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Autore: Valentina Trevisan

Il prestito di opere d’arte per la comunicazione

Un’azienda può avere interesse ad ottenere in prestito un’opera d’arte, ad esempio per un open house o per l’esposizione in sala riunioni. Un’associazione può voler allestire una mostra diffusa in città. Come gestire contrattualmente questa attività?

Il prestito di un’opera d’arte è una possibilità preziosa che accresce il valore e la valorizzazione del bene. La decisione di acquisire in prestito un’opera d’arte può essere determinata da varie ragioni: passione per l’arte, comunicazione attraverso la tela, abbellimento di spazi, arte come strumento di welfare aziendale, condivisione di tematiche importanti.

Vediamo quindi come gestire questa attività senza incorrere in problematiche legali.

La gestione contrattuale del prestito di un’opera d’arte

Le agenzie di comunicazione e gli studi di progettazione d’interni nell’ambito dell’organizzazione degli eventi aziendali o della gestione dell’immagine aziendale possono essere chiamate a gestire gli spazi fisici.

Non parliamo solo di aziende e quindi di attività imprenditoriali: il designer di interni potrebbe essere incaricato anche da parte di un’associazione che ha in gestione uno spazio aperto al pubblico, oppure da un ente partecipato dal comune come potrebbe essere un cinema d’essai, oppure ancora da una società benefit che intende organizzare una mostra diffusa in città per promuovere un determinato progetto inclusivo.

Tra i vari servizi potrebbe esserci quello dell’individuazione delle opere e della gestione delle attività di prestito dei quadri.

Abbiamo parlato del noleggio di opere d'arte c.d. art for rent in un articolo dedicato. si tratta di un'attività che può essere svolta da un professionista esperto del settore che si occupa della gestione delle opere di artisti emergenti.

In questo articolo vogliamo invece occuparci della gestione delle attività di prestito come un’attività inserita in un servizio più ampio, come può essere quello della progettazione o gestione degli spazi fisici interni (per la sala riunioni ad esempio) o esterni (per una mostra diffusa ad esempio) o la rivisitazione dell’immagine aziendale.

Come prestare e ricevere in prestito un’opera d’arte

Il diritto di dare a prestito un’opera d’arte

Per dare a prestito un’opera d’arte è necessario averne il diritto.

Tale diritto spetta sia al collezionista, sia all’Artista, in caso di opere di arte contemporanea o di opere ancora sottoposte alla normativa sul diritto d’Autore (per farti un’idea di quelli che sono i diritti d’autore, clicca qui).

In tali casi, il collezionista, invero, con l’acquisto dell’opera non acquista anche i diritti d’autore patrimoniali, tra cui il diritto di prestito, e necessiterebbe dell’autorizzazione da parte dell’Artista, fatta eccezione per l’ipotesi in cui le opere vengano prestate per fini di promozione culturale, secondo quanto disposto dal d.l. 63/2008.

Il prestito di un’opera d’arte può suddividersi in tre fasi.

1) Fase preliminare: come scegliere l’artista

Lo studio di progettazione, il designer di interni o l’agenzia di comunicazione che ha ricevuto la commissione di gestire gli spazi aziendali, dovrà, come prima attività, individuare quali sono le opere che intende collocare nello spazio.

La prima fase segna il momento dell’incontro tra l’ente prestatore e il richiedente – collezionista o artista, che dovrà presentare la Richiesta di Prestito o Loan Form. Tale documento è un allegato e sarà parte integrante del contratto di prestito temporaneo; all’interno verranno disciplinati termini e condizioni del prestito stesso.

Il Loan Form dovrà contenere, inoltre, i dati del prestatore, le caratteristiche dell’Opera oggetto del prestito, inidicazioni sulla polizza che verrà stipulata e indicazioni sul trasporto oltre che indicazioni a proposito del luogo ove si terrà la mostra e specifiche sulle sue condizioni atmosferiche, affinchè non siano lesive per i beni che dovranno essere esposti. 

2) Fase organizzativa: attenzione al trasporto

Che l’Ente prestatore sia pubblico o sia privato, condizione essenziale per il prosieguo di tale attività è l’autorizzazione del Ministero per i beni e le attività culturali che, nel caso di musei statali, verrà richiesta direttamente dalla Soprintendenza. 

L’assicurazione per il prestito delle opere d’arte

Tenuto conto del valore, non soltanto economico, di tali beni un’ulteriore particolare attenzione merita la stipula di una copertura assicurativa adeguata, che sarà a carico del museo o dell’ente richiedente per il valore stabilito, per tutelare proprietario e opera da eventuali danni. In questi casi, la copertura assicurativa dovrà essere totale, prendendo avvio dalla fase dell’imballaggio, passando per allestimento e giacenza in mostra, fino al trasporto di ritorno.

Legal for Creativity ha una rete di professionisti di supporto su settori collaterali, come ad esempio l'ambito assicurativo con polizze ad hoc per attività creative e artistiche. Se non hai un'assicurazione a copertura della tua attività o vuoi avere maggiori informazioni sul tema puoi scrivermi.

La consegna dell’opera d’arte

Nel corso della fase operativa, si procede alla definizione di tutti gli elementi relativi a spedizione e imballaggio; quest’ultimo, dovrà avvenire in presenza di entrambe le parti coinvolte.

I rischi anche qui possono essere molteplici: la mancata consegna dell’opera d’arte, le problematiche relative all’imballaggio, la perdita o distruzione dell’opera durante il trasporto, ritardi nella consegna.

Sarà fondamentale regolamentare tutti questi profili all’interno di un accordo.

3) Fase espositiva: spazio pubblico, privato, aperto al pubblico?

La mostra verrà gestita diversamente in ragione al luogo a cui è destinata.

In ogni caso, l’Ente espositore verificherà che il luogo espositivo sia nelle condizioni concordate ed ottemperi alle norme vigenti relative agli edifici aperti al pubblico.

Il contratto di prestito di quadri

Il contratto di prestito di una o più opere d’arte è tipicamente un contratto a prestazioni corrispettive (entrambe le parti si impegnano ad adempiere a determinati obblighi) tipicamente (ma non necessariamente) a titolo oneroso, con effetti obbligatori (non determina il trasferimento della proprietà dell’opera) e che si perfeziona di norma con la sottoscrizione dell’accordo.

Il contratto non è l’unico documento da tenere in considerazione: ci sarà un preventivo, ci saranno alcuni allegati fondamentali (elenco delle opere ad esempio), potrà esserci allegata la polizza assicurativa. Anche la gestione dei dati personali è un aspetto da inserire nell’accordo.

Le parti di un contratto di prestito di un’opera d’arte

È fondamentale disciplinare in modo completo e corretto gli obblighi di ciascuna delle parti all’interno della documentazione contrattuale.

Da una parte c’è chi consegna l’opera d’arte e che si impegna a consentire il godimento per un certo periodo di tempo e dietro pagamento di un determinato corrispettivo (può essere ad esempio un canone mensile oppure un importo complessivo).

In realtà non è detto che il prestito sia a titolo oneroso; potrebbe essere a titolo gratuito oppure prevedere l’esecuzione di una controprestazione diversa dal pagamento di una somma di denaro (sponsor).

Dall’altra c’è il soggetto che riceve in prestito l’opera d’arte, che può essere direttamente l’azienda o per il tramite dell’agenzia di comunicazione. Oltre al pagamento del corrispettivo, ci son una serie di obblighi che riguardano la consegna, la gestione, la restituzione.

Gli aspetti fondamentali di un contratto di prestito di opere d’arte

Come per ogni contratto ci sono elementi essenziali (se non ci sono il contratto è invalido) e elementi accessori (che possono esserci o non esserci).

La valutazione deve essere fatta caso per caso e può essere molto complessa.

Vogliamo però esserti d’aiuto e ti suggeriamo di partire da queste domande. Dopo che hai risposto clicca sul bottone e valutiamo se e come possiamo esserti utile. Ci piace iniziare subito facendo le cose concrete.

Check list per un contratto di prestito di opere d’arte

  1. Chi sono i soggetti coinvolti nell’attività?
  2. Il prestito di un’opera è un’attività sporadica o è il core business della tua attività?
  3. Il prestito dell’opera è integrato in altri servizi, come la progettazione degli spazi interni, la gestione di una mostra diffusa o l’organizzazione di un open house?
  4. Quali e quante sono le opere d’arte oggetto di prestito? Appartengono ad artisti diversi?
  5. L’opera d’arte ha certificato di autenticità? È esposta in fiere o musei?
  6. L’opera d’arte è nella disponibilità dell’artista o del collezionista?
  7. Hai un’assicurazione relativa a questo tipo di attività?
  8. Come gestirai il trasporto?
  9. Come gestirai i profili di pagamento?
  10. Hai valutato le ipotesi di ritardata o mancata consegna e di perimento dell’opera?

Il prossimo step è quindi farci sapere le tue risposte così da impostare la gestione contrattuale dell’attività di prestito delle opere d’arte, direttamente a tuo favore o per conto del tuo cliente.

Foto di Julia Zyablova su Unsplash

Copiare un logo: la contraffazione del marchio d’impresa

Cosa rischia chi usa il tuo marchio? Come agire contro chi copia un logo, un naming, un payoff, uno slogan, registrati come marchi d’impresa? Ne parliamo in questo articolo

La tutela preventiva del logo o del naming

La protezione della brand image è fondamentale ed è importante agire in via preventiva per proteggersi nei confronti di soggetti che usano segni identici o simili ai propri.

Mi sono occupata più volte della registrazione del logo o naming come marchio d’impresa, anche sotto punti di vista particolari, ad esempio il teaser o lo slogan.

Se sei un’agenzia di comunicazione o un freelance creativo e ti occupi della ideazione della brand image, ti suggerisco di partire da questo articolo, dove troverai un’utile check list per il marchio d’impresa (che stai realizzando per conto del tuo cliente o anche quello che identifica la tua realtà aziendale).

La tutela preventiva è un’attività che si suddivide in varie fasi e viene gestita in sinergia.

La copia di un logo o naming di altri

In questo articolo parliamo però di cosa accade dopo che un logo o un nome o un marchio in generale sono stati copiati. Si tratta di una condotta penalmente rilevante, oltre che di una situazione che causa notevoli danni all’azienda.

Il reato di contraffazione

L’art. 473 del codice penale disciplina il reato di contraffazione, alterazione o uso di marchio, segni distintivi ovvero di brevetti, modelli e disegni

La norma, modificata nel 2009 con la legge n. 99 del 23 luglio 2009, recita «Chiunque, potendo conoscere dell’esistenza del titolo di proprietà industriale, contraffà o altera marchi o segni distintivi, nazionali o esteri, di prodotti industriali, ovvero chiunque, senza essere concorso nella contraffazione o alterazione, fa uso di tali marchi o segni contraffatti o alterati, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 2.500 a euro 25.000. Soggiace alla pena della reclusione da uno a quattro anni e della multa da euro 3.500 a euro 35.000 chiunque contraffà o altera brevetti, disegni o modelli industriali, nazionali o esteri, ovvero, senza essere concorso nella contraffazione o alterazione, fa uso di tali brevetti, disegni o modelli contraffatti o alterati. I delitti previsti dai commi primo e secondo sono punibili a condizione che siano state osservate le norme delle leggi interne, dei regolamenti comunitari e delle convenzioni internazionali sulla tutela della proprietà intellettuale o industriale »

Ci sono due diverse condotte:

  • Il primo comma, infatti, punisce la condotta di falsificazione di marchi o segni distintivi dei prodotti industriali;
  • Il secondo comma, invece, sanziona la falsificazione di brevetti, disegni o modelli industriali

La falsificazione di marchi e segni distintivi

Ci focalizziamo sul primo comma: la condotta sanzionata riguarda un segno distintivo oggetto di registrazione. Pertanto, non può considerarsi penalmente rilevante la contraffazione degli strumenti necessari alla riproduzione del segno (quali, a titolo esemplificativo, il punzone o lo stampo).

La norma parla di “marchi” e di “segni distintivi”.

La violazione di un logo registrato come marchio

Il marchio è, come oramai diffusamente noto, il segno funzionale a distinguere i prodotti e servizi su cui è apposto da ogni altro prodotto o servizio della stessa specie. 

Per comprendere quali marchi sono penalmente tutelati è sufficiente dare uno sguardo alla definizione di marchi d’impresa di cui agli articoli 7 ss. del codice della proprietà industriale, il D.lgs. 10 febbraio 2005 n. 30. 

Sono, quindi, marchi d’impresa: parole, nomi di persona, disegni, tonalità cromatiche, forma del prodotto, i suoni ed altri segni che, valutati nel caso di specie, presentano quel carattere di inconfondibilità necessario al fine di distinguere il prodotto da altri della stessa specie.

La violazione di un segno distintivo

Un po’ più complesso, invece, riuscire a dare una vera e propria definizione di “segno distintivo”. La complessità deriva dal fatto che, il segno distintivo per eccellenza è, per l’appunto il marchio; pertanto, nella nozione di segno distintivo dovrebbe ricomprendersi l’intero genus dei segni distintivi, compresi anche i contrassegni dei prodotti industriali che non possono essere definiti “marchi”. 

La questione è importante perchè la legge penale italiana è soggetta ad una serie di rigidi principi generali: il divieto di analogia prevede che sia penalmente rilevante unicamente quanto ritenuto tale dalla legge.  

I marchi collettivi non sono protetti dalla copia

La dottrina prevalente ritiene, al proposito, che non siano ricompresi nella tutela di cui all’art. 473 c.p. i marchi collettivi e le denominazioni di origine e di provenienza. In questo caso, infatti, ci si trova di fronte a figure non aggredibili con la contraffazione ed alterazione. 

In realtà, questo problema è stato risolto con la L. 23 luglio 2009 n. 99 che ha introdotto il nuovo art. 517 quater c.p. a tutela delle denominazioni collettive d’origine protetta. La ratio della nuova disposizione normativa è quella di tutelare la struttura produttiva nazionale della nicchia di mercato delle produzioni tipiche agricole. Il legislatore del 2009 si è spinto oltre, ridimensionando il disposto di cui all’art. 517 c.p. al fine di regolare l’indicazione collettiva “Made in Italy”.

I segni non registrati non sono tutelati dalla contraffazione

Ebbene, alla luce di quanto sopra esposto, si ricordi che l’articolo 473 c.p. è norma penale posta a tutela dei soli marchi registrati, ad esclusione quindi di tutti quei segni che, pur dotati di efficacia distintiva, non godono del diritto di esclusiva e, pertanto, non sono stati sottoposti alla procedura di registrazione che diviene, pertanto presupposto essenziale per la configurazione del reato. 

Un segno registrato è ad esempio il nome a dominio.

Cosa vuol dire copiare un logo?

La condotta sanzionata dalla norma in esame è la contraffazione, l’alterazione e l’uso dei marchi falsificati. Quest’ultima è un’ipotesi residuale che comprende tutti i casi di impiego commerciale o industriale di marchi da altri falsificati, qualora non vi sia concorso nella falsificazione. 

Ma quando l’imitazione viene qualificata come illecito civile e quando, invece, quale illecito penale? La risposta è semplice. La differenza sta nella natura dolosa dell’imitazione. Oggetto del dolo è la consapevolezza di tutti gli elementi costitutivi del reato e dell’immutatio veri.  

La responsabilità dell’agenzia di comunicazione

La famosa legge 23 luglio 2009 n. 99 ha esteso la responsabilità amministrativa da reato degli enti ex D.lgs. 231/2001 anche al delitto di contraffazione.

Questo significa che, se il reato di contraffazione viene compiuto da un lavoratore dipendente, l’agenzia di comunicazione subisce una sanzione in relazione alla commissione del reato.

In particolare, la norma prevede una sanzione pecuniaria fino a cinquecento quote e l’applicazione all’ente delle sanzioni interdittive di cui all’art. 9 comma 2 D.lgs. 231/2001 per una durata non superiore ad un anno.

Chiaramente, questo se l’agenzia non si è strutturata in modo tale che tali situazioni non accadano. Ci riferiamo all’adozione di un modello organizzativo 231 che consente di prevenire la commissione dei reati (anche di diversa natura, come ad esempio quelli informatici) e di evitare che l’agenzia sia responsabile in caso di illeciti commessi dai dipendenti.

Legal for Creativity si occupa anche di diritto penale e di responsabilità dell’azienda per reati  attraverso bravi professionisti verticali su questo settore. Se vuoi approfondire questi o altri temi legati alla prevenzione dei reati puoi contattarci:

Foto di charlesdeluvio su Unsplash

Come fare e-mail marketing nel BtoB nel rispetto della privacy

Non parliamo di clienti finali come utenti o consumatori: parliamo di aziende. È conforme a GDPR fare e-mail marketing utilizzando i dati di contatto di società o, in generale, persone giuridiche? Si può usare l’email generica info@nomeazienda senza limitazioni? È lecito inviare un’e-mail commerciale al contatto fiera nome.cognome@azienda?

La privacy nel marketing BtoB e il GDPR

Il GDPR non regolamenta in modo specifico l’e-mail marketing: ma i principi base della normativa europea in tema di trattamento dei dati personali si applicano anche a questo genere di attività.

Siamo sicuri che ormai società e agenzie di comunicazione abbiano ben chiari gli elementi di correlazioni tra GDPR e attività di marketing. Ciò nonostante, stante la vastità dell’argomento alcuni dubbi possono ancora sorgere, ed ecco quindi l’opportunità di soffermarsi nuovamente su alcuni aspetti relativi al trattamento dei dati personali nell’ambito delle attività di potenziamento commerciale.

Collegato al tema privacy nel marketing è anche l’aspetto relativo all’acquisizione dei dati di contatto e alle attività di trattamento che possono essere svolte dalla società (o dall’agenzia di comunicazione di cui la società si avvale) con tali dati.

Del tema del trattamento dei dati personale nelle attività di marketing da parte delle agenzie di comunicazione, ne abbiamo già parlato: ma l’errore su cui spesso società e agenzia di comunicazione ancora incappano è legato al fatto di ritenere il dato di contatto del tipo “nome.cognome@azienda” e/o “info@azienda” come un dato non personale e pertanto liberamente utilizzabile per finalità di marketing diretto tramite e-mail in assenza dei requisiti di legittimità tipici della normativa privacy.

Il “dato personale” rilevante per la normativa privacy

Ci sono dei rischi ad usare e-mail del tipo “nome.cognome@azienda” e/o info@azienda liberamente?

La risposta è sì.

Si tratta di un’attività rischiosa che espone l’azienda a sanzioni.

La definizione di dato personale oggetto di tutela da parte della normativa in materia di trattamento di dati personali è ricavabile dall’art. 4 del GDPR, nel quale si riscontra che il dato personale è “qualsiasi informazione riguardante una persona fisica identificata o identificabile («interessato»); si considera identificabile la persona fisica che può essere identificata, direttamente o indirettamente, con particolare riferimento a un identificativo come il nome, un numero di identificazione, dati relativi all’ubicazione, un identificativo online o a uno o più elementi caratteristici della sua identità fisica, fisiologica, genetica, psichica, economica, culturale o sociale “

Il dato personale non è il dato aziendale

In via generale, a seguito dell’introduzione del GDPR si potrebbe ritenere ormai consolidato il principio secondo cui, le informazioni e i dati relativi a persone giuridiche sono escluse dal perimetro dei soggetti cui è garantita tutela legislativa. 

Si deve tuttavia rilevare come l’aspetto fondamentale al fine della qualificazione di un dato di contatto come dato personale, è l’identificabilità o meno di una persona fisica tramite il dato trattato. 

Il dato personale dell’impresa individuale

Ebbene, nello svolgere attività di e-mail marketing verso i dati di contatto di una persona giuridica hai considerato che le informazioni relative alle imprese individuali possano costituire dati personali – e quindi essere tutelate a norma del GDPR e nel Codice della Privacy italiano – se consentono l’identificazione di una persona fisica?

Il dato personale del dipendente dell’azienda

Inoltre, rientrano nel perimetro dei dati di contatto oggetto di tutela tutti i dati relativi a persone fisiche quali ad esempio i dipendenti di un’azienda/organizzazione, come gli indirizzi e-mail aziendali del tipo “nome.cognome@azienda.it” o i numeri telefonici aziendali dei dipendenti.

Il problema: codice privacy e attività di marketing

In via generale la regola è questa: nelle attività di marketing come disciplinate dal Codice Privacy rientrano anche le persone giuridiche e quindi anche gli indirizzi e-mail cd. generici (del tipo “info@azienda”).

Infatti, il Codice Privacy italiano (d.lgs. 196/2003), e in particolare la parte disciplinante le “Comunicazioni Elettroniche” (ovvero ogni informazione scambiata o trasmessa tra un numero finito di soggetti tramite un servizio di comunicazione elettronica accessibile al pubblico), trova applicazione non ne confronti di soggetti “interessati” (termine con il quale si identificano unicamente persone fisiche) bensì nei confronti di soggetti qualificabili quali “utente” o “contraenti”. Ebbene, “contraente” ai sensi dell’art 121 comma 1-bis, lett. f), del Codice Privacy è “qualunque persona fisica, persona giuridica, ente o associazione parte di un contratto con un fornitore di servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico per la fornitura di tali servizi, o comunque destinatario di tali servizi tramite schede prepagate”. 

Per l’effetto, gli indirizzi e-mail aziendali sono soggetti ai medesimi requisiti di legittimità del trattamento stabiliti dalla normativa privacy per le attività di marketing.

Le soluzioni: come usare i dati aziendali nel marketing BtoB

Il problema presuppone delle soluzioni: non è chiaramente possibile non svolgere attività di marketing. basta semplicemente farlo strutturando i flussi aziendali di modo che si consideri questo aspetto. In questo modo si lavora in conformità alla normativa.

A) Rivedere i processi aziendali per verificare il consenso preventivo

Il trattamento per finalità di marketing del dato personale costituito dall’indirizzo e-mail, quand’anche riferito ad una persona giuridica, può considerarsi legittimamente svolto esclusivamente se preventivamente autorizzato (in forma documentabile) dall’interessato cui l’indirizzo e-mail si riferisce.

L’unica eccezione al predetto requisito di legittimità è data dal caso in cui la società utilizzi, a fini di vendita diretta di propri prodotti o servizi, le coordinate di posta elettronica fornite dall’interessato nel contesto della vendita di un prodotto o di un servizio, e l’attività di marketing riguardi servizi analoghi a quelli oggetto della vendita e l’interessato, adeguatamente informato, non rifiuti tale uso, inizialmente o in occasione di successive comunicazioni (cd. “opt-out”). 

B) Fare un privacy assessment per verificare la compliance dell’agenzia

Se ricorri a terze parti quali piattaforme di gestione delle newsletter o sistemi di gestione CRM completi: effettua un privacy assessment dei fornitori per verificare che siano GDPR compliant. Inoltre, ricorda che dovrai negoziare con il fornitore data protection agreement affinchè tratti i dati personali di cui la tua società è eventualmente titolare seconde regole ed istruzioni precise.

C) Mantenere aggiornati i database della software house

Non dimenticare di mantenere aggiornati i database secondo la tua data retention policy: anche i dati personali presenti in CRM o altri database devono rispettare i principi di pertinenza, minimizzazione e limitazione della conservazione.

Come re-impostare le attività di marketing BtoB in conformità a GDPR

Ti suggeriamo di procedere in questo senso: apri il tuo database e cerca di comprendere se esistono delle regole:

  • Come sono stati acquisiti i contatti fiera?
  • Come vengono gestiti i contatti degli ex-clienti?
  • Gli indirizzi e-mail vengono conservati per sempre?
  • Si fanno attività di marketing telefonico? Qual è l’iter?

    Contattaci per un’analisi delle procedure, delle regole e della documentazione di cui ti avvali nelle tue attività di marketing o per una consulenza in merito all’aspetto della gestione dei dati personali nell’ambito di specifici progetti di sviluppo commerciale.

    Foto di Hayley Murray su Unsplash

    Come tutelare il know-how dell’agenzia di comunicazione?

    Il know how ha un valore fondamentale per un’agenzia di marketing o un’azienda software. Quali sono gli strumenti di tutela?

    Le informazioni riservate comunicate ai dipendenti

    I dipendenti di un’agenzia di comunicazione hanno accesso a molte informazioni aziendali riservate: portafoglio clienti acquisiti o acquisendo, condizioni commerciali, listini prezzi, tecniche promozionali, strategie di comunicazione, procedure operative, sistemi informatici, e molto altro.

    Informazioni che costituiscono il “know-how” dell’agenzia e che devono essere preservate dal rischio di diffusione illecita o di utilizzo pregiudizievole che potrebbe esserne fatto.

    È possibile tutelarsi agendo preventivamente?

    Certo e, anzi, è sicuramente opportuno ed utile farlo ricorrendo ai diversi strumenti che il nostro ordinamento mette a disposizione. Vediamone alcuni

    Gli obblighi di fedeltà e riservatezza del dipendente

    La tutela generale del know how di un’agenzia di marketing è prevista dal codice civile (art. 2105 c.c.) e nasce con l’instaurazione del rapporto di lavoro con il lavoratore dipendente.

    Quando si conclude un contratto di lavoro, infatti, sorgono subito due obblighi in capo al lavoratore:

    • l’obbligo di fedeltà ossia il divieto di trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’agenzia di comunicazione;
    • l’obbligo di riservatezza ossia il divieto di divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’agenzia o di farne uso in modo da poter recare pregiudizio all’agenzia stessa.

    Se questi obblighi vengono violati in corso di rapporto, l’agenzia può agire sul piano disciplinare ed applicare sanzioni che, nei casi più gravi, possono portare al licenziamento ed alla richiesta di risarcimento del danno.

    Ad esempio, nel caso in cui il grafico lavoratore dipendente ha anche un lavoro freelance che si pone in concorrenza con quello svolto per il datore di lavoro: ne abbiamo parlato qui, nel tema del doppio lavoro o del cumulo degli impieghi.

    Il patto di retention nel marketing

    Il patto di retention è un accordo con cui il lavoratore si impegna a non recedere dal rapporto di lavoro per un certo periodo di tempo, dietro specifico compenso o contropartita (come la possibilità di accedere ad un corso di alta formazione o specializzazione con costo a carico dell’agenzia).

    L’ingresso di un nuovo lavoratore comporta infatti un investimento per l’agenzia che lo assume, non solo sotto il profilo economico ma anche in termini di formazione, affiancamento, illustrazione di metodi, processi, tecniche o strategie necessarie per l’attività lavorativa.

    Un flusso di informazioni, molto spesso di carattere riservato.

    Accade purtroppo di frequente che questo dispendio di energie diventi vano quando il lavoratore, dopo poco tempo, decide di andarsene o addirittura di passare alla concorrenza.

    Per tutelarsi da queste situazioni, è possibile ricorrere appunto, ad un patto di retention (detto anche patto di stabilità o clausola di durata minima garantita).

    L’accordo è integrato solo nei contratti a tempo indeterminato.

    Il patto può essere utilizzato anche come strumento di fidelizzazione del personale, per trattenere risorse preziose (l’agenzia può valutare di impegnarsi a non risolvere il rapporto per un determinato periodo di tempo) e preservare gli investimenti formativi fatti.

    Se sei un’agenzia di comunicazione ti suggeriamo di valutare l’opportunità di inserire queste clausole nei contratti che vai a sottoporre ai tuoi dipendenti, stante anche il turnover che caratterizza queste realtà.

    Policy sull’uso degli strumenti di lavoro

    Si tratta di una policy aziendale che disciplina le corrette modalità di utilizzo degli strumenti informatici che vengono messi a disposizione dei propri dipendenti.

    Con le nuove forme di lavoro flessibile, svolto anche al di fuori dei locali aziendali, i rischi per la sicurezza dei dati e delle informazioni maneggiate dal personale aumentano.

    Come si può esercitare il controllo? E come si può intervenire nel caso di violazioni dei propri dipendenti?

    Lo Statuto dei Lavoratori ammette il controllo sugli strumenti impiegati dai dipendenti per svolgere la propria attività lavorativa a condizione che:

    • esista una policy sull’uso degli strumenti e sulle modalità con cui vengono effettuati i controlli;
    • sia rispettata la normativa privacy.

    In questo modo diventa possibile anche agire sul piano disciplinare e punire gli eventuali inadempimenti perché risulta lecito utilizzare le informazioni raccolte attraverso l’attività di controllo.

    Il tema acquista maggiore rilevanza quando i lavoratori sono in smart working: abbiamo parlato degli aspetti più importanti del lavoro da remoto per un'agenzia di comunicazione in un articolo dedicato ma l'accordo va poi costruito ad hoc.

    NDA: l’accordo di non divulgazione

    L’accordo di non divulgano è un patto che può essere sottoscritto al momento dell’assunzione o in una fase successiva se, nel corso del proprio percorso professionale, il dipendente ha acquisito un bagaglio di competenze e capacità che hanno determinato un ampliamento dell’accesso alle informazioni riservate.

    Abbiamo visto che il lavoratore deve rispettare l’obbligo di riservatezza durante l’intero rapporto di lavoro. Attraverso questo accordo è quindi possibile, però, tutelare il know-how anche dopo la cessazione del rapporto di lavoro.

    L’obbligo del lavoratore dipendente è generalizzato ma potrebbe essere difficile stabilire, in caso di divulgazione illecita di segreti aziendali, quali siano le informazioni effettivamente riservate.

    L’accordo è quindi utile per:

    • per individuare le informazioni da considerarsi segrete;
    • per vincolare il lavoratore alla riservatezza anche dopo la cessazione del rapporto di lavoro;
    • per stabilire una penale da corrispondere in caso di violazioni (risolvendo, così, il problema di provare il danno subito);
    • per sensibilizzare circa il valore del know how e la posizione del lavoratore;
    • per creare valore interno all’azienda anche in ottica futura;

    Il patto di non concorrenza nel settore IT

    Con questo accordo si limita al lavoratore lo svolgimento di attività in concorrenza con quella dell’agenzia per un periodo di tempo successivo alla risoluzione del contratto di lavoro.

    È il secondo strumento a cui si può ricorrere per tutelarsi al termine del rapporto di lavoro.

    La legge prescrive, però, alcuni vincoli che devono essere rispettati:

    • il patto deve essere scritto a pena di nullità;
    • deve essere pattuito un corrispettivo in favore del lavoratore quale bilanciamento del vincolo che il dipendente si impegna a rispettare;
    • devono essere ben delimitati l’oggetto, il tempo ed il luogo.

    Nella stesura del patto è bene tenere conto anche degli orientamenti della giurisprudenza che è spesso intervenuta per stabilire quando il corrispettivo è congruo, come deve essere pagato, quanto è possibile estendere l’oggetto o l’ambito territoriale della non concorrenza.

    Il patto acquista crescente rilevanza quanto l'asset è immateriale. Per quanto riguarda ad esempio le aziende di software, avere un dipendente che diventa un IT manager autonomo può essere preoccupante per il proprio pacchetto clienti.

    Da dove iniziare per tutelare il know-how

    Come tu ci insegni, il know how è di fatto l’asset più rilevante per le agenzie di comunicazione. Attraverso gli strumenti qui elencati è quindi possibile predisporre una struttura a tutela del valore aziendale, delle strategie, dei metodi e di tutto quanto creato internamente.

    Quale strumento implementare? In realtà tutto deve essere valutato in base al caso concreto: tipo di agenzia, numero di dipendenti, governance, budget.

    Tutti gli strumenti di tutela del know-how possono essere personalizzati in funzione delle esigenze specifiche e delle singole figure professionali, nel rispetto dei requisiti imposti dalla legge e dalla giurisprudenza.

    Ti suggeriamo quindi di iniziare elencando (per tipo) quelle che sono le informazioni riservate, segrete che formano l’asset di base della tua agenzia e quelli che sono i soggetti (dipendenti / collaboratori) che ne vengono a conoscenza.

    Dopodiché, procederemo a predisporre documenti e procedure per la protezione preventiva di tale valore.

    Foto di Shubham Dhage su Unsplash

    I servizi di marketing in un contratto di un’agenzia di comunicazione: profili legali

    La descrizione corretta e completa dei servizi di marketing è una parte fondamentale di un contratto pubblicitario. Vediamo come puoi gestire questa importante fase così da permettere alla tua agenzia di comunicazione di lavorare serenamente

    Il contratto dell’agenzia di comunicazione

    Il contratto di servizi di marketing è un contratto d’appalto di servizi. Si tratta di servizi diversi che possono includere una molteplicità di attività, divise per fasi. Ti ritrovi?

    Un servizio può essere ad esempio la gestione di una campagna pubblicitaria, la messa a disposizione di un software di marketing automation, un’analisi SEO e di ricerca di parole chiave.

    Un servizio potrebbe anche essere la realizzazione di un sito internet o lo sviluppo di un software.

    Nel caso del sito internet, la configurazione potrebbe essere diversa, diventando un contratto d'opera. Mi sono occupata di questo in un articolo dedicato al tema della consegna di un sito internet.

    Dal punto di vista generale, il contratto dell’agenza contiene due obblighi fondamentali:

    • da parte dell’agenzia, l’obbligo di dare esecuzione al servizio come descritto all’interno del contratto;
    • da parte del cliente, l’obbligo (principale) di pagamento del corrispettivo, ai termini e modalità indicate nel contratto.

    In questo articolo voglio soffermarmi sulla singola clausola relativa al servizio. Ho invece già parlato dal punto di vista generale del contratto di servizi di comunicazione, andando ad indicare le varie clausole.

    Come descrivere i servizi di marketing in un contratto pubblicitario

    Il servizio di marketing deve essere descritto in modo chiaro e lineare, per evitare fraintendimenti, evitare di estendere ad attività non incluse nel prezzo, gestire gli aspetti patologici.

    A mio avviso, la descrizione dei servizi deve essere fatta utilizzando il metodo SMART, sicuramente per te molto familiari, visto che le strategie di marketing che vai a sviluppare sono impostante su obiettivi che devono essere SPECIFIC (specifico), MEASURABLE (misurabile), ACHIEVABLE (raggiungibile), RELEVANT (rilevante), TIME-BASED (basato sul tempo).

    Più nello specifico infatti i servizi (e la sua descrizione):

    • SPECIFICI: scrivere “servizi di marketing” significa non stabilire cosa vai a svolgere, in quali social network, con riguardo a quali piattaforme, se si tratta di attività operativa o se è anticipato dall’elaborazione di una strategia;
    • MISURABILI: per evitare contestazioni con riguardo alla mancata esecuzione del servizio o al non completamento dell’attività, ti suggerisco di stabilire bene il completamento delle singole fasi affinchè l cliente possa conoscere lo stato di evasione e non possa sollevare contestazioni inutili ma che comunque bloccano i lavori;
    • RAGGIUNGIBILI: si tratta di un’obbligazione di mezzi o di risultato? l’impostazione di una strategia di marketing che consiste nella consegna di un documento è di fatto un obbligo di risultato; la gestione di una campagna pubblicitaria può contenere delle obbligazioni di mezzi in quanto sarai adempiente nella misura in cui hai svolto l’attività e non puoi promettere una specifica collocazione nelle ricerche google;
    • RILEVANTI: la descrizione, come eseguita, deve essere utile per il cliente, altrimenti non inserirla. Ad esempio, il cliente può non avere interesse a sapere che per la gestione di quell’elemento è necessaria la previa attivazione di un altro tool, salvo ad esempio sia il cliente a dover anticipare per il servizio;
    • BASATI SUL TEMPO: è fondamentale stabilire il termine iniziale del servizio e il termine finale, inclusa l’eventuale sospensione per mancato pagamento o mancata consegna del materiale.

    Check list per gli aspetti legali dei servizi di comunicazione

    Ti suggerisco di iniziare rispondendo a queste domande, puoi fare un piccolo audit in autonomia della situazione attuale.

    • Quali sono i servizi che svolgi a favore dei clienti?
    • Come li descrivi all’interno del preventivo / contratto?
    • Il cliente conosce il significato delle parole che hai utilizzato?
    • La descrizione dei servizi può essere semplificata o contiene ripetizioni?
    • I singoli servizi possono essere divisi in singole fasi e se si, come avviene il passaggio da una fase all’altra?

    Fatto questo, ti sarai già sicuramente fatto un’idea di qual è il grado di chiarezza e linearità della descrizione dei servizi.

    Se vuoi puoi condividermi i risultati:

    Nel frattempo, da avvocato, ti segnalo quali sono i punti fondamentali da tenere in considerazione per avere dei servizi descritti in modo corretto, completo e chiaro:

    • è fondamentale dare un titolo ai servizi e all’interno utilizzare delle definizioni;
    • è fondamentale individuare singole fasi di lavoro; puoi optare anche per un elenco puntato poi da snellire;
    • è fondamentale stabilire se il passaggio da una fase all’altra è subordinato alla conferma da parte del cliente / all’invio di un report / alla messa a disposizione del materiale;

    Le altre clausole del contratto di servizi di marketing

    La “descrizione dei servizi” è solo una delle clausole che devono essere presenti in contratto pubblicitario; di norma è collocata tra i primi articoli, sotto le premesse e l’indicazione delle parti.

    La descrizione di servizi porta poi con sé il conferimento, da parte del cliente, allo svolgimento degli stessi e l’impegno da parte dell’agenzia, al completamento delle singole fasi.

    Ci sono poi altre clausole. Te ne riporto alcune.

    1) La clausola di pagamento del corrispettivo dei servizi di marketing

    Il pagamento dei servizi di comunicazione è un aspetto fondamentale: la clausola deve essere chiara, correttamente bilanciata con le varie fasi di completamento del servizio e assicurare adeguata tutela.

    A livello contrattuale diventa quindi fondamentale descrivere bene termini e modalità di pagamento nonchè anticipare situazioni patologiche (mancato o ritardato pagamento).

    Ho parlato in modo approfondito dell'obbligazione principale del cliente, qui: la clausola di pagamento dei servizi di marketing

    2) La clausola dei servizi accessori o aggiuntivi

    I servizi aggiuntivi di un contratto di marketing possono riguardare, ad esempio la richiesta di una giornata di scatti aggiuntiva oppure la pubblicazione di più post durante il periodo dei saldi.

    Queste situazioni possono essere gestite già a livello contrattuale e ti assicuro che oltre a semplificare la fase di esecuzione, evitano che il cliente in sede di pagamento sollevi delle contestazioni.

    Ho parlato in modo approfondito di questa clausola a mio avviso fondamentale all'interno di un articolo dedicato al tema, esponendo problemi e soluzioni: i servizi aggiuntivi di un'agenzia di comunicazione

    3) La clausola del foro competente e della legge applicabile

    È fondamentale, per un’agenzia che lavora tipicamente con clienti che non hanno la sede nella stessa città o che sono stranieri, stabilire la legge applicabile, la giurisdizione e il foro compente.

    Mi trovo a leggere alcuni contratti in cui eventuali controversie sono deferite ad arbitri, senza alcuna giustificazione di fondo, peraltro avendo valori molto bassi. Oppure altri in cui, sebbene i servizi sono resi per clienti stranieri, non riportano alcuna dicitura in merito alla legge italiana.

    Tanto detto, ti suggerisco di riprendere il preventivo che di norma utilizzi per i tuoi clienti o il contratto che hai in essere e verificare la clausola relativa alla descrizione dei servizi oltre che la presenza delle altre qui indicate.

    Fammi sapere poi, le risposte al check che hai svolto e vediamo come intervenire per assicurare chiarezza e un bilanciamento delle posizioni della tua agenzia e del tuo cliente finale.

    Voglio fornirti uno strumento immediato ossia un questionario che puoi svolgere in modo autonomo per misurare il tuo grado di consapevolezza contrattuale. È gratuito, sono 5 semplici domande, con tempo di compilazione 3 minuti.

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    Il piano di welfare per un’agenzia di comunicazione o una software house

    Dopo aver definito gli obiettivi di welfare serve mettere in campo azioni effettive e concrete per raggiungerli, oltre che strumenti di verifica e resoconti. Ecco come elaborare un piano di welfare.

    Cos’è il welfare e perchè è importante

    Come ti abbiamo spiegato, il welfare è l’insieme di iniziative, beni e servizi che un’agenzia di comunicazione mette a disposizione dei propri lavoratori per aumentare il loro benessere e favorire la conciliazione tra vita privata e lavorativa.

    Anche una software house, piena di professionisti IT e bravissimi nerd vuole dipendenti felici, che ci sentono soddisfatti e che non vogliano accettare la prima diversa proposta lavorativa: adottare una people strategy adeguata, migliora il benessere, la motivazione e la soddisfazione del personale, oltre che, chiaramente, rendere attrattiva l’azienda sul mercato.

    Le regole di base per il welfare aziendale

    Il principio generale da tenere a mente è che: il welfare aziendale non è uno strumento che può essere utilizzato ad personam cioè nei confronti di un solo lavoratore.

    I servizi welfare devono essere rivolti alla generalità dei dipendenti o a categorie omogenee: per categoria non si intendono solo le classiche suddivisioni in dirigenti, quadri, impiegati ed operai ma si tratta di un gruppo definito di lavoratori che si trovano nella medesima situazione (come i lavoratori appartenenti allo stesso livello o con la medesima qualifica).

    Altra regola è che, per ottenere il miglior vantaggio fiscale, i servizi welfare devono essere concessi quale adempimento di un obbligo assunto dall’azienda in base a disposizioni di contratto o ad un regolamento aziendale. 

    Cos’è il piano di welfare

    Il piano di welfare è quindi uno strumento fondamentale per l’agenzia di comunicazione che mira al benessere dei propri lavoratori. Si tratta di fissare gli obiettivi, descrivere le azioni, attivare i servizi, erogare i beni, analizzare l’impatto, valutare i risultati, beneficiare dei vantaggi fiscali.

    Si tratta quindi di un’attività complessa che deve essere integrata con tutte le altre iniziative.

    Come costruire un piano di welfare

    Conviene redigere un Piano Welfare composto da:

    • un Regolamento Aziendale, una parte teorica quindi, in cui vengono descritti i requisiti che consentono a ciascun lavoratore di accedere al welfare.
    • un Regolamento Attuativo che mostra a ciascun lavoratore come può scegliere tra i vari servizi e come quindi attivarli.

    A tal fine, diverse compagnie assicurative e bancarie oltre alle società di servizi hanno implementato delle piattaforme welfare on-line alle quali il singolo dipendente accede con le proprie credenziali, visualizza il paniere di beni e servizi a disposizione, le singole condizioni di utilizzo e compie infine la propria scelta.

    Accanto a questo servizio (che l’azienda può sempre sviluppare al proprio interno) è fondamentale curare la parte contrattuale con la predisposizione del Regolamento Aziendale, sia – come detto – per poter beneficiare delle migliori condizioni fiscali e ridurre i costi per l’azienda, sia per evitare contenziosi fiscali o con gli stessi dipendenti.

    E’ altresì possibile creare una politica di welfare più ampia che comprenda non solo la disponibilità di beni e servizi tra cui scegliere, ma l’introduzione di politiche e misure mirate a favorire il benessere dei propri dipendenti quali l’estensione dei congedi di maternità e paternità o l’introduzione di permessi retribuiti specifici per venire incontro ad esigenze personali o familiari presenti nella maggior parte del personale o l’implementazione del nido aziendale o programmi di prepensionamento o l’estensione delle ferie per i lavoratori con maggiore anzianità di servizio.

    Chiaramente prima di definire le azioni e gli obiettivi serve partire da un’indagine preliminare dei bisogni diffusi tra i dipendenti e dalla valutazione economica e d’impatto delle eventuali iniziative, per poi tradursi sul piano contrattuale nella messa a punto di un accordo aziendale o sindacale.

    L’avvocato deve quindi essere necessariamente coinvolto sin dall’inizio in quanto la partecipazione dei lavoratori a queste attività deve essere correttamente gestita.

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    Come prevenire i rischi informatici per agenzie di comunicazione e software house

    Quali sono i crimini informatici più importanti per agenzie di marketing e aziende di software? Vediamo gli aspetti penalistici e la soluzione con l’adozione di un modello organizzativo 231.

    Quali sono i reati informatici?

    In questo articolo prendiamo in considerazione unicamente i reati informatici e l’ipotesi in cui questi siano commessi da un dipendente o collaboratore di un’agenzia di comunicazione, o da un soggetto apicale, come un responsabile IT o un amministratore di una software house.

    Il reato di frode informatica

    Il delitto di frode informatica disciplinato dall’art. 640 ter c.p. punisce il soggetto che «alterando in qualsiasi modo il funzionamento di un sistema informatico o telematico o intervenendo senza diritto con qualsiasi modalità su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico o ad esso pertinenti, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno».

    Si tratta quindi di tutte quelle situazioni in cui un dipendente ottiene un profitto per mezzo dell’utilizzo alterato o senza diritto di un sistema informatico telematico. 

    Ci sono due tipologie di condotte penalmente rilevanti:

    • l’alterazione di sistemi informatici con qualsivoglia modalità ed in qualsiasi forma; di fatto quindi si tratta di una manipolazione dei sistemi hardware o software.
    • l’intervento senza diritto, su dati, programmi o informazioni contenuti nei predetti sistemi informatici; di fato si traduce in un accesso non autorizzato al sistema. 

    Cos’è giuridicamente un sistema informatico?

    L’interpretazione maggioritaria include ogni forma di telecomunicazione che si giovi di apporti informatici per il suo funzionamento. 

    Un applicazione del reato di frode informatica è il “Phishing”. Si tratta di un fenomeno di ingegneria sociale che si concretizza nel furto d’identità. Origine della condotta è l’invio casuale di messaggi e-mail che riproducono la grafica e i loghi ufficiali di siti aziendali o istituzionali come quelli postali o bancari, ad un elevato numero di destinatari. Tali messaggi, di solito, segnalano all’utente presunti problemi tecnici relativi all’accesso al conto, inducendolo all’inserimento di password che autorizzano pagamenti o numeri di carte di credito.

    Gli altri reati informatici importanti

    Altri reati informatici, che non trattiamo singolarmente ma che sono di fondamentale importanza e da tenere in considerazione in un ambiente digitale come quello in cui lavoriamo e viviamo, sono:

    1. accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico (art. 615-ter c.p.);
    2. intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche (art. 617- quater c.p.); 
    3. installazione di apparecchiature atte ad intercettare, impedire o interrompere comunicazioni informatiche o telematiche (art. 617-quinquies c.p.); 
    4. danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici (art. 635-bis c.p.); 
    5. danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici utilizzati dallo Stato o da altro ente pubblico o comunque di pubblica utilità (art. 635- ter c.p.);
    6. danneggiamento di sistemi informatici o telematici (art. 635-quater c.p.);
    7. danneggiamento di sistemi informatici o telematici di pubblica utilità (art. 635- quinquies c.p.);
    8. detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici (art. 615-quater c.p.)
    9. diffusione di apparecchiature, dispositivi o programmi informatici diretti a danneggiare o interrompere un sistema informatico o telematico (art. 615-quinquies c.p.)
    10. reati di falsità relative a documenti informatici (art. 491-bis c.p.)
    11. truffa del certificatore di firma digitale (art. 640-quinquies c.p.)

    Se vuoi approfondire alcuni profili, magari per una situazione di pericolo che è accaduta all’interno della tua agenzia:

    La responsabilità penale del dipendente di un’agenzia di comunicazione

    La responsabilità penale è personale. Ciò significa che se il dipendente o qualsiasi persona parte dell’azienda commette un reato, sarà responsabile e potrà ricevere, a seconda del tipo di delitto, una sanzione di diverso tipo ed entità.

    Ad esempio l’art. 635 bis c.p. punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni chiunque distrugge, deteriora, cancella, altera o sopprime informazioni, dati o programmi informatici altrui.

    Oppure è prevista la reclusione da un anno e sei mesi a cinque anni per chi intercetta comunicazioni relative ad un sistema informatico o telematico o intercorrenti tra piu’ sistemi.

    La responsabilità dell’agenzia di comunicazione e della software house in caso di reati

    L’agenzia di comunicazione potrebbe essere responsabile in caso di reato informatico commesso dal dipendente. Del pari, una software house potrebbe essere condannata a causa della condotta di un collaboratore esterno molto stretto.

    Infatti, come le altre tipologie di reato elencate nel D.lgs. 231/2001, anche i reati informatici, qualora commessi da un soggetto apicale o sottoposto, nell’interesse o a vantaggio dell’ente, potrebbero comportare la responsabilità amministrativa da reato della persona giuridica.

    Le sanzioni contro l’agenzia di comunicazione o la software house

    L’agenzia di comunicazione o la software house possono quindi ricevere una sanzione pecuniaria anche di notevole entità.

    L’agenzia può anche ricevere delle sanzioni interdittive come ad esempio, a seconda del reato commesso e dell’entità della violazione:

    • l’interdizione dall’esercizio dell’attività;
    • la sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito;
    • il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio;
    • l’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di quelli già concessi;
    • il divieto di pubblicizzare beni o servizi;

    Si tratta di danni importanti e probabilmente alcune volte irreparabili per una realtà aziendale, sopratutto se orientata al digitale e alla comunicazione.

    Come evitare le sanzioni a causa dei reati dei dipendenti?

    Il modello 231 è uno strumento importante per l’agenzia di comunicazione: consente di prevenire la commissione dei reati informatici (come quelli sopra descritti), oppure quelli in materia di diritto d’autore (fotografie, software) o comunque ogni altro reato che possa essere commesso all’interno dell’azienda.

    La concreta adozione di un modello permette anche alla software house di evitare di essere responsabile in caso di illeciti commessi dai dipendenti.

    Si tratta di un complesso di procedure e documenti che definiscono la struttura aziendale ed i processi operativi per individuare e prevenire le criticità in ragione allo specifico settore.

    Legal for Creativity si occupa anche di diritto penale e di responsabilità dell’azienda per reati commessi dai dipendenti attraverso bravi professionisti verticali su questo settore. Se vuoi approfondire questi o altri temi legati alla prevenzione dei reati puoi contattarci:

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    Il dipartimento legale esterno di un’agenzia di comunicazione

    Serve avere un avvocato per un’agenzia di comunicazione? È utile un consulente legale esterno continuativo per i temi legati alla pubblicità? Chiaramente si, ed ecco il perchè.

    Il ruolo dell’avvocato e di Legal for Creativity

    Legal for Creativity sta diventando un dipartimento legale esterno per l’agenzia di comunicazione o la software house. Questo significa avere un consulente legale continuativo che può darti supporto day-by-day e che arriva a conoscere profondamente la tua realtà aziendale.

    È un progetto legale nato digitale nato con l’intenzione di condividere strumenti utili e fornire alle agenzie risorse per impostare il modo corretto il proprio lavoro. Ma è anche uno studio legale online: come sai, i clienti li gestisco 100% remote. Che tu sia in Italia o dall’altra parte del mondo, posso fornirti l’assistenza di cui hai bisogno (videcall, scambio di email, timeline e fogli condivisi).

    In questo articolo ti spiego perchè dovresti dotare la tua agenzia di un dipartimento legale esterno.

    L’organigramma dell’agenzia di comunicazione

    Un organigramma è uno schema (di solito in PDF, A4 e orizzontale) che ci permette di comprendere in modo immediato, i ruoli, i rapporti gerarchici, le responsabilità, l’articolazione degli uffici.

    L’organigramma di un’agenzia di comunicazione, a differenza di altre imprese, è abbastanza atipico. In base alle dimensioni, alle eventuali specializzazioni, ai settori verticali, può assumere diverse connotazioni. 

    Penso ad esempio a queste situazioni:

    • Dal punto di vista del core, può esserci il ramo marketing e ramo web, dove da una parte ci si occupa di attività pubblicitaria e dall’altra di sviluppo siti internet; 
    • Se invece l’agenzia è verticale sulla comunicazione, il distinguo potrebbe essere tra lato marketing e lato comunicazione, o tra comunicazione web e comunicazione tradizionale; 
    • Ci sono poi gli uffici che trovi in tutte le altre aziende e quindi HR e amministrazione; 
    • Sempre più, all’interno delle agenzie sorgono dipartimenti legati alla comunicazione sostenibile o inclusiva;

    In realtà, questo riflette un po’ quello che accade anche nelle software house, dove però, lì il distinguo viene fatto magari tra chi si occupa di backend e chi gestisce il front end, oppure, tra chi si occupa di programmazione pura e chi utilizza i vari tool; oppure ancora, chi è verticale sull’accessibilità e UX e chi invece scrive codice. 

    Nell’organigramma dell’agenzia di comunicazione manca l’avvocato

    Di solito, il consulente legale rimane fuori dall’organigramma e viene attivato solo in caso di bisogno e solo in quell’occasione viene messo a conoscenza della questione specifica. Non ha quindi una visione costantemente aggiornata e completa. 

    Questo può spesso diventare un problema.

    Cos’è e cosa fa un ufficio legale esterno?

    Si tratta di un supporto esterno, continuativo (day by day), informale ma altamente professionale, più negoziale che litigioso, rivolto all’utilità tipica dell’impresa, dall’interno. 

    Ad esempio:

    1) Gestione della documentazione che viene sottoposta dal cliente o dal fornitore, oggi per domani

    Non è il tuo lavoro quello di passare in rassegna un NDA che ti viene trasmesso o valutare se le clausole di quell’accordo sono vessatorie. 

    So che per te sono “scartoffie” ed è giusto così. Avere però un supporto che conosce profondamente i servizi e la realtà aziendale, ti permette di demandare senza grandi spiegazioni. 

    2) Valutazione completa degli aspetti delicati di un rapporto di lavoro che si sta compromettendo 

    Ti parlo anche di diritto del lavoro, perchè le agenzie hanno molti rapporti con dipendenti, ausiliari, collaboratori, interni, esterni ed è tutto molto delicato, anche in ragione al tipo di servizio. 

    Legal for Creativity ha un filone dedicato al diritto del lavoro che ti può aiutare nella redazione dei regolamenti aziendali, nella definizione delle misure di welfare, nella gestione della malattia o nella valutazione dei lavoratori creativi. 

    Anche qui, sapere già come sei strutturato mi permette di consigliarti in modo concreto anche pro futuro. 

    3) Sviluppo di procedure interne utili per l’agenzia di marketing

    Si tratta di uno studio approfondito della realtà aziendale che ci permette di avanzare in ragione alle reali esigenze, urgenze, risorse e tempistiche dell’agenzia

    I progetti legali diventano delle attività integrate nella timeline aziendale. Si utilizzano strumenti e tools per rimanere aggiornati e lavorare in collaborazione con il cliente.

    Perchè creare un dipartimento legale?

    Penso tu abbia già iniziato a pensare a quali potrebbero essere i vantaggi di avere Legal for Creativity come dipartimento legale esterno della tua impresa. 

    I “perchè” li sintetizzerei in questo senso: 

    1. Per liberarti dalla documentazione che ti fa solo perdere tempo se la passi in rassegna prima tu, poi il dipendente, poi l’amministrativa, poi il commercialista e poi l’avvocato, con una call di spiegazione e una successiva di approfondimento. 
      Sai invece sin dall’inizio che tutto quello che arriva passa direttamente alla figura di riferimento. 
    2. Per semplificare il tuo lavoro day by day anche in modo informale. 
      Di fatto, avere una relazione costante mi permette di entrare nel vivo della tua attività e sapere bene cosa per l’azienda è importante (chiudere il contratto, ottenere uno sconto, rimanere fermi nella posizione..). E i tuoi dipendenti possono vedermi anche in modo meno formale così da relazionarci in via diretta. 
    3. Per mantenere un’alta professionalità e tutela costante della tua attività.
      Se tutto (o quasi) passa per il dipartimento legale significa che è vagliato in modo completo e non si rischia di firmare documenti molto svantaggiosi (o lo si fa con contezza). 

    Se ritieni anche tu utile uno strumento di questo genere, possiamo valutare come implementarlo, nel concreto, all’interno della tua azienda.

    Foto di Tingey Injury Law Firm su Unsplash

    Gli strumenti di welfare di un’agenzia di comunicazione

    Anche le agenzie di marketing vogliono lavoratori felici. Cos’è il welfare e quali sono gli strumenti per aumentare il benessere di un creativo dipendente di un’agenzia pubblicitaria?

    La People Strategy di un’agenzia di comunicazione

    Nella trasformazione digitale dei processi e dell’organizzazione aziendale assume oggi un’importanza chiave la People Strategy: mettere le persone al centro della propria strategia di business.

    I lavoratori iniziano a valutare l’ambiente di lavoro nel suo complesso, sia in termini di opportunità di crescita e di flessibilità di orari e luoghi di lavoro, sia in termini di conciliazione tra esigenze personali e professionali.

    E’ risaputo: un lavoratore soddisfatto è un lavoratore più sereno ma anche più produttivo.

    Il welfare aziendale è uno degli strumenti di People Strategy che consente di migliorare il contesto lavorativo, fidelizzare il personale ed incrementare la produttività ed i risultati dell’impresa.

    Il welfare non è la concessione di un’auto aziendale, di un computer o di un telefono. Questi strumenti sono ormai indispensabili per lavorare e non vengono più percepiti dai dipendenti come “benefit”.

    Il welfare è molto altro: proviamo a capirlo insieme con un focus su quelli che sono gli argomenti utili per un’azienda che lavora in ambito pubblicitario.

    Cos’è il welfare?

    È l’insieme di iniziative, beni e servizi che l’azienda può mettere a disposizione dei propri dipendenti, per aumentare il loro benessere e favorire la conciliazione tra vita privata e lavorativa.

    Il tema della work life balance è strettamente collegato al lavoro da remoto. Abbiamo dedicato un articolo di approfondimento sullo smart working e, nello specifico, sulle modalità di costruzione di un valido accordo tra agenzia di comunicazione e lavoratore dipendente creativo.

    Come funziona il welfare?

    Il welfare funziona così:

    • L’agenzia di comunicazione mette a disposizione una somma ai lavoratori dipendenti;
    • Il lavoratore dipendente creativo sceglie beni e servizi più affini in base alla propria situazione personale e familiare;
    • Il costo servizio è quindi sostenuto dall’agenzia che però ha benefici fiscali;
    • Il lavoratore fruisce positivamente del servizio;

    Il welfare come retribuzione aggiuntiva

    L’importo spendibile dal lavoratore in welfare rappresenta una forma di retribuzione aggiuntiva che viene erogata dal datore di lavoro, ma che può essere utilizzata solo per la fruizione di servizi di welfare (non può, quindi, essere convertita in denaro).

    Questo aspetto è fondamentale: per poter beneficiare delle agevolazioni che il nostro ordinamento mette a disposizione delle imprese, infatti, il welfare non può mai sostituire la retribuzione contrattuale spettante al dipendente, ossia quella tassata ordinariamente.

    Si riesce, così, ad introdurre in azienda un sistema di benefit premiali ad un costo inferiore rispetto a quello rappresentato dal tipico “aumento di stipendio”.

    Ciò a condizione che vengano osservate le condizioni individuate dalla normativa fiscale (Testo Unico delle Imposte sui Redditi).

    Perchè l’agenzia di marketing dovrebbe decidere di fare welfare?

    L’agenzia di comunicazione dovrebbe adottare una people strategy per migliorare il benessere, la motivazione e la soddisfazione del personale, rendendo al contempo l’azienda più attrattiva all’interno del mercato di riferimento.

    Secondo noi tutto inizia dall’intenzione e non può essere invece una mera manovra di business.

    Il tema è infatti strettamente collegato alla sostenibilità sociale, uno dei pilastri dello sviluppo sostenibile e dei criteri ESG legati alle società benefit. Partendo da questo punto abbiamo illustrato il percorso che può intraprendere un'agenzia di marketing per diventare società benefit.

    Nella ricerca di un nuovo posto di lavoro, infatti, l’aspetto economico non costituisce più l’unica leva per attirare nuovi talenti: assumono estrema importanza tutte le iniziative che l’azienda appronta per migliorare il bilanciamento tra vita personale e vita lavorativa. 

    La conciliazione vita-lavoro, però, non equivale sempre e solo alla necessità di lavorare in maniera più flessibile e senza vincoli orari per poter gestire al meglio la propria vita personale e familiare.

    Esempi di welfare per aziende ed agenzie

    Voi siete più creativi di noi e soprattutto conoscete meglio i vostri dipendenti quindi certamente di idee di welfare ne avrete.

    Il welfare in generale può essere perseguito e raggiunto ad esempio con:

    • servizi sanitari e generali quali l’assistenza sanitaria integrativa, le polizze infortuni, la previdenza complementare;
    • servizi di trasporto collettivo (es. navetta aziendale per facilitare il raggiungimento del posto di lavoro)
    • servizi finanziari quali il rimborso degli interessi del mutuo;
    • servizi legati agli ambiti dell’istruzione e della formazione (asili nido e scuole materne, i centri estivi e invernali)
    • servizi di assistenza alla persona (es. familiari non autosufficienti), il check-up medico;
    • abbonamenti a circoli sportivi, palestre, teatri, corsi di studio diversi da quelli relativi all’attività aziendale, babysitter; fringe benefit come voucher, buoni pasto o buoni acquisto..

    Qualche idea più specifica che peraltro sviluppa la creatività e riduce lo stress, entrambi obiettivi utili per un’agenzia di marketing:

    • la promozione di uno stile di vita sano per i dipendenti preferendo la bicicletta per raggiungere il luogo di lavoro, attivando assicurazioni integrative, predisponendo parcheggio biciclette ed assistenza o messa a disposizione di biciclette elettriche;
    • abbonamenti a cineforum o rappresentazioni teatrali della città dove ha la sede l’azienda così, da una parte promuovere la cultura presso i lavoratori e dall’altra legarsi al territorio con il supporto alle realtà della zona;
    • predisporre uno spazio mensa ospitale, magari con le consegne dirette dal mercato contadino locale oppure volto a promuovere la cultura culinaria, magari con un corso di cucina al giovedì pomeriggio;

    Il welfare è, così, diventato una misura particolarmente apprezzata in quanto permette al lavoratore di accedere a beni e servizi di vario tipo, a costo zero.

    Al contempo, il welfare favorisce il miglioramento della produttività contribuendo a migliorare il clima aziendale, riducendo il gap di genere attraverso iniziative di work-life balance che impattano positivamente sulle famiglie contribuendo a favorire l’occupazione femminile.

    Il ruolo dell’avvocato per il welfare dell’agenzia di comunicazione

    Le opzioni a disposizione sono le più disparate ma ciascun servizio è regolato da un proprio regime fiscale per l’accesso al quale devono essere rispettate le condizioni di legge.

    Una volta individuata la misura, il ruolo dell’avvocato è quindi quello di dare supporto per la concreta attuazione, per la gestione della parte documentale, per un’analisi fiscale, per la redazione degli accordi di erogazione dei servizi, per il trattamento dati dei dipendenti.

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    Agenzia di comunicazione come responsabile del trattamento dei dati personali ai sensi del GDPR

    Sei un’agenzia di comunicazione e devi creare per il tuo cliente un sito web, gestire una campagna di marketing online o pubblicare contenuti nei social network: hai individuato un processo per la corretta gestione dei dati personali che tratti nell’esecuzione del servizio pubblicitario e definito il ruolo privacy dell’agenzia di marketing?

    L’attenzione per il trattamento dei dati è un argomento fondamentale e preliminare, sin dall’inizio dell’attività (al momento della conferma del preventivo, per intenderci). Il disinteresse per questo tema ti espone a pericoli e può comportare per il tuo cliente importanti sanzioni e a te gravi danni, anche d’immagine. Ci può essere ad esempio un data breach con conseguenti responsabilità.

    In questo articolo definiamo il ruolo privacy dell’agenzia di comunicazione e ti spieghiamo perchè una corretta impostazione deve essere un elemento del contratto che stipuli con il tuo cliente.

    Abbiamo dedicato altri articoli al trattamento dei dati personali nelle attività di marketing. Puoi usare la 🔎 ma ti suggeriamo di iniziare comunque dall'articolo generale in cui abbiamo parlato anche di automazioni, funnel e check-list: Privacy nelle attività di marketing. 

    Il ruolo privacy dell’agenzia di marketing

    Stante la diffusione del GDPR e la sempre più crescente importanza del mondo dell’online, avrai ormai familiarizzato con i concetti di titolare e responsabile del trattamento privacy. Ma se così non fosse, rivediamoli insieme.

    Agenzia di comunicazione come titolare del trattamento

    Il titolare del trattamento è colui che, singolarmente o insieme ad altri, determina le finalità e i mezzi del trattamento di dati personali, ossia è colui che decide quali dati trattare, per quali finalità e con quali strumenti.

    Ad esempio, l’agenzia di marketing è titolare del trattamento con riguardo ai dati dei dipendenti e dei collaboratori esterni. Di fatto, nel momento in cui elabora la busta paga oppure acquisisce i dati per la gestione del contratto di collaborazione.

    Agenzia di comunicazione come responsabile del trattamento

    Il responsabile del trattamento è colui (sia esso una società o una persona fisica che agisce per finalità professionali) che tratta i dati per conto (i.e. su incarico) del titolare del trattamento.

    Ad esempio, l’agenzia di marketing che gestisce i dati dei follower della pagina Facebook del cliente oppure l’agenzia che elabora una campagna di marketing per l’acquisizione di lead.

    Agenzia di comunicazione come titolare e responsabile del trattamento

    Come avrai già intuito dalle definizioni stesse, l’agenzia di comunicazione assume l’uno o l’altro ruolo a seconda dell’insieme di dati personali che viene preso di volta in volta in considerazione.

    Ad esempio, conosciamo varie agenzie che sviluppano progetti legati alle esperienze di networking e di lavoro condiviso, creando reti di coworking. in questo caso, chiaramente la situazione si fa più complessa in quanto i flussi di dati sono diversi e i soggetti che intervengono, svariati.

    Ci piace collaborare con i coworking e con le reti di freelance e infatti abbiamo dedicato una serie di articoli dedicati al tema: La gestione dei dati personali dei coworkers, I ruoli privacy dei coworking, Il rischio dei dati personali nei coworking. 

    Se gestisci un coworking o vuoi sviluppare una realtà simile, magari anche con servizi diversi, contattaci sin dall’inizio per gestire in modo corretto tutte le varie attività di trattamento.

    L’agenzia di comunicazione tratta dati personali?

    L’agenzia tratta pochi dati personali

    Ci capita spesso di incontrare agenzie di comunicazione che dubitano di avere un ruolo rilevante dal punto di vista della normativa privacy.

    Chiaramente, bisogna distinguere tra titolare del trattamento e responsabile del trattamento.

    Ad esempio, se l’agenzia si occupasse esclusivamente di creare un sito web come semplice template e lo cedesse al cliente affinché quest’ultimo si occupi in via autonoma della gestione e manutenzione del sito, allora effettivamente l’agenzia non ricoprirebbe un ruolo privacy nella gestione dei dati personali degli utenti di quel sito web, non accedendovi né avendo il monitoraggio da remoto del traffico su quel sito. L’agenzia rimane titolare del trattamento con riguardo ai dati personali del cliente (e dei dipendenti del cliente) per la gestione dello sviluppo del sito internet.

    L’agenzia tratta molti dati personali

    In realtà, più di noi, conosci il ruolo sempre più rilevante delle agenzie di comunicazione e del loro business nella gestione dei dati: una molteplicità di attività che le mettono nelle condizioni di interagire con i dati degli utenti che accedono a svariate piattaforme gestita anche da soggetti diversi, per conto del cliente finale.

    Pensiamo, a mero titolo esemplificativo, alle attività di web hosting, di back-up, di social media manager: si tratta di attività nell’ambito delle quali l’agenzia di comunicazione è nella condizione di vedere non solo e non tanto nome e cognome degli utenti, ma anche il loro profilo social, i likes, gli interessi, la posizione, i dati di insight.

    Peraltro, molte aziende oggi demandano all’agenzia tutto il blocco dei dati personali degli utenti, proprio per non avere ruoli nell’ambito della comunicazione. In questo caso, l’agenzia ha un ruolo ancora più rilevante e quindi bisogna fare estrema attenzione.

    Ti sono capitate richieste di questo tipo? Se si, la prossima volta ti suggeriamo di intervenire d’anticipo.

    Il Data Processing Agreement

    ll contratto e la nomina dell’agenzia a responsabile del trattamento

    Se ti abbiamo convinto che il ruolo di responsabile del trattamento dati sia il tuo, allora lascia che ti spieghiamo quali sono gli elementi contrattuali a cui devi prestare attenzione.

    L’art. 28 del GDPR prevede espressamente che il trattamento di dati da parte del responsabile del trattamento debba essere svolto sempre sulla base di un contratto o altro atto giuridico idoneo.

    Il tuo cliente (che nel rapporto con l’agenzia di comunicazione a cui conferisce un incarico assume il ruolo di titolare del trattamento) ti nomina (o nomina la tua agenzia) come responsabile esterno del trattamento.

    Le clausole essenziali della convenzione di nomina dell’agenzia di comunicazione

    Questo contratto prende tipicamente il nome di Data Processing Agreement e deve avere un contenuto preciso e customizzato sull’esigenze del cliente che ti conferisce l’incarico, motivo per cui i copia-incolla da risorse online non sono una strategia vincente.

    Il Data Processing Agreement può essere allegato al contratto di servizi principale e deve necessariamente contenere, tra gli altri elementi, anche i seguenti elementi:

    1. istruzioni specifiche sulla modalità con cui l’agenzia di comunicazione deve trattare i dati personali degli utenti;
    2. le misure di sicurezza che l’agenzia garantisce nello svolgimento del servizio;
    3. la collaborazione che l’agenzia di comunicazione è tenuta a rendere sia al cliente che agli utenti della piattaforma in caso di richieste relative ai profili privacy del trattamento (ad esempio, richieste di accesso ai dati personali o di opt-out da mailing list).

    Le responsabilità dell’Agenzia di comunicazione come Responsabile del trattamento

    La responsabilità civile e generale dell’agenzia di comunicazione

    L’agenzia di comunicazione, in quanto responsabile del trattamento dei dati degli utenti della piattaforma, può essere chiamata a rispondere civilmente dei danni subiti dagli utenti a causa del trattamento svolto.

    Se non è stato adottata una convenzione di nomina, non sono state definite bene le misure di sicurezza, l’agenzia non si è attivata oppure si sono firmati degli accordi ma solo formali, allora la responsabilità dell’agenzia può di fatto essere illimitata e comportare gravi danni di natura economica ma anche all’immagine.

    La responsabilità limitata e circoscritta dell’agenzia di comunicazione

    Il Data Processing Agreement ossia la convenzione di nomina a responsabile del trattamento dell’agenzia di comunicazione diventa uno strumento essenziale per circoscrivere le sue responsabilità contrattuali dell’agenzia. Serve anche ad altro.

    In questi casi, l’agenzia potrà essere chiamata a rispondere solo se:

    1. non ha adempiuto agli obblighi che il GDPR pone in capo al responsabile del trattamento;
    2. ha disatteso le istruzioni ricevute dal cliente.

    Come limitare / escludere la responsabilità per trattamento dati dell’agenzia di comunicazione?

    Se quindi l’agenzia di comunicazione osserva gli obblighi del GDPR, predispone la documentazione, dà concreta attuazione alle procedure, conclude la convenzione con il cliente allora in caso di problematiche legate al trattamento dei dati personali, potrà andare esente da responsabilità o comunque limitare il danno.

    Avere determinato prioritariamente in forma scritta, tramite il Data Processing Agreement, le istruzioni a cui l’agenzia di comunicazione deve attenersi nell’esecuzione del contratto assume un valore strategico nella mitigazione dei rischi sotto il profilo privacy, divenendo uno degli elementi comprovanti la compliance dell’agenzia alla normativa in materia di trattamento dei dati personali.

    Due sono le strade:

    1. Se non ha mai scritto un Data Processing Agreement oppure ti limiti a firmare quello sottoposto dal tuo cliente, non è il modo giusto per andare esente da responsabilità ed accetti quindi, con consapevolezza, pericoli, danni e sanzioni.
    2. Se invece vuoi assicurarti di aver adempiuto a tutti gli altri obblighi che la normativa privacy vigente pone a tuo carico possiamo impostare insieme un percorso per la conformità a GDPR della tua agenzia di comunicazione.

    Questo contenuto è stato scritto dal Team Privacy di Legal for Creativity che si occupa di tutti i profili che riguardano in trattamento dei dati personali. Se vuoi approfondire questi o altri temi legati al mondo della privacy, puoi contattarci:

    Foto di Alex King su Unsplash