulatoriale. Nel corso della visita, il lavoratore deve comunicare il proprio indirizzo di reperibilità per il periodo di malattia, se diverso da quello di residenza in possesso del datore di lavoro. Il medico si occupa di trasmettere il certificato, per via telematica, all’INPS mentre il lavoratore deve chiedere il numero di protocollo da comunicare al proprio datore di lavoro; comunicazione, questa, che deve avvenire nel rispetto dei termini previsti dal CCNL.

    L’INPS mette a disposizione delle aziende i certificati medici dei dipendenti caricati telematicamente; i documenti in questione contengono solo la prognosi (durata presunta della malattia) e non la diagnosi (identificazione della natura della malattia).

    E se il responsabile marketing non comunica la malattia all’azienda?

    L’inosservanza di questi obblighi di informazione e certificazione rappresenta un inadempimento del lavoratore e consente all’azienda di attivare il procedimento disciplinare. Di particolare rilevanza è l’obbligo di certificazione che, se non rispettato, non consente di ritenere giustificata l’assenza (permettendo sempre al datore di lavoro di esercitare l’azione disciplinare).

    L’assenza ingiustificata è una condotta di particolare gravità e, se protratta oltre l’arco temporale individuato dai contratti collettivi, può portare al licenziamento per giusta causa del lavoratore.

    Il lavoratore ha, inoltre, l’obbligo di essere reperibile presso l’indirizzo abituale comunicato all’azienda o presso l’indirizzo di reperibilità indicato sul certificato di malattia per l’intera durata della malattia, comprese le domeniche ed i giorni festivi e ciò in apposite fasce orarie: dalle 10:00 alle 12:00 del mattino e dalle 17:00 alle 19:00 del pomeriggio.

    Il periodo di malattia è tutelato dall’INPS mediante il riconoscimento di un’indennità economica ma solo per specifiche categorie di lavoratori (operai del settore industria; operai, impiegati e quadri del settore commercio). Negli altri casi, il trattamento è a carico del datore di lavoro il quale, in base alle previsioni del CCNL, può essere tenuto a corrispondere un’integrazione economica anche nelle ipotesi di tutela INPS.

    L’agenzia può controllare il lavoratore in malattia?

    Lo Statuto dei Lavoratori vieta ai datori di lavoro di compiere accertamenti diretti sull’idoneità al lavoro dei propri dipendenti, su malattie o infortuni (art. 5 L. n. 300/1970).

    Il controllo delle assenze può essere effettuato solo tramite i servizi ispettivi degli istituti competenti (come l’INPS) che sono tenuti ad attivarsi quando il datore di lavoro lo richiede.

    Quindi:

    • NO al controllo diretto
    • SI al controllo indiretto.

    I controlli dell’agenzia di comunicazione

    L’azienda può richiedere all’INPS di effettuare, tramite propri medici ispettori, un controllo della malattia dei propri dipendenti. Il controllo avviene mediante verifica compiuta dagli ispettori presso l’indirizzo abituale comunicato dal dipendente all’azienda o presso l’indirizzo di reperibilità indicato sul certificato di malattia nelle sopra indicate fasce orarie di reperibilità (10-12 / 17-19).

    La cooperazione del lavoratore dipendente

    Il lavoratore deve cooperare e consentire lo svolgimento della visita di controllo, permettendo l’ingresso del medico INPS. All’esito della visita, il medico redige un report della verifica condotta indicando se le condizioni di salute del lavoratore lo rendono o meno capace al lavoro; il report è poi disponibile alle aziende.

    L’assenza ingiustificata del lavoratore alla visita di controllo comporta la perdita del trattamento di malattia e rappresenta una violazione degli obblighi di condotta del dipendente che consente all’azienda di attivare il procedimento disciplinare.

    Il giustificato motivo che permette l’esonero dall’obbligo di reperibilità ricorre nei casi di ricovero ospedaliero, forza maggiore, situazioni che abbiano reso indifferibile la presenza del lavoratore altrove o concomitanza di visite / accertamenti specialistici ma dimostrando che questi non potevano essere fissati in orari diversi da quelli di reperibilità.

    Al di fuori delle verifiche sanitarie (per le quali valgono le regole dello Statuto dei Lavoratori sopra accennate), il datore di lavoro ha facoltà di compiere accertamenti – tramite agenzie investigative private – di circostanze di fatto atte a dimostrare l’insussistenza della malattia o la non idoneità di quest’ultima a determinare uno stato d’incapacità lavorativa e, quindi, a giustificare l’assenza. Questa possibilità è particolarmente utile nel caso in cui si abbia sospetto o notizia che il lavoratore svolga un’altra attività lavorativa durante la malattia (leggi più sotto).

    Il diritto di conservare il posto di lavoro

    Durante la malattia, il lavoratore ha diritto alla conservazione del posto di lavoro per tutto il periodo previsto dal contratto collettivo (c.d. periodo di comporto).

    Come funziona il periodo di comporto in agenzia?

    Ne consegue che il datore di lavoro non può licenziare il lavoratore durante il comporto: il licenziamento intimato prima dello scadere del comporto e motivato dal perdurare della malattia è nullo.

    Durante il comporto, il licenziamento è possibile solo in presenza di una giusta causa o di un giustificato motivo: la giusta causa consente di interrompere il rapporto con effetto immediato nonostante l’assenza per malattia; il giustificato motivo non comporta la risoluzione immediata del rapporto di lavoro, ma gli effetti del licenziamento restano sospesi sino al termine della malattia (proprio perché si tratta di un periodo di sospensione del rapporto lavorativo).

    Alla scadenza del periodo di comporto, il rapporto prosegue salvo che l’azienda decida di risolverlo. Il licenziamento per superamento del periodo di comporto è possibile, solo se il periodo di conservazione del posto di lavoro è stato effettivamente superato dal dipendente: il calcolo può essere complesso in quanto i CCNL spesso individuano il numero massimo di assenze possibili ma entro un arco temporale di riferimento (anno di calendario o anno solare) ed è fondamentale eseguire correttamente il conteggio per la validità del licenziamento.

    • Se la malattia interessa un lavoratore affetto da handicap o disabilità è discriminatorio applicare lo stesso periodo di comporto previsto dal CCNL per gli altri lavoratori. Due conseguenze: il licenziamento eventualmente intimato è nullo e sono discriminatorie le clausole dei contratti collettivi che non prevedano un comporto più lungo per questi lavoratori.
    • Se la malattia è imputabile alla responsabilità del datore di lavoro (ad esempio, in caso di accertamento di mobbing), i giorni di assenza non possono essere contemplati nel calcolo del comporto.

    Come funziona il licenziamento del lavoratore in malattia?

    Il licenziamento per superamento del periodo di comporto deve essere tempestivo perché, scaduta la malattia, l’inerzia del datore di lavoro può equivalere ad una rinuncia della facoltà di interrompere il rapporto.

    Occorre, infine, prestare particolare attenzione alla stesura della lettera di licenziamento in quanto occorre dettagliare la motivazione, precisando quantomeno il numero totale delle assenze registrate nell’arco temporale di riferimento previsto dal CCNL oppure dettagliando i singoli giorni di assenza.

    E se il lavoratore svolge un’altra attività lavorativa durante la malattia?

    In linea di principio, durante la malattia, le condizioni di salute del lavoratore non gli permettono di lavorare né per il proprio datore di lavoro, né per altri.

    L’obbligo di fedeltà all’agenzia di comunicazione

    Va ricordato che sebbene il rapporto sia sospeso, resta l’obbligo di fedeltà del dipendente (art. 2105 c.c.) che non può trattare affari in proprio o in concorrenza con il datore di lavoro.

    L’attività lavorativa alternativa del dipendente

    Tuttavia, la giurisprudenza ritiene possibile lo svolgimento di altra attività lavorativa durante la malattia purché questo comportamento non sia tale da integrare una simulazione fraudolenta della malattia o idoneo a ritardare, compromettere o pregiudicare la guarigione e, dunque, il rientro in servizio. 

    Se l’altra attività, invece, è incompatibile con la malattia, il datore di lavoro ha la possibilità di attivare il procedimento disciplinare e, in base alla gravità del comportamento, si può giungere sino alla sanzione del licenziamento per giusta causa.

    E’ bene, però, considerare che è l’azienda a dover dimostrare l’incompatibilità tra la malattia e l’altra attività lavorativa. Ciò può risultare complesso atteso che il datore di lavoro non può conoscere la tipologia di malattia, trattandosi di un dato riservato, salvo che non sia stato il lavoratore stesso a comunicargli i motivi specifici della propria assenza.

    Step da seguire dall’agenza o dalla software house per il dipendente in malattia

    Ecco quindi, in sintesi i punti fondamentali da seguire:

    • Osservare gli obblighi di informazione e certificazione durante il periodo di malattia perché la loro inosservanza può legittimare l’apertura di un procedimento disciplinare.
    • Durante la malattia, il lavoratore ha diritto a conservare il posto di lavoro e non può essere licenziato a causa della sua assenza. 
    • Occorre prestare particolare attenzione nel caso in cui il lavoratore superi il periodo di comporto e si voglia comunicare il licenziamento. Le regole di calcolo sono complesse e devono tener conto degli orientamenti della giurisprudenza (soprattutto per l’inclusione o meno dei giorni festivi): può essere utile affidarsi ad un legale.
    • La malattia non preclude, di per sé, al dipendente di svolgere altra attività lavorativa ma questa deve essere compatibile con lo stato di salute e non rallentare o pregiudicare la guarigione.
    • L’azienda ha la possibilità di avvalersi di agenzie investigative per verificare i comportamenti extralavorativi del dipendente durante la malattia ma non per compiere accertamenti sanitari sulla malattia stessa (riservati ai medici INPS).

    Tenuto conto di queste regole, ogni azione deve essere approfondita sul caso concreto, prima di intraprendere autonomamente iniziative, sia lato azienda sia lato lavoratore. L’analisi può essere fatta in tempi brevi ma è fondamentale per evitare problematiche, inadempimenti e situazioni difficili poi da gestire.

    Legal for Creativity si occupa anche di diritto del lavoro. Se vuoi approfondire questi o altri temi legati al mondo dei rapporti con dipendenti e collaboratori, puoi contattarci:

    Foto di Kelly Sikkema su Unsplash

    I profili legali del behavioural advertising o marketing comportamentale 

    La corretta impostazione di banner cookie e cookie policy può diventare davvero un valore aggiunto del servizio offerto dall’agenzia di comunicazione: ecco i profili legali da tenere in considerazione sin dalla progettazione.

    Cos’è il marketing comportamentale e perchè te ne parlo come avvocato

    Il behavioural advertising, o marketing comportamentale che dir si voglia, rappresenta indubbiamente uno dei servizi marketing oggi più richiesto alle agenzie di comunicazione dai propri clienti, specialmente quando impegnati in attività di e-commerce. Tuttavia – sembrerà banale ma non lo è – i servizi di behavioural marketing, finalizzati al raggiungimento di clienti certi o potenziali mediante meccanismi in grado di selezionare il target di persone cui indirizzare la pubblicità, implicano il trattamento di dati personali degli utenti stessi, raccolti principalmente mediante il ricorso ai cookies, e pertanto assume ruolo centrale la corretta impostazione legale della campagna di marketing.

    Se la tua agenzia di comunicazione è stata ingaggiata per sviluppare l’area marketing di un’azienda, ecco che allora è bene che tu conosca i principi base nella gestione dei cookies diversi da quelli prettamente tecnici: sarai allora in grado di fornire al cliente un servizio completo e preciso, a differenza di ciò che avviene con il semplice ricorso a servizi online di generazione automatica di policy, quasi mai precisi e praticamente sempre generici e prolissi.

    [VUOI APPROFONDIRE?] Parlarti di privacy non è una novità. In realtà avevo dedicato un articolo (più d'uno) alla privacy nel mondo del marketing, fornendoti anche una checklist che può esserti utile, trovi tutto a partire da qui.

    Chiaramente, nessuna pretesa che tu debba diventare un avvocato, per quello ci sono io! è invece importante sapere che ci sono delle situazioni che devono essere studiate sotto diverse angolazioni (marketing e privacy) e da professionisti che lavorano in sinergia (agenzia e avvocato).

    I cookies dal punto di vista legale

    Siamo sicuri di non poter essere noi a spiegare a te, che lavori nel settore, cosa sono i cookie e come funzionano. Ti ricordiamo semplicemente che, da un punto di vista legale, i cookie sono classificati in:

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    • cookie di profilazione: tutti gli altri strumenti di tracciamento per finalità diverse da quelle tecniche, utilizzati per ricondurre a soggetti determinati, identificati o identificabili, specifiche azioni o schemi comportamentali ricorrenti, al fine del raggruppamento dei diversi profili in cluster omogenei.

    Requisiti legali per cookie banner e cookie policy

    Come ben saprai, sul tema banner cookie e cookie policy si è espresso il Garante Italiano per la protezione dei dati personali, pubblicando a giugno 2021 le Linee guida cookie e altri strumenti di tracciamento. In ogni attività in cui è coinvolto un trattamento di dati personali (come indirizzo IP, identificativi univoci dei dispositivi elettronici utilizzati per la connessione, preferenze di consumo, condizioni economiche, ecc.) tali trattamenti possono essere effettuati solo ed esclusivamente previa resa dell’informativa privacy ex art. 13 GDPR e sulla base di un preventivo consenso specifico degli utenti, libero e inequivocabile.

    Proprio così, quindi ecco un primo motivo per cui la tua agenzia dovrebbe essere adeguatamente aggiornata in tema di legal policies e loro corretta strutturazione.

    Altro aspetto che la tua agenzia dovrebbe tenere in considerazione nello sviluppo dei sistemi di profilazione online è che anche in questo ambito si applicano i principi della privacy by default e della privacy by design: al momento del primo accesso dell’utente ad un sito web, nessun cookie o altro strumento diverso da quelli tecnici deve essere posizionato all’interno del dispositivo dell’utente.

    Vediamo insieme come deve essere strutturata l’informativa privacy in caso di utilizzo di cookie di profilazione.

    1) Il banner cookie

    Il banner cookie è sostanzialmente il primo livello di informativa privacy che il titolare del trattamento (e l’agenzia di marketing per lui, se oggetto del proprio incarico) rende all’utente che accede al sito: un’informativa essenziale ma pur sempre completa e di cui l’adeguatezza delle dimensioni deve essere dalla tua agenzia valutata anche in considerazione dei diversi dispositivi su cui lo stesso verrà visualizzato.

    Ci sono poi altre caratteristiche essenziali che ogni banner cookie deve presentare e che sono considerate come prerequisiti di conformità da parte del Granate privacy (indicazione di chiusura senza impostazione di alcun cookie diverso da cookie tecnici, link ad una policy estesa, eventuali “interruttori” per selezionare specifici cookie di profilazione raccolti in classi omogenee, ecc).

    Inoltre, sappi che è fondamentale anche creare un sistema di aggiornamento delle pagine web dedicate ai cookie di modo tale che riportino sempre in forma aggiornata l’elenco dei cookie cd. di terze parti.

    2) Informativa estesa e possibilità di selezione analitica dei cookies di terze parti

    Abbiamo detto che il banner cookie non è altro che il primo layer dell’informativa privacy, il più sintetico ed immediato. Sotto a questo deve però essere un’informativa estesa, dettagliata con tutte le informazioni indicate dagli art.13 e 14 del GDPR. 

    Anche in questo caso il principio di base che deve ispirare la creazione del secondo layer (ed eventualmente dei layer successivi, ove ad esempio l’utente possa selezionare analiticamente i cookie di profilazione da abilitare) è quello di cd. “opt-in”: la semplice presa visione dell’informativa privacy estesa non è di per sé sola sufficiente a legittimare l’avvio dell’attività di profilazione.

    Inoltre, tieni presente che agli utenti deve essere data la possibilità di modificare successivamente le scelte compiute, in ogni momento e in modo semplice. Tali modifiche poi dovranno essere effettivamente eseguite a livello tecnico.

    Perchè la cookie law è importante anche per la tua attività di agenzia marketing?

    Ora che abbiamo esaminato insieme il behavioural marketing sotto il profilo legale connesso alla protezione dei dati personali, concorderai con noi sull’importanza che ha il fatto che la tua agenzia di comunicazione abbia le conoscenze e l’assistenza per impostare il banner cookie e la cookie policy dei siti web dei propri clienti.

    La capacità dell’agenzia di marketing sta anche nel saper fornire al cliente il “pacchetto completo”: non solo l’impostazione tecnica dei meccanismi di profilazione, ma anche quella legale. Se non lo farai, di fatto non solo stai rendendo a cliente un servizio a metà (con eventuali ricadute sotto il profilo di un tuo inadempimento contrattuale), ma rischi di esporre lo stesso sia alla necessità di sostenere ulteriori costi per adeguare il proprio sito web sotto il profilo legale, sia al rischio di essere destinatario di rilevanti sanzioni pecuniarie.

    Il behavioural marketing oggi è un’attività strategica per le imprese, che tuttavia richiede peculiari attenzioni sotto il profilo privacy, sia sul lato della trasparenza (informative tagliate sui casi specifici) che su quello della gestione dei consensi.

    Servizio marketing e servizio legale (in ambito marketing)

    Se hai già dei mandati per lo sviluppo di campagne marketing e non sei sicuro di implementare correttamente l’aspetto privacy dello stesso possiamo valutare insieme se i siti web che hai in gestione sono o meno conformi alla normativa applicabile, così da aiutarti a rendere un servizio al top ai tuoi clienti e gestire il rischio di eventuali inadempimenti contrattuali della tua agenzia.

    Che ne pensi?

    Foto di Sara Sperry su Unsplash

    Come costruire un preventivo per servizi di comunicazione: i profili legali

    Non voglio ripetermi: il web è pieno di siti che ti suggeriscono come costruire una proposta per i tuoi servizi creativi. Tuttavia, magari non ti dicono perchè ma sopratutto ti indicano gli elementi essenziali sotto il profilo legale.

    Preventivo: proposta di lavoro creativo e accettazione del cliente

    In questo articoli vorrei fornirti una bussola per redigere un preventivo, segnalandoti in modo sintetico e per punti quanto a mio avviso deve essere considerato con maggiore attenzione.

    All’interno di questo sito trovi vari articoli dedicati al preventivo e al contratto anche con riguardo al valore legale del preventivo e all’importanza di impostare un accordo scritto di servizi di comunicazione, integrato in una più ampia gestione contrattuale dell’agenzia di comunicazione, mantenuta aggiornata.

    Come sempre, non si tratta di un sistema unico e di regole standard: ogni servizio è a se (anche tu stesso ne puoi rendere diversi) e ogni agenzia è diversa (anche con riguardo all’impostazione del lavoro). Puoi però iniziare da qui per poi andare a personalizzare.

    Gli elementi fondamentali di un preventivo

    Un preventivo dovrebbe, di fatto, andare a costituire il contratto di servizi di comunicazione, come allegato quindi alle clausole che vanno a disciplinare il rapporto tra le parti. Come ti dicevo qui, mi rendo conto che non sia sempre così.

    E quindi, a prescindere dalla presenza o meno di un documento scritto a corredo, gli elementi fondamentali che dovrebbero essere presenti all’interno di una proposta di lavori creativi sono:

    1. Le parti, dell’agenzia di comunicazione e del cliente;
    2. La data in cui viene confezionato il preventivo;
    3. La descrizione dei servizi;
    4. Il corrispettivo, come prezzo di ciascuno dei servizi e totale, termini di pagamento e modalità;
    5. Indicazioni ulteriori: consegna del materiale, numero di modifiche, licenze.

    Tutto il resto dovrà essere regolato all’interno del contratto a cui il preventivo farà richiamo.

    I profili legali del preventivo

    Gli elementi fondamentali del preventivo per servizi creativi presentano profili legali da tenere in considerazione sin dall’inizio. Ad esempio:

    • Con riguardo all’indicazione delle parti è fondamentale che chi firma e accetta il preventivo abbia il potere di farlo ossia di vincolare l’azienda indicata come “Cliente”;
    • Con riferimento alla data, è importante per i termini di validità del preventivo. Se l’accettazione del cliente arriva dopo il termine è inefficace, salvo che l’agenzia la accetti ugualmente.
    • Con riferimento al prezzo, è importante indicare se vi sono altri esborsi che il cliente dovrà sostenere non inclusi (rifusione del prezzo per spese anticipate, budget media, servizi aggiuntivi). Se nulla è stabilito l’obbligazione del cliente è unicamente il versamento del prezzo da preventivo.

    Come costruire il tuo preventivo

    Sulla base di quanto premesso, ho quindi elaborato un documento molto semplice, tipo tabella, che può esserti utile per andare a confezionare il tuo preventivo.

    Molti preventivi hanno una veste grafica molto bella: l’importante però è che siano presenti gli elementi essenziali per consentire di qualificare il preventivo come proposta di contratto tale da poter consentire la conclusione dello stesso.

    Lo step successivo, è appunto quello di andare a confezionare un contratto per i servizi della tua agenzia che vada a regolamentare la prestazione che ti impegni a svolgere come descritta nei servizi indicati nel preventivo.

    Photo by Ante Hamersmit on Unsplash

    Il grafico dipendente e freelance: il doppio lavoro in agenzia e autonomo

    La questione del c.d. doppio lavoro

    Puoi essere dipendente e anche freelance? Puoi avere, legalmente, un doppio lavoro?

    Si tratta di domande che interessano tutti coloro che operano nel mondo della creatività e della comunicazione.

    • Il dipendente graphic designer può svolgere una seconda attività lavorativa?
    • Al di fuori dell’orario di lavoro, il responsabile marketing senior può avere suoi clienti che magari gestisce per piccole attività verticali relative alla sua specializzazione?
    • Lo stagista che sta imparando può nel frattempo iniziare a coltivare suoi piccoli lavori anche non in concorrenza?

    Nell’agosto del 2022, è stata introdotta la prima disciplina sul cumulo di impieghi nel rapporto di lavoro dipendente privato. 

    E quindi si, in linea generale, è possibile essere un lavoratore dipendente ed avere un secondo lavoro.

    [PER APPROFONDIRE] Ti fermo subito per dirti che, se il tuo secondo lavoro è appunto autonomo, sul sito trovi tantissime risorse relative alla contrattualistica: se sei un videomaker, un copywriter, un SEO specialist, un web developer, un postproduttore..

    Ma cosa prevede la normativa? Scopriamolo insieme traducendo in concreto quanto stabilito dal legislatore.

    Cos’è il “cumulo di impieghi“

    Il Decreto Trasparenza (art. 8 del d.lgs. n. 104/2022) ha, infatti, chiarito che:

    Il datore di lavoro non può vietare al lavoratore lo svolgimento di altra attività lavorativa in orario al di fuori della programmazione dell’attività lavorativa concordata, né per tale motivo riservargli un trattamento meno favorevole.

    art. 8 del d.lgs. n. 104/2022

    Le caratteristiche del doppio lavoro

    Ecco quindi che la regola prevede:

    • il divieto vale senza distinzioni e, dunque, sia per i lavoratori full time sia per quelli part time;
    • il secondo lavoro può essere sia di tipo autonomo che di tipo subordinato ma per quest’ultimo valgono dei limiti e delle condizioni di cui parleremo tra poco.
    • la regola si applica non solo per i rapporti di lavoro subordinato, ma anche per le collaborazioni coordinate e continuative e per le collaborazioni organizzate dal committente

    Chiaramente, il secondo lavoro deve essere svolto al di fuori dell’orario del primo impiego o della programmazione concordata dell’attività lavorativa del primo lavoro: non è ovviamente possibile distogliere il proprio impegno dalla prima attività lavorativa, in quanto si verrebbe meno ai propri obblighi contrattuali.

    Attenzione all’obbligo di fedeltà!

    I lavoratori dipendenti, però, prima di instaurare un secondo rapporto di lavoro devono preoccuparsi di verificare che il secondo impiego sia compatibile con il primo. 

    La compatibilità tra i due lavori: cos’è?

    Il lavoratore dipendente deve osservare l’obbligo di fedeltà prescritto dall’art. 2105 c.c..

    È sempre vietato operare – per conto proprio o di terzi – in concorrenza con i propri datori di lavoro e divulgare notizie attinenti all’organizzazione ed ai metodi di produzione dell’impresa (o utilizzarle in modo da poter recare pregiudizio ai datori di lavoro).

    art. 2105 c.c..

    La violazione dell’obbligo espone il lavoratore:

    • al rischio di subire azioni disciplinari da parte del datore di lavoro;
    • a richieste di risarcimento del danno eventualmente arrecato ad uno o ad entrambi i datori di lavoro.

    Le eccezioni al “doppio lavoro”

    La possibilità di avere un doppio lavoro non è, però, illimitata. 

    Quando non puoi avere due lavori?

    Ci sono, infatti, delle condizioni tassative in presenza delle quali il datore di lavoro può limitare o negare al lavoratore lo svolgimento di un altro e diverso rapporto lavorativo:

    1. quando sussista un pregiudizio per la salute e la sicurezza, ivi compreso il rispetto della normativa in materia di durata dei riposi;
    2. quando vi sia la necessità di garantire l’integrità del servizio pubblico;
    3. quando ricorra il caso in cui la diversa e ulteriore attività lavorativa sia in conflitto d’interessi con la principale, pur non violando il dovere di fedeltà di cui all’articolo 2105 del codice civile.

    Il conflitto d’interessi tra i due lavori

    Il conflitto di interessi si verifica quando l’interesse collegato con l’ulteriore attività sia in contrasto con le mansioni e le responsabilità specificamente attribuite al dipendente nell’ambito del primo lavoro. 

    Può trattarsi di un conflitto di interessi anche potenziale, ma non meramente ipotetico e occasionale: ad esempio, non vi è conflitto di interessi se il dipendente di un’impresa pubblicitaria lavora per un soggetto che occasionalmente attivi una campagna pubblicitaria (dovrà astenersi dall’occuparsi della campagna se ciò lo pone in conflitto con gli interessi della prima datrice di lavoro, salvo che riceva un’apposita autorizzazione).

    E’ sufficiente la ricorrenza di una sola delle anzidette condizioni affinché il datore di lavoro possa opporsi ed imporre al prestatore di lavoro di limitare o negare il secondo impiego: la loro verifica deve essere eseguita in modo oggettivo, ovvero le stesse devono essere concretamente sussistenti e dimostrabili e non rimesse a mere valutazioni soggettive del datore di lavoro.

    L’agenzia ha il diritto di sapere del secondo lavoro?

    Il tema è sempre stato problematico anche perché conoscere l’esistenza del doppio lavoro permette al datore di lavoro di osservare in modo corretto i limiti legali imposti dalla normativa in materia di orario di lavoro, di pause e di riposi (d.lgs. n. 66/2003).

    Anche con il Decreto Trasparenza non ci sono indicazioni specifiche.

    Il contratto tra agenzia e lavoratore

    Si ritiene però possibile pretendere dal lavoratore un’informazione preventiva in quanto obbligo che deriva dai più generali principi di correttezza e buona fede che assistono qualsiasi rapporto di lavoro o di collaborazione. 

    Si può valutare di inserire una clausola specifica all’interno dei contratti di lavoro o di collaborazione e persino di introdurre una vera e propria procedura, stabilendo termini per la comunicazione scritta da parte del lavoratore e per la risposta da parte dell’agenzia.

    Le sanzioni disciplinari per il doppio lavoro del marketing specialisti

    L’inosservanza dell’obbligo di comunicazione preventiva potrebbe esporre il lavoratore ad azioni disciplinari e richieste risarcitorie ma solo nel caso in cui ricorra una delle condizioni che consentono al datore di lavoro di limitare o negare il secondo impiego. 

    Chiaramente, la clausola non è una cosa che può essere scritta ed inserita autonomamente. è importante bilanciarla con gli altri obblighi e descriverla in modo puntuale affinchè poi possa effettivamente essere utile laddove si presenti l’occasione.

    Legal for Creativity si occupa anche di diritto del lavoro. Se vuoi approfondire questi o altri temi legati al mondo dei rapporti con dipendenti e collaboratori, puoi contattarci:

    Foto di Lauren Mancke su Unsplash

    Coworking e data breach: come gestire i problemi di sicurezza nel trattamento dei dati?

    Come in tutti gli spazi condivisi, anche nei coworking i rischi per la sicurezza e la riservatezza dei dati personali è alto. Come prevenire i pericoli e risolvere i problemi?

    Indubbiamente è opportuno sensibilizzare i tuoi utenti su tali rischi, al fine di renderli più consapevoli circa gli aspetti della gestione dei dati personali dei loro clienti che dovranno a propria volta prendere in esame. Questo potrebbe ad esempio essere un aspetto da disciplinare anche nel contratto di affitto dello spazio nel tuo coworking.

    Come prevenire il pericolo?

    Ogni coworking è a sé ed i pericoli sono diversi in ragione alle modalità di accesso (badge o libero), alle modalità di accesso (contratti duraturi o a giornata), ai tipi di accesso (libero per clienti o su registrazione), alle attività (eventi esterni o solo interni..), ai servizi (condivisione stampante, condivisione rete e backup..).

    1) Verifica della documentazione e formazione ai coworkers

    Premesso questo ecco da dove partire per prevenire le problematiche:

    1. Verificare la documentazione contrattuale ed eventualmente integrarla. É fondamentale informare gli utenti e i coworker. Lo puoi fare a partire dal contratto di affitto e farti un’idea già da qui.
    2. Educare e formare adeguatamente gli utenti. É fondamentale sensibilizzare e rendere maggiormente consapevoli gli utenti circa gli aspetti della gestione dei dati personali dei loro clienti che dovranno a propria volta prendere in esame. Mi occupo di formazione all’interno dei luoghi di lavoro e potrebbe essere interessante integrare l’offerta formativa anche con questi aspetti. Puoi farti un’idea qui o scrivermi direttamente.
    3. Fare un audit approfondito in merito a quali dati personali vengono trattati, chi tratta i dati, quali sono i documenti attualmente in uso. É fondamentale interrogarsi sullo stato dell’arte per partire in un progetto strutturato che ti accompagni, anche in modo continuativo, in tutti gli aspetti, da quelli più prioritari. Puoi iniziare con una serie di domande che ho fatto in questo articolo.

    Svolte tutte queste attività, il rischio rimane, ovviamente. E quindi, passiamo ai punti 2 e 3.

    2) Il registro dei trattamenti dei dati negli spazi di lavoro condivisi

    Parti con il fare un registro dei trattamenti. Si tratta di uno strumento che il GDPR e il Codice Privacy considerano obbligatorio solo in certi casi (aziende con più di 250 utenti oppure che effettuano trattamenti di dati personali non occasionali o che includa dati particolari), ma che il Garante Privacy italiano ha invece ritenuto uno dei principali elementi di compliance dei titolari del trattamento, incentivandone l’adozione su larga scala.

    Una volta individuati i trattamenti svolti, ne dovrai valutare anche i rischi per la sicurezza, riservatezza e resilienza. Così facendo ti sarà più facile capire quali misure di sicurezza fisiche e virtuali dovrai adottare.

    Considera che esiste un registro di trattamenti dei dati del titolare del trattamento e un registro dei trattamenti del soggetto quale responsabile. É fondamentale, per ogni trattamento, interrogarsi sul ruolo del soggetto che lo compie. Se non sai di cosa sto parlando, puoi approfondire i ruoli privacy delle persone che trattano i dati nei coworking.

    Ricorda che ciò che implementi nello spazio di coworking impatta anche sui tuoi coworkers, che potrebbero aver bisogno di dimostrare che lo spazio in cui operano è fornito delle necessarie misure di sicurezza per il trattamento dei dati personali dei loro clienti e fornitori.

    3) La procedura data breach per coworking e community di lavoro

    Fatto questo, sarà fondamentale individuare una procedura per il data breach ovvero per la violazione alla sicurezza dei dati personali.

    • Il data breach consiste nella violazione di sicurezza dei dati personali che comporta accidentalmente o in modo illecito la distruzione, la perdita, la modifica, la divulgazione non autorizzata o l’accesso ai dati personali trasmessi, conservati o comunque trattati;
    • É fondamentale l’adozione di alcune procedure che ti permettono di sapere cosa fare in caso di violazione, in un tempo limitato;
    • É importante limitare il rischio del verificarsi delle violazioni ad esempio attraverso la gestione degli accessi alla rete wifi e alle stampanti ovvero il controllo degli accessi fisici (furto di device, storage, documenti..).

    Come risolvere i danni?

    La presenza di diversi utenti nella medesima rete o struttura può alzare il livello di rischio di data breach. 

    Se si dovesse verificare un data breach nel tuo coworking, devi essere pronto a gestirlo nel minor tempo possibile, è la stessa normativa a stabilirlo, prevedendo:

    • Il coworking che subisce un data breach, entro 72 ore dalla scoperta deve notificare la violazione al Garante per la protezione dei dati personali.
    • Se la violazione comporta un rischio elevato per i diritti dei coworkers, il coworking deve comunicare la violazione subita a tutti gli interessati;
    • Non sempre è necessaria la notifica al Garante e la comunicazione agli interessati;
    • In ogni caso lo spazio di lavoro condiviso deve documentare tutte le violazioni dei dati personali, ad esempio predisponendo un apposito registro delle violazioni. 

    Non è detto quindi che tu debba sempre procedere con la notifica del data breach al Garante, ma non dimentichiamo che nel tuo spazio di coworking ci sono diversi utenti, i quali a loro volta sono titolari dei dati personali dei loro clienti e tali dati potrebbero a propria volta essere stati in qualche modo impattati dall’incidente di sicurezza che è occorso nella tua struttura. 

    Cosa fare per la sicurezza dei dati nei coworking

    Se hai svolto tutti gli “esercizi” sopra, sei già a buon punto. Se sei già dotato di procedure per prevenire e sai come muoverti in caso di problemi, ottimo. La partecipazione di tutti gli attori e la collaborazione tra titolare del coworking e utenti è quindi fondamentale.

    Cosa possiamo fare quindi? Di sicuro, svolgere insieme tutta l’analisi, definire documenti e procedure, mantenere aggiornato tutto, così da permetterti di essere compliance alla normativa privacy e di offrire un servizio di alto livello ai tuoi coworkers.

    Questo contenuto è stato scritto dal Team Privacy di Legal for Creativity che si occupa di tutti i profili che riguardano in trattamento dei dati personali. Se vuoi approfondire questi o altri temi legati al mondo della privacy, puoi contattarci:

    Foto di Jason Dent su Unsplash

    I collaboratori esterni della software house: ruoli diversi anche a spot

    Che ruolo è quello di un collaboratore a spot che chiami quando ti serve? Che contratto fai sottoscrivere ad un bravo collaboratore di cui ti fidi e accendi spesso? E se invece non ti piace come lavora? Parliamo di come impostare in modo chiaro e professionale i rapporti con i collaboratori.

    [PER APPROFONDIRE] Lato operativo e quindi parlando di contrattualistica per agenzie di comunicazione e della documentazione contrattuale necessaria, mi ero già occupata di questo tema, trovi un focus sul contratto con i collaboratori esterni, qui.

    E quindi, le situazioni possono ad esempio essere:

    • Hai avviato un’agenzia di comunicazione, siete magari più soci con alcuni lavoratori dipendenti fissi che coprono tutte le attività; c’è una sopravvenuta mole di lavoro importante, dovete gestire un evento. Hai quindi bisogno di forza lavoro per un periodo limitato nel tempo.
    • Hai una software house abbastanza strutturata che però non si occupa del ramo marketing e SEO, perchè di fatto non è il tuo core business. Quando c’è la richiesta vuoi comunque gestirla appoggiandoti ad un collaboratore esterno verticale su quello, di fiducia;

    In questi casi:

    • Qual è il ruolo del collaboratore esterno?
    • Quando c’è occasionalità o continuità nel rapporto?
    • Quali sono i punti più importanti e rischiosi?

    Ecco quindi qualche dritta per muoverci correttamente. Considera che non si tratta di regole fisse: è fondamentale tenere in considerazione le dimensioni dell’azienda, le attività che vengono principalmente svolte, le attività accessorie, ciò di cui si occupa il collaboratore e sopratutto il rapporto che intercorre tra di voi.

    E quindi:

    Quali sono i collaboratori esterni di un’agenzia di comunicazione?

    Fuori dal campo del lavoro subordinato, nell’area del lavoro autonomo, ci sono diverse opzioni a disposizione delle agenzie di comunicazione:

    1. il lavoro autonomo abituale con liberi professionisti muniti di Partita Iva, iscritti o non iscritti ad albi professionali
    1. il lavoro autonomo occasionale 
    1. la collaborazione coordinata e continuativa

    Sono tutti rapporti di tipo autonomo, ma ognuno ha le proprie caratteristiche, le proprie regole ed il proprio regime fiscale e previdenziale. Distinguerli, però, non è spesso facile.

    Autonomia significa avere la propria organizzazione ed essere liberi di svolgere l’attività nel modo che si ritiene opportuno, senza vincoli di orario o di luogo, senza essere inseriti nella struttura di qualcun altro e senza essere soggetti a direttive o disposizioni su come deve essere svolta la propria attività. 

    Anche per le collaborazioni esterne, è fondamentale inquadrare correttamente il tipo di rapporto già nel contratto iniziale ed assicurarsi che si svolga in modo conforme a quanto è stato stabilito nell’accordo. Vi spiegheremo, tra poco, il perché.

    I c.d. liberi professionisti in una software house

    Sono coloro che:

    • svolgono per l’agenzia un’attività di tipo intellettuale
    • con lavoro prevalentemente proprio
    • senza vincolo di subordinazione

    L’attività deve essere:

    • svolta dal professionista in via abituale e non episodico / occasionale
    • svolta in maniera professionale nel senso che deve rappresentare l’occupazione principale del lavoratore, nella quale ha maturato competenza e specializzazione anche attraverso il percorso di studi o di formazione 
    • svolta con autonomia e personalmente

    Il libero professionista può essere tenuto all’iscrizione ad un albo di appartenenza (come avvocati, medici, ingegneri, architetti, ecc.) oppure no (come fotografi, web designer, copywriter, ecc.).

    Sotto il profilo economico:

    • sono muniti di una Partita Iva
    • il compenso viene determinato liberamente dalle parti e fatturato dal professionista
    • sono tenuti versare i contributi alle proprie Casse di appartenenza o alla Gestione Separata INPS, senza obblighi per l’agenzia con cui collaborano

    Operano su incarico specifico che richiede una particolare professionalità. L’incarico deve avere una durata contenuta nel tempo e non richiede particolari coordinamenti con l’agenzia.

    I lavoratori occasionali in ambito marketing

    Sono coloro che:

    • svolgono per l’agenzia un’opera o prestano un servizio
    • con lavoro prevalentemente proprio
    • senza vincolo di subordinazione
    • senza coordinamento con la struttura organizzativa dell’agenzia (non sono inseriti nella struttura dell’agenzia, non sono soggetti a direttive, a orari, a procedure interne, non utilizzano locali o attrezzature dell’agenzia per svolgere l’attività).

    L’attività deve essere:

    • occasionale ossia contenuta nelle 30 giornate l’anno
    • non svolta in via prevalente dal lavoratore come propria occupazione principale
    • non svolta in maniera professionale dal lavoratore

    Ad esempio la creazione di un sito internet può essere compatibile con il lavoro occasionale se il lavoratore non svolge la professione di Web Business Analyst e non ha collaborazioni continuative con l’agenzia.

    Sotto il profilo economico:

    • il lavoratore occasionale non ha Partita Iva
    • il compenso è soggetto alla sola ritenuta d’acconto
    • non c’è versamento contributivo se il lavoratore occasionale realizza, nell’anno, un reddito superiore a €. 5.000,00 anche per effetto di prestazioni rese in favore di più committenti. E’ importante, nella fase iniziale del rapporto, accertarsi di questo aspetto per evitare di restare esposti a richieste da parte dell’INPS.

    Dal 21 dicembre 2021, i committenti hanno l’obbligo di comunicare preventivamente, all’Ispettorato del Lavoro territorialmente competente, con modalità telematiche, l’avvio dell’attività dei lavoratori autonomi occasionali. 

    La violazione di questo obbligo è sanzionata.

    I collaboratori coordinati e continuativi (co.co.co.)

    Sono coloro che:

    • svolgono per l’agenzia un’opera o prestano un servizio
    • con lavoro prevalentemente proprio
    • senza vincolo di subordinazione
    • in via continuativa e in coordinamento con l’agenzia

    L’attività deve essere:

    • autonoma. Il collaboratore definisce i tempi, le modalità del lavoro e come svolgere l’attività ma in funzione delle finalità e delle esigenze dell’agenzia
    • coordinata. Le modalità di coordinamento tra l’agenzia e l’attività autonoma del collaboratore devono essere definite di comune accordo tra le parti, preferibilmente per iscritto. Ad esempio, si possono fornire indirizzi (non direttive), si può consentire l’accesso e l’utilizzo dei locali per svolgere l’attività o l’uso delle attrezzature. Il collaboratore non deve essere inserito nella struttura dell’agenzia (non può assumere ruoli nell’agenzia, non deve essere inserito nell’organigramma)
    • continuativa. L’attività deve perdurare nel tempo con impegno costante del collaboratore per l’agenzia
    • personale. L’attività deve essere svolta personalmente dal collaboratore; ci si può avvalere di altri soggetti ma la partecipazione del collaboratore deve essere preminente.

    Sotto il profilo economico:

    • il collaboratore co.co.co. non ha Partita Iva
    • il compenso può essere determinato liberamente dalle parti ma va elaborata la busta paga
    • è prevista una specifica tutela previdenziale INPS
    • è prevista la copertura assicurativa INAIL

    E’ un tipo di collaborazione che presenta tanti punti di contatto con il lavoro subordinato; per questo motivo ci sono obblighi di comunicazione preventiva, di informazione, di registrazione che devono essere osservati dall’agenzia.

    Ci sono regole specifiche anche per la riservatezza, la non concorrenza, il cumulo di collaborazioni, il conflitto di interessi.

    La check list per la software house e i collaboratori

    Può accadere che, dopo la stipula del contratto, nei fatti, il lavoro autonomo si svolga secondo le modalità tipiche della subordinazione: il collaboratore è soggetto a direttive, a poteri di controllo, riceve il compenso con cadenza periodica, osserva un orario di lavoro, ha una propria postazione all’interno dell’agenzia, usa strumenti e attrezzature dell’agenzia, ecc..

    Il collaboratore stesso potrebbe lamentarsene o l’agenzia potrebbe subire un controllo ispettivo.

    Se la collaborazione, poi, si concreta in una prestazione prevalentemente personale, continuativa e organizzata dall’agenzia, scatta una vera e propria presunzione legale di subordinazione. 

    In tutti questi casi, il rischio è che il rapporto venga riqualificato in lavoro subordinato e l’agenzia sia chiamata a pagare le differenze retributive, il TFR, i contributi, oltre alle varie sanzioni.

    Ecco quindi da dove puoi partire, dal punto di vista operativo:

    1. Di cosa hai bisogno? Per quanto tempo?
      Ti aiuta a comprendere se si tratta di un collaboratore o di un lavoratore dipendente. Attenzione infatti a non voler “risparmiare” in termini di retribuzione ma poi esporsi a problematiche di rapporti di lavoro dipendente fittizio;
    2. Cerchi una persona da attivare al bisogno o nell’unico attuale progetto oppure qualcuno con cui instaurare un rapporto di collaborazione duraturo?
      Ti aiuta a gestire bene anche il recesso.
    3. Quali sono le attività che svolge il collaboratore?
      Fondamentale sapere bene cosa andrà a fare e se ne ha le capacità, anche perchè rimarrai comunque tu il primo responsabile nei confronti del cliente finale.
    4. Come vuoi gestire il rapporto agenzia – collaboratore? Ovvero, il collaboratore è già formato e lavora autonomamente o segue le tue direttive?
      Anche qui, attenzione a non travalicare in un rapporto di lavoro dipendente oppure investire su un collaboratore assolutamente autonomo senza alcun vincoli.
    5. Linee guida, regole di collaborazione, diligenza e correttezza.
      Certo, non c’è un rapporto di lavoro dipendente e quindi non ci sono gli obblighi del codice ma all’interno del contratto è bene definire la modalità di gestione del rapporto ccon diritti e doveri reciproci.

    Fatto questo, come al solito, ti suggeriamo di farci avere le tue risposte, in chiave operativa, per poi valutare, sotto il profilo legale, quale delle opzioni esposte sopra può essere la migliore percorribile.

    Come anticipato, il tutto deve essere ben valutato in ragione alle attuali esigenze e budget, alle dimensioni dell’agenzia, alla figura del collaboratore e altro.

    Legal for Creativity si occupa anche di diritto del lavoro. Se vuoi approfondire questi o altri temi legati al mondo dei rapporti con dipendenti e collaboratori, puoi contattarci:

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    Naming e brand identity: la tutela come marchio denominativo d’impresa

    La registrazione del marchio è uno step fondamentale a completamento del servizio di naming o di ri-progettazione della brand identity. Cosa deve avere un nome, ideato dall’agenzia, per essere registrato come marchio?

    Il naming come marchio denominativo

    Lo sai meglio di me, il “naming” è uno dei servizi che possono essere forniti da un’agenzia di comunicazione ad un cliente finale.

    Innanzitutto, è vero che “naming” è ormai rientrato nel gergo comune ma non tutte le aziende clienti sanno di cosa stai parlando. E sopratutto, se questo è descritto senza specifiche, magari all’interno di un preventivo sintetico e non di un contratto, le attività che costituiscono la “fornitura del servizio naming” possono essere le più varie.

    [VUOI APPROFONDIRE?] Ho già abbondantemente parlato della documentazione contrattuale che dovrebbe avere un'agenzia di comunicazione. Ti riporto qui alcuni link diretti, qualora volessi approfondire La documentazione contrattuale, Il preventivo di un'agenzia di marketing, I profili privacy delle attività di marketing, Il contratto di un'agenzia di comunicazione. C'è poi tutto ciò che gira attorno lato operativo, come dipendenti e collaboratori. 

    Ad esempio, il naming e quindi, come vedremo, marchio denominativo può riguardare:

    • Un’idea d’impresa: c’è un progetto, ci sono gli step per metterlo in azione, ma scegliere un nome che descriva l’azienda, tenga conto della mission e comunichi i valori del brand, è fondamentale;
    • Un’impresa in fase di avvio e quindi il nome del prodotto di punta o della classe di servizi;
    • Un’impresa in fase di sviluppo o di organizzazione del proprio business: dopo un primo avvio con un unico prodotto, una ricerca approfondita attraverso una pianificazione più strutturata che magari consenta di andare a ritroso ad indagare la personalità acquisita dal brand;
    • Un’impresa in fase di ristrutturazione: eliminata la vecchia veste dell’impresa, nell’ambito di una ri-progettazione del brand, la scelta di un nuovo nome di prodotti può diventare fondamentale lato comunicazione;

    Se quindi il naming è un servizio dell’agenzia per individuare una parola e quindi il segno dell’impresa, la registrazione del marchio è un servizio correlato che consente all’impresa di stare sul mercato con una protezione maggiore.

    E quindi, naming e marchio denominativo possono essere:

    • Il nome di un’azienda oltre ad essere tutelato come “ditta” può essere registrato come marchio denominativo (parlo della ragione sociale o della denominazione di una società di persone o di una srl, ma anche di una locuzione di fantasia per identificare un’impresa individuale);
    • Il nome di un prodotto o di una linea di prodotti possono costituire marchio denominativo;
    • Lo slogan o il playoff di un brand possono, oltre a costituire elementi pubblicitari, essere registrati come marchi d’impresa;
    • La particolare descrizione di un servizio e quindi tutto ciò che attiene al lancio;

    Il marchio denominativo è infatti:

    • un segno, che per quanto attiene al “denominativo” può essere una parola (o più parole), il nome di una persona (e anche il cognome), una lettera, una cifra;
    • un segno atto a distinguere il prodotto/servizio dell’impresa rispetto ad altra impresa;
    • un segno idoneo ad essere rappresentato nel registro con chiarezza e precisione (di fatto, semplicemente indicando la parola o le parole, in questo caso);

    Servizio marketing e servizio legale naming

    Per esperienza posso dirti che il servizio di naming di un’agenzia di comunicazione ed il servizio di registrazione del marchio d’impresa (che è una delle attività principali che rendo, puoi vedere i vari servizi cliccando qui), sono complementari e si intersecano.

    Infatti:

    1. Il servizio di naming consente di dare il nome ad un prodotto, un’azienda, un servizio; definisce l’identità dell’azienda, l’immagine e i valori che si intendono trasmettere, il tono di voce e lamina;
    2. Il servizio di registrazione di un marchio d’impresa consente all’impresa, principalmente, di tutelare il nome nei confronti di competitor che intendono usare una parola identica o simile, per prodotti identici o analoghi, quando questo può creare confusione;

    Così dicendo, sembra però un’attività accessoria, successiva ed eventuale anche se relativamente interessante. A mio avviso invece è fondamentale e deve essere tenuta in considerazione sin dall’inizio ovvero dalla fase di design del naming.

    La ricerca di anteriorità del naming

    La registrazione di un nome (di un’azienda, un prodotto, un servizio) è uno step importante a completamento del servizio di ideazione del naming, di riprogettazione della brand Identity, di ristrutturazione e valorizzazione dell’identità aziendale.

    L’attività legale non è quindi accessoria ed eventuale ma diventa fondamentale con una duplice funzione:

    • aspetti positivi: maggiore professionalità dell’impresa sin dalla fase di start up, maggior valore del prodotto anche sotto il profilo commerciale, distintività del servizio nei confronti del consumatore;
    • aspetti negativi: tutela preventiva nei confronti del competitor, evitare problematiche sopravvenute dopo la scelta, la commercializzazione e l’avvio ufficiale dell’attività (leggi sotto).
    Ovviamente, se tu o il tuo cliente volete approfondire i WHY della registrazione del marchio, ti rinvio a questo articolo che ho dedicato alle funzioni del marchio. 

    La responsabilità dell’agenzia di marketing nel servizio di naming

    Ti faccio degli esempi, di situazioni che potrebbero incidere negativamente sul tuo servizio in assenza di un’analisi preventiva sul naming.

    Tratti dall’esperienza, che certamente avrai anche tu, posso segnalarti:

    • Fornisci al tuo cliente alcune proposte per il nome dell’impresa, apre un profilo IG con il nome dell’azienda, acquista il dominio .EU (perchè .IT era occupato) e trascorsi tre mesi riceve una comunicazione da un competitor che richiede la modifica del nome perchè la sua attività, precedente e simile, è in corso di registrazione come marchio d’impresa;
    • Spedisci al tuo cliente alcune proposte di un nuovo nome di un prodotto o di una linea di prodotti, nell’ambito di una complessiva attività di ri-progettazione del brand; crei grafiche, flyer e landing page; ti accorgi però che online c’è qualcosa che a tratti è simile, magari di un’azienda straniera ma non lontana e visto che il prodotto è descritto in inglese, temi problematiche future;
    • Elabori per il tuo cliente una corporate identity, correlata quindi di manuale d’uso del marchio, con nomi di servizi, slogan, colori e pittogrammi; il cliente autonomamente procede alla registrazione ma viene raggiunto da un’opposizione;

    In questi casi, ci sarà qualche cliente che tenta artatamente di affermare una tua responsabilità. Chiaro che, se non l’hai assicurato, garantito o affermato, tendenzialmente non sarai responsabile. Certo che consegnare un nome non utilizzabile, è inutile per il tuo cliente, che avrà investito su qualcosa che non gli consente di fare il salto (aprire l’azienda, riorganizzare la linea di prodotti, fare un lancio..).

    La ricerca legale di anteriorità del naming

    E quindi, le problematiche che ti ho presentato possono essere in tutto o in parte evitate con attività preliminari di ricerca, analisi e report. Ecco perchè, a mio avviso, il servizio di naming dell’agenzia di comunicazione e il servizio legale (che puoi approfondire qui), sono strettamente correlati. Il servizio legale dovrebbe quindi essere preso in considerazione sin dalla progettazione.

    Tu e la tua agenzia, c’avete mai pensato? Confrontiamoci tra “complementari”!

    Foto di Glen Carrie su Unsplash