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Autore: Valentina Trevisan

La check list per registrare il tuo marchio

Puoi iniziare da questa utile checklist per individuare cosa, come e con quale estensione proteggere il tuo logo.

Cosa sapere prima di registrare il marchio?

La registrazione non è un’attività da svolgere in modo leggero in quanto ci sono alcuni profili che non possono essere sottovalutati.

Persona alla quale si vuole intestare il marchio

In primo luogo serve individuare il soggetto a cui si vuole intestare il marchio, persona fisica o società ad esempio. Successivamente puoi comunque cedere il marchio o concederlo in licenza (ad esempio, lo intesti a te stesso e poi lo concedi in uso alla società di cui sei legale rappresentante).

Tipo di attività presente e futura

In secondo luogo, è bene stabilire l’attività che attualmente svolgi, ma anche quella che da qui a qualche anno intendi implementare.

Puoi sempre limitare la registrazione del marchio ma non puoi estenderla: o meglio, la procedura di estensione richiede una nuova registrazione. E quindi, ad esempio, se commercializzi abbigliamento da donna ma hai idea di vendere anche accessori per bambini online, valutalo al momento della prima registrazione.

Non ti conviene però estendere la registrazione a settori che non ti riguardano. Ti presti a maggiore rischio di opposizione o comunque di decadenza del marchio per non uso. In ogni caso, registrare per prodotti che non ti riguardano, oltre ad essere inutile, può diventare oneroso. E quindi, ad esempio, se produci packaging di prodotti non ha senso che ti tuteli anche per la vendita di abbigliamento.

La checklist per registrare il logo della tua attività

Per arrivare a compiere una registrazione completa e che non si presti ad opposizioni, puoi iniziare dal considerare alcuni elementi di fatto, per poi arrivare a tradurle in valutazioni sul piano giuridico.

  1. La tua attività è solo in Italia o si estende all’estero?
  2. Se estesa all’estero, in specifici stati (ad esempio Portogallo e Brasile) oppure in un unico continente (tutta l’Europa)?
  3. Il tuo marchio è composto da una figura o solo da testo?
  4. Il tuo marchio è “definitivo” o pensi di modificare il pittogramma di qui a poco?
  5. Hai uno slogan?
  6. I colori del tuo marchio sono identificativi del tuo prodotto?
  7. Hai preso ispirazione da altri nell’ideazione del pittogramma?
  8. Qual è il tuo core business?
  9. Quali prodotti produci? Quali servizi fornisci?
  10. Da qui a 5 anni vuoi estendere la tua attività ad altri prodotti e servizi?

La check list personalizzata per registrare il marchio

La check list sopra è solo il punto di partenza per un’analisi specifica relativa alla tua attività, ai segni distintivi della tua azienda e soprattutto dei prodotti e servizi che produci e fornisci. A mio avviso è importante partire dal fatto concreto, ma è chiaramente fondamentale in questi casi tradurre in valutazioni giuridiche quanto rilevato. Per questo motivo ti sconsiglio di registrare il tuo marchio in autonomia.

Dopo una prima analisi concreta solitamente procedo ad individuare eventuali segni altrui identici o simili ai tuoi con riguardo agli stessi prodotti e servizi nonché a prodotti e servizi simili. Questa attività deve essere accompagnata anche dalla valutazione dell’eventuale rischio di associazione o confusione tra segni.

In sostanza, è importante valutare l’effettiva esistenza dei requisiti per procedere alla registrazione del marchio quali:

  • la capacità distintiva,
  • la liceità,
  • la novità.

Solo a seguito di un’analisi completa, di una relazione specifica e di un confronto effettivo, si potranno avere tutte le informazioni per valutare se e cosa registrare nonché quali sono i profili di rischio a cui ci può esporre nell’intraprendere delle scelte piuttosto che altre.

Ad esempio, registrare un segno simile ad un altro, ti espone alla possibilità di ricevere un’opposizione attraverso cui il competitor può richiedere che la tua domanda di marchio venga rigettata.

Per avere la checklist personalizzata ma sopratutto per valutare nello specifico la tua posizione, puoi contattarmi.

Altro aspetto da tenere in considerazione è questo: l’EUIPO (Ufficio europeo per la proprietà intellettuale) ha istituito un Fondo «Ideas Powered for business» per le piccole e medie imprese che consente di ottenere un rimborso sulle tasse da pagare per la tutela dei diritti di proprietà intellettuale (marchi, disegni, modelli, brevetti). Nel corso di tutto il 2022 si può beneficiare di un rimborso del 75 % delle tasse relative alle domande di marchio e/o disegno o modello (e delle classi aggiuntive) sia che richiedi la tutela solo in Italia sia che vuoi l’estensione in tutta Europa.

Ne ho parlato in una delle ultime newsletter, strumento che utilizzo per comunicarti novità e cose utili da non farsi perdere. Se vuoi puoi iscriverti per rimanere aggiornato.

Photo by Markus Winkler on Unsplash

Licenza d’uso per contenuti stock (foto, audio, video)

Quali sono le condizioni d’uso per contenuti in stock per realizzare prodotti da consegnare al cliente? Quali sono le responsabilità del freelance nel caso in cui il cliente usi i contenuti stock oltre i limiti?

Facciamo chiarezza su queste due questioni fondamentali.

Cos’è una licenza d’uso per contenuti in stock?

La licenza d’uso è documento attraverso il quale un sito web mette a disposizione i propri contenuti, come una banca dati, consentendo all’utente di usare i contenuti fissando delle regole.

Le regole, i limiti, le condizioni, vengono fissate autonomamente dal sito web. Non sono quindi tutte uguali anche se possono presentare tratti comuni, per categoria. Ad esempio, alcuni siti web mettono a disposizione le immagini a pagamento (X ogni gruppo di foto), altri un abbonamento mensile (X al mese per un numero illimitato di contenuti), altri ancora mettono a disposizione a titolo gratuito.

Ogni banca dati immagini chiama la licenza in modi diversi: licenza d’uso, termini e condizioni, termini di utilizzo, condizioni generali di servizio e così via, ma il concetto è lo stesso.

Le regole sulle licenze stock dipendono anche dal tipo di contenuto. Ad esempio: il grafico avrà necessità di contenuti visivi (immagini e caratteri tipografici); il videomaker potrebbe avere necessità di porzioni di video e di clip audio; il podcaster invece clip audio da inserire come intermezzo delle discussioni.

Perché ti parlo delle licenze d’uso?

Perché è un argomento spinoso sul quale mi vengono molto spesso poste questioni. Come dicevo infatti, ciascun sito ha una propria licenza in cui fissa regole, limiti, condizioni, individua la applicabile, stabilisce le responsabilità a carico dell’utente, prevede esonero da responsabilità a proprio favore e via dicendo.

Ovviamente, più la licenza d’uso per contenuti stock è complessa, più può rivelarsi difficile l’identificazione delle clausole e l’interpretazione del significato. Per questo quindi, è impensabile che tu possa studiare autonomamente tutte le licenze dei siti web su cui navighi, soprattutto perché quanto scritto deve essere rispettato non solo da te, ma anche dal tuo cliente.

Ad esempio, recentemente, sono stata incaricata da una mia cliente a studiare i termini d'uso di una licenza perchè apparivano poco chiari. Lei aveva bisogno di sapere se una certa attività poteva svolgerla solo se abbonata o anche dopo i termini dell'abbonamento. Effettivamente, la poca chiarezza mi ha imposto di inviare una comunicazione formale al titolare del sito web per identificare bene cosa intendesse con certe locuzioni. Ho conservato la comunicazione in archivio.

E quindi, ti parlo di licenze proprio per questo: perché sottoscrivere una licenza significa concludere un contratto e come tutti i contratti prevede responsabilità a tuo carico. Inoltre, in questo caso, il prodotto viene realizzato per altri e quindi a maggior ragione la tua responsabilità acquista ulteriore importanza. puoi essere ritenuto responsabile per l’uso che il cliente fa del prodotto che gli hai consegnato.

Altro esempio, tempo fa un'azienda mi ha contattata rappresentandomi gli usi che intendeva fare con le immagini acquistate per suo conto da parte dell'agenzia. L'agenzia da sempre aveva suggerito la licenza estesa per evitarsi ogni problematica. I costi però erano diventati insostenibili. Ho studiato i termini della licenza e facendo riferimento agli usi che l'azienda voleva fare, abbiamo concordato una licenza minore che le faceva risparmiare molti soldi consentendo comunque di svolgere in modo lecito l'uso delle immagini. 

Perchè bisogna informare il cliente in modo adeguato dei termini della licenza, perlomeno quando, per qualsiasi causa o ragione, il cliente venga nella disponibilità del contenuto.

Come rispettare la licenza?

La prima cosa fondamentale che devi fare è leggere bene tutto il testo della licenza d’uso per contenuti stock e chiederti se l’uso che si intendi fare di quell’immagine in stock, quella clip video gratuita o quella canzone in pubblico dominio, è compreso nei termini della licenza ed è quindi lecito, oppure no.

Se il testo della licenza prevede che l’immagine in stock possa essere usata solo integrata in un unico prodotto finito, significa che se vuoi utilizzarla per più clienti dovrai sostenere il costo più volte e che in ogni caso non puoi usarla così com’è ma solo rielaborata.

Se i termini e condizioni vietano di utilizzare il contenuto dopo la fine dell’abbonamento, potrebbe significare che tutto quello che hai realizzato durante l’abbonamento è consentito, ma che successivamente le immagini in stock che hai nel tuo computer sono inutilizzabili. Non sempre è così però: bisogna vedere cosa è effettivamente scritto nel testo.

Se ti dice che puoi usare il contenuto solo se è destinato al web oppure solo per finalità personali, attenzione: devi rispettare le clausole ed eventualmente valutare una licenza più estesa. Se il sito non consente tali forme di licenze, dovrai optare per un’altra banca dati immagini oppure puoi prendere contatti con la piattaforma e richiedere la concessione di un uso più esteso dietro pagamento di un compenso.

Come far rispettare la licenza d’uso per contenuti stock?

La seconda cosa fondamentale, è far rispettare al proprio cliente la licenza d’uso per contenuti stock. Infatti, come ti ho detto sopra, sei tu a sottoscrivere il contratto e quindi sei tu responsabile dell’uso che ne fai tu dell’immagine ma anche quello che ne fa il cliente.

Il cliente potrà essere ritenuto responsabile in via diretta nei confronti della piattaforma, ma la piattaforma potrà scegliere di agire in modo più comodo nei tuoi confronti, essendo tu il titolare dell’immagine la cui licenza è stata violata.

È quindi fondamentale informare il cliente, attraverso il contratto, dei termini essenziali della licenza ed eventualmente rinviare direttamente al contenuto.

E quindi in generale, all’interno di un contratto professionale è importante prevedere:

  • Divieto di usare il contenuto originario (come messo a disposizione della piattaforma) che, per qualsiasi causa o ragione viene messo a disposizione del cliente;
  • Responsabilità a carico del cliente in caso di uso in violazione del contratto e manleva a tuo favore;
  • Divieto di modificare il prodotto finito (quello realizzato da te per capirci);
  • Divieto di estrapolare dal prodotto finito il contenuto originario (ad esempio, separare dal tuo video, l’audio che avevi acquistato);
  • Richiamare integralmente la licenza come parte integrante del contratto tra te e il tuo cliente.

In questo articolo ti ho fornito vari suggerimenti, tuttavia, come avrai intuito, è importante considerare molti aspetti. Se leggere le licenze d’uso per contenuti stock non è il tuo lavoro posso aiutarti per farti rispettare la licenza sia e per farla rispettare al tuo cliente, evitando di incorrere in spinose problematiche.

Possiamo partire da qui:

Photo by Jon Tyson on Unsplash

Sei un blogger? Ecco come proteggere logo e marchio

Il logo diventa il tuo biglietto da visita digitale, la foto principale dei profili social, lo strumento per contraddistinguere in ogni comunicazione, online ed offline. Vediamo come proteggerti.

Cos’è il marchio per la tua attività di blogging

Il marchio è uno dei segni distintivi dell’impresa. Può essere una parola (anche il nome di una persona), un disegno, una lettera, dei suoni, una forma del prodotto, le tonalità cromatiche e le combinazioni, i suoni.

Se sei un blogger più frequentemente il tuo marchio sarà:

  • Una parola che è il nome della tua attività; o anche il tuo nome e cognome (marchio patronimico);
  • Una parola che rappresenta il nome del tuo servizio, ad esempio “Fotografo Full Time“
  • Un payoff o uno slogan che ti descrive e distingue dagli altri blogger che trattano argomenti simili;
  • Un pittogramma che utilizzi nei vari profili social, che magari esso stesso contiene degli elementi verbali.
In questo articolo non considero i tipi di marchio che di fatto non interessano i blogger, tipo il marchio di colore o di tonalità cromatiche. Ne ho però parlato in un approfondimento dedicato: Per il logo che colore facciamo?

Perché proteggere il logo è importante per un blogger?

Sono tante le ragioni per le quali ti suggerisco di valutare di registrare il tuo marchio d’impresa. Te ne riporto alcune, condivise con i miei clienti:

  • Distinguerti dai concorrenti ed identificarti per gli utenti: i tuoi servizi, le tue caratteristiche, il modo in cui ti esprimi (e non lo fai solo a parole ma anche attraverso il marchio appunto) sono contraddistinti ed identificati da parte dell’utente, vedendo il logo.
  • Promuovere e comunicare la tua attività: al momento della costruzione, il tuo blog di cucina e viaggi avrà pochi seguaci, ma può acquisire un valore enorme, diventare il tuo core business e trasformarsi in un’azienda. Il pittogramma sulla base di come ideato, sarà uno strumento di comunicazione.
  • Fiducia e credibilità nei confronti dell’utente : se navigo all’interno di un sito, mi piace e ci ritorno, inizio a dare sempre maggiore credibilità e fiducia alla persona che scrive. Il logo aiuta l’utente a ricordare più facilmente chi sono.
  • Tutela contro copia e contraffazione: la registrazione di un marchio ti consente di acquistare i diritti di privativa industriale. Ad esempio, vietare l’uso di un marchio identico o simile per prodotti e servizi identici o simili; agire per ottenere il risarcimento del danno ed il divieto di proseguire l’attività illecita.
  • Istituzionalizzare la tua attività: quando inizi a fare le cose serie è bene considerare tutti i profili. Se ad esempio pensi di lavorare con altri, oppure di vendere la tua start up, il marchio che nel frattempo avrai registrato, costituirà un asset immateriale da tenere in considerazione al momento del trasferimento. Ed è importante valutare il valore acquisito.

Rimborso sulle tasse da pagare per la tutela dei diritti di proprietà intellettuale

Altro aspetto da tenere in considerazione è questo: l’EUIPO (Ufficio europeo per la proprietà intellettuale) ha istituito un Fondo «Ideas Powered for business» per le piccole e medie imprese che consente di ottenere un rimborso sulle tasse da pagare per la tutela dei diritti di proprietà intellettuale (marchi, disegni, modelli, brevetti). Nel corso di tutto il 2022 potrai beneficiare di un rimborso del 75 % delle tasse relative alle domande di marchio e/o disegno o modello (e delle classi aggiuntive) sia che richiedi la tutela solo in Italia sia che vuoi l’estensione in tutta Europa.

Vuoi tutelare il tuo blog? Fai attenzione a queste cose

Innanzitutto, ti sconsiglio di intraprendere la procedura di registrazione in modo autonomo in quanto ci sono varie cose da tenere in considerazione prima del deposito. Eccone alcune: a chi intestare il marchio, quali sono i servizi da proteggere, quale tipo di marchio tutelare, proteggerlo solo in Italia o anche in Europa..

Considera che la registrazione del marchio richiede l’indicazione di quali sono i prodotti e i servizi che si vogliono tutelare. Con riguardo alla tua attività di blogger, puoi partire non riferendoti all’attività in generale (scrittura, fornitura di informazioni) ma all’oggetto specifico (blog di viaggi, blog di cucina).

Tieni presente inoltre che il fatto che le informazioni vengano veicolate attraverso un sito web, un blog, un profilo Instagram oppure tramite newsletter, non influisce sul come tutelare il marchio. Infatti, la fornitura di informazioni relative alle cryptovalute piuttosto che la comunicazione di recensioni di libri, sia essa compiuta online (blog) o su carta, non è un fattore scrutinante (puoi quindi ampliare l’attività anche in un momento successivo).

È però importante che tu sappia l’argomento. Se oggi vuoi parlare solo di viaggi, ma domani vuoi ampliare anche ai libri (magari alle letteratura in viaggio) è bene che consideri entrambi i temi. Questo perché se la limitazione del marchio o la rinuncia alla registrazione, sono sempre ammesse, l’estensione iniziale non è possibile: dovrai fare una nuova registrazione con costi doppi.

Un esempio pratico: il blog di viaggi in camper

Sei un lavoratore dipendente di un’agenzia di comunicazione e nel corso del 2020, in pieno lockdown, hai deciso di aprire un blog: la scrittura ti piace ma non avevi mai avuto tempo. Essere costretto in casa ti ha consentito di recuperare tutte le fotografie di viaggio, di riprendere le mete che hai battuto e di declinare le doti di storyteller che di solito usi per i tuoi clienti, per il tuo progetto. Il tuo blog ha suscitato l’interesse di tanti sin da subito e nel frattempo, hai anche acquistato un camper: all’interno del sito dai suggerimenti utili a chi sta sperimentando il plein air. Probabilmente, dal 2023 ti dedicherai interamente a questa attività, che all’inizio era solo un passatempo. Ti sei dato un nome e un piccolo logo colorato che ti rappresenta e contraddistingue.

Per proteggere il marchio del tuo progetto di blog di viaggi in camper, puoi procedere in questo senso:

  1. Se scrivi in italiano, può essere sufficiente la registrazione presso l’UIBM, ossia l’ufficio per la protezione della proprietà intellettuale in Italia.
  2. Visto che scrivi di viaggi, sicuramente dovrai tutelare il tuo marchio con riguardo al servizio “fornitura di informazioni” a tema viaggi, che è la classe n. 39 della Classificazione di Nizza.
  3. Avendo però iniziato a trattare anche il tema camper, fornendo informazioni utili in materia è bene che procedi anche alla tutela del prodotto camper, caravan e veicoli ad uso ricreativo, che è la classe n. 12.
  4. Inoltre, se pensi di fare dei gadget, tipo magliette o capellini, per gli appassionati al tuo progetto, valuta la tutela anche di questi prodotti, attraverso la classe n. 25.
  5. Da ultimo, ma in realtà è la questione fondamentale è capire cosa tutelare: è più importante il nome o il logo o entrambi? Anche su questo, l’assistenza è fondamentale.

Ho voluto fornirti tante informazioni, anche specifiche, per il tuo progetto di scrittura online. Tuttavia, come avrai intuito l’assistenza legale è fondamentale. Se ti sono rimasti dei dubbi, puoi contattarmi.

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Lavorare online: ti serve un contratto

Lavorare online ti consente di avere clienti ovunque, di sviluppare network molto ampi e di essere in ogni parte del mondo, se lo vuoi. È fondamentale però avere un contratto per lavorare in serenità e senza timori (mancato pagamento, clienti che spariscono, divulgazione di progetti..). Parliamone.

Cosa significa lavorare online?

Il lavoro online presuppone non sia necessaria la presenza fisica delle parti del contratto, nello stesso luogo e nello stesso momento. Non c’è quindi un ufficio dove si incontrano le parti per le trattative, per la firma del preventivo e la sottoscrizione del contratto ma tutto avviene a distanza. Inoltre, anche l’esecuzione della prestazione avviene perlopiù da remoto: telefonate, scambio di email, trasmissione di documenti digitali, videocall, invio di beni digitali.

In realtà, lavorare online ha significati nettamente diversi in base al tipo di lavoro che si svolge e quindi di conseguenza anche il contratto di lavoro da remoto sarà molto diverso.

Cosa significa avere un contratto di lavoro da remoto? 3 tipologie

Il contratto di lavoro online può assumere diverse forme, in ragione alla qualifica delle parti, al tipo di attività, alle modalità organizzative del lavoro.

Ad esempio:

  • Se sei un lavoratore dipendente avrai un regolare contratto di lavoro che ti consente di lavorare da remoto, ossia nel c.d. smart working. Non hai ancora un contratto che ti consente di organizzare in questo senso la tua attività? Ti suggerisco questo articolo, per comprendere gli step da seguire.
  • Se sei un professionista, che rende una prestazione di natura intellettuale, la tua attività si “conclude” attraverso la consulenza stessa, e quindi quell’ora che acquista online. Penso ad esempio ai coach, agli psicologi online, ai digital strategist. Ti anticipo che parleremo più specificatamente dei profili legali delle attività digitali legate alla salute. Se ti interessa l’argomento, iscriviti alla newsletter per non perderlo!
  • Se invece sei un freelance creativo, come ad esempio un grafico, un fotografo, un videomarker, un copywriter allora la tua attività si svolge online ma si traduce anche nella consegna o messa a disposizione del cliente di un prodotto (un bene digitale, come può essere un’illustrazione, delle fotografie, un montaggio, un sito web).

Avere un contratto significa in generale regolamentare i rapporti tra le parti; se si tratta di un rapporto che nasce e si svolge tutto interamente online (consulenza, consegna di un bene digitale, sviluppo di un sito web) allora il contratto dovrà regolamentare questi profili.

Perchè avere un contratto se lavori online?

L’aspetto positivo di maggiore rilevanza, che mi viene confermato spesso dai clienti, è quello di lavorare in serenità.

Ti faccio alcuni esempi, tratti da casi reali che mi sono capitati, di lavoratori non sereni:

  • La paura di sbagliare. Hai un contratto che ti ha passato il collega e che hai costruito un pò autonomamente ma temi che usando un documento di questo tipo, sia peggio che averlo. Ed effettivamente te lo posso confermare: avere un contratto sbagliato ossia che invece di tutelarti ti pone in una situazione di svantaggio non è sicuramente un elemento di favore. La tua paura di sbagliare può essere quindi fondata e risolta costruendo un contratto ad hoc.
  • Il tempo nel dover ripetere sempre le stesse cose. Senza un contratto puoi trovarti ad affrontare magari sempre le stesse situazioni o situazioni simili e ogni volta spendi tempo per tutta la trafila di spiegare al cliente. Ad esempio: il limite massimo al numero di modifiche, il concetto di conferma del concept creativo, la limitazione nell’uso del materiale messo a disposizione. Se lo indichi una volta per tutte all’interno di un documento contrattuale, ti eviti di doverlo ripetere sempre.
  • Il timore di non star realmente guadagnando. Questo forse pensi di non poterlo scoprire attraverso un contratto. In parte è vero, ma perchè non conosci come si può lavorare insieme: redigere un accordo ci impone di rivedere tutto l’iter di svolgimento della tua attività. E quindi, gli step per arrivare alla sottoscrizione (n. 1 colloquio preliminare iniziale, invio di email con preventivo, conferma di preventivo..) gli step per svolgere l’attività (consegna del materiale entro 30 giorni dalla richiesta, pagamento dell’acconto entro 5 giorni dalla firma del contratto, invio di bozza grafica entro 15 giorni dal report iniziale..). L’identificazione delle singole attività e la corretta scansione delle stesse, ti fa capire le falle, il tempo speso inutilmente, la possibilità di contrarre delle comunicazioni (non servono mille call). Di fatto, puoi investire quel tempo dedicandoti ad altro. Chi ha lavorato con me mi ha ringraziata tantissimo per aver approfondito questo punto.

Cosa inserire nel contratto per lavorare online?

Premesso che, dipende dal tuo core business, in generale, gli elementi fondamentali che dovresti identificare e inserire sono:

L’oggetto del contratto

È fondamentale identificare bene qual è l’attività che ti impegni a svolgere nei confronti del tuo cliente. Potrebbe essere anche una pluralità di servizi, la consegna di un bene digitale, l’assistenza da remoto per un software, lo sviluppo di un sito web. Oltre ad identificare il “prodotto finale” è fondamentale individuare i singoli step e quindi le fasi di lavoro che necessitano l’approvazione (anche implicita) del cliente.

Gli obblighi del cliente

Altro aspetto sono gli obblighi del cliente. Il primo è quello di pagare entro i termini convenuti (che quindi dovranno essere ben identificati ed ancorati alle singole fasi di cui sopra). Gli altri, potrebbero essere, la consegna del materiale, la partecipazione attiva agli incontri, la messa a disposizione di dipendenti, la compilazione di questionari. La collaborazione del cliente per certe attività è fondamentale e l’inadempimento a tale obbligo (ammesso che sia contrattualizzato) può impedirti di svolgere l’attività e quindi consentirti di sospendere la prestazione o anche scioglierti dal contratto.

Gli esoneri da responsabilità

Ci sono alcuni aspetti che non sono governabili da te, sopratutto quando ti avvali di tool esterni o metti a disposizione del cliente dei software integrati di cui non hai il totale controllo. Ci sono altre situazioni in cui il cliente può agire autonomamente anche compromettendo il tuo servizio e quindi di fatto facendoti lavorare il doppio. Questi aspetti devono essere gestiti in punto di limitazioni di responsabilità a tuo favore.

I termini

Di norma, le scadenze all’interno di un contratto possono essere essenziali o meno. Nel primo caso significa che se l’attività non viene svolta entro quel termine il contratto si scioglie. Anche questo aspetto è importante per individuare e rispettare le scadenze.

Oltre al contratto: gli allegati al contratto per chi lavora online

Se sei arrivato qui pensando che in fin dei conti, il più è fatto, ti sbagli! In realtà, il contratto, per stare in piedi, necessità anche di qualcos’altro. Ecco perché:

Puoi pensare ad un edificio, come elemento che rappresenta il rapporto con il cliente, dalle trattative precontrattuali all’esecuzione del contratto. Il cliente interessato entra dalla porta principale (il tuo sito web, i tuoi canali social), viene accolto da un receptionist (un’email di benvenuto per i nuovi iscritti alla newsletter) e manifesta il proprio interesse (richiede un preventivo). Il piano terra è dedicato alle trattative precontrattuali dove acquisisce informazioni e dati. Prima di salire le scale, firma il contratto. Come per ogni edificio, ci sono anche le uscite di emergenza, ossia le clausole che vi consentono di sciogliervi da un contratto, mettendovi in salvo. Tutta l’esecuzione del contratto si dispiega nei vari piani, sino ad arrivare all’ultimo piano, in cui a seguito dell’esecuzione della prestazione, entrambi sono soddisfatti e ammirano il panorama.

E quindi, per consentire al cliente di vivere questa esperienza, al piano terra e dunque prima di firmare però è importante che:

  • Il cliente identifichi correttamente qual è l’attività su cui ti incarica. Può trattarsi di un report vidimato dalle parti, un brief consegnato dal cliente stesso comunque un documento che fa fede con riguardo alle attività che ti impegni a svolgere.
  • Il cliente non abbia dubbi in merito a diritti, doveri, obblighi, responsabilità. Suggerisco talvolta di fare una sorta di FAQ, ossia di spiegare in un linguaggio semplice tutte le varie situazioni, anche con esempi, rinviando poi al documento contrattuale standard, in legalese per la regolamentazione.
  • Il cliente sappia che ci tieni al trattamento dei dati dei suoi clienti, fornitori, dipendenti. Avrai sicuramente sentito parlare del regolamento europeo GDPR 2016/679, del Codice privacy, dell’informativa ex art 13 GDPR e della nomina a responsabile. Si tratta di questioni fondamentali affinché i dati delle persone fisiche possano circolare in modo libero e corretto.

E quindi, già che sei online e che sei capitato qui per saperne di più su come gestire legalmente il lavoro, cosa ti suggerisco di fare?

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Fondo a favore dell’impresa per i servizi di marketing

Lo stato italiano eroga delle agevolazioni per i servizi specialistici che un’impresa può richiedere ad un’agenzia di comunicazione quali marketing, brand o design, finanziando quindi il rinnovo della corporate image dell’azienda tradizionale.

La legge 30 dicembre 2020, n. 178

Il Fondo per piccole e medie imprese creative è stato istituito dall’articolo 1, commi 109 e ss., della legge 30 dicembre 2020, n. 178 (recante “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2021 e bilancio pluriennale per il triennio 2021-2023”), con una dotazione di 40 milioni di euro per gli anni 2021 e 2022.

Il decreto interministeriale 19 novembre 2021 fornisce la disciplina attuativa (nello specifico, il Capo III per quanto qui attiene) e rinvia ad uno o più provvedimenti del ministero per la definizione dei termini e delle modalità per la presentazione.

Quali imprese possono partecipare?

Le imprese tradizionali (non creative, per capirci) per presentare la domanda di agevolazione devono avere i seguenti requisiti:

  • imprese di micro, piccola e media dimensione
  • con sede legale e operativa ubicata su tutto il territorio nazionale
  • costituite e iscritte al registro delle imprese da non più di cinque anni alla data di presentazione della domanda (che non hanno distribuito utili);
  • che intendono acquisire un supporto specialistico nel settore creativo ossia nel settore che comprende le attività dirette allo sviluppo, alla creazione, alla produzione, alla diffusione e alla conservazione dei beni e servizi che costituiscono espressioni culturali e artistiche. Sono comprese anche altre espressioni creative e, in particolare, quelle relative all’architettura, agli archivi, alle biblioteche, ai musei, all’artigianato artistico, all’audiovisivo, compresi il cinema, la televisione e i contenuti multimediali, al software, ai videogiochi, al patrimonio culturale materiale e immateriale, al design, ai festival, alla musica, alla letteratura, alle arti dello spettacolo, all’editoria, alla radio, alle arti visive, alla comunicazione e alla pubblicità.

Quali sono le agevolazioni per le imprese?

Le agevolazioni sono contributi a fondo perduto (voucher) e possono coprire fino all’80% delle spese per l’acquisizione dei servizi specialistici nel settore creativo con importo massimo pari a 10 mila euro.

Le spese sono quelle sostenute per l’acquisizione di servizi specialistici erogati da imprese creative di micro, piccola e media dimensione.

Quali sono i servizi specialistici coperti dal fondo

I servizi specialistici sono quelli che l’impresa creativa rende a favore dell’impresa tradizionale che presenta la domanda di erogazione del fondo.

I servizi devono essere finalizzati all’introduzione nell’impresa di innovazioni di prodotto, servizio e di processo e al supporto dei processi di ammodernamento degli assetti gestionali e di crescita organizzativa e commerciale, attraverso l’acquisizione di servizi specialistici nel settore creativo.

Nel concreto quindi, i servizi possono essere relativi a:

  1. azioni di sviluppo di marketing e sviluppo del brand;
  2. design e design industriale;
  3. incremento del valore identitario del company profile;
  4. innovazioni tecnologiche nelle aree della conservazione, fruizione e commercializzazione di prodotti di particolare valore storico, artistico e culturale.

I servizi come anticipato devono essere erogati da un’impresa creativa. Per identificare l’impresa creativa ti rinvio all’articolo dedicato alle agevolazioni previste per quest’ultima nell’ambito dello stesso decreto.

I servizi devono essere indicati in un contratto sottoscritto dopo la presentazione della domanda di agevolazione ed entro 3 mesi dalla data del provvedimento di concessione delle agevolazioni. All’interno dell’accordo devono essere specificati il contenuto e le finalità delle prestazioni specialistiche.

Le domande di agevolazione devono essere compilate esclusivamente per via elettronica, utilizzando la procedura informatica. Ora quindi non ti manca che verificare se disponi dei requisiti e comprendere bene l’iter di presentazione della richiesta.

Photo by Kaleidico on Unsplash

Fondo imprese creative per la tua agenzia

Lo Stato italiano eroga delle agevolazioni a favore delle imprese creative per promuovere lo sviluppo del settore, attraverso degli aiuti utili per l’acquisto di beni e servizi.

La legge 30 dicembre 2020, n. 178

Il Fondo per piccole e medie imprese creative è stato istituito dall’articolo 1, commi 109 e ss., della legge 30 dicembre 2020, n. 178 (recante “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2021 e bilancio pluriennale per il triennio 2021-2023”), con una dotazione di 40 milioni di euro per gli anni 2021 e 2022.

Il decreto interministeriale 19 novembre 2021 fornisce la disciplina attuativa specifica (per quanto qui attiene, il capo II) e rinvia ad uno o più provvedimenti del ministero per la definizione dei termini e delle modalità per la presentazione.

Quali imprese possono richiedere il fondo imprese creative

I requisiti per poter presentare la domanda sono in linea generale i seguenti (in realtà sono molti di più, ma bisogna verificali nel caso concreto):

  1. imprese di micro, piccola e media dimensione;
  2. con sede legale e operativa ubicata su tutto il territorio nazionale;
  3. operanti nel settore creativo;

Definizione di impresa creativa

La normativa stabilisce che per creatività si intende il settore che comprende le attività dirette allo sviluppo, alla creazione, alla produzione, alla diffusione e alla conservazione dei beni e servizi che costituiscono espressioni culturali, artistiche o altre espressioni creative e, in particolare, quelle relative all’architettura, agli archivi, alle biblioteche, ai musei, all’artigianato artistico, all’audiovisivo, compresi il cinema, la televisione e i contenuti multimediali, al software, ai videogiochi, al patrimonio culturale materiale e immateriale, al design, ai festival, alla musica, alla letteratura, alle arti dello spettacolo, all’editoria, alla radio, alle arti visive, alla comunicazione e alla pubblicità

Nello concreto, puoi presentare la domanda, ad esempio, se ti occupi di stampa e rientri tra il 18.1 Stampa e servizi connessi alla stampa ed il 18.13 Lavorazioni preliminari alla stampa e ai media.

Sei tra le imprese creative se sei un’agenzia di comunicazione e quindi rientri tra il codice 70.21 (Pubbliche relazioni e comunicazione) o il codice 73.11 (Agenzie pubblicitarie). 

Anche se la tua attività creativa rientra nell’ambito fotografico (74.20.1 o 2) o nel design (74.1) sei ammesso a richiedere il fondo.

Se si tratta invece di un’attività artigianale e creativa di altro tipo, sarà necessario verificare dall’elenco in allegato al decreto.

Non hai ancora costituito un’impresa? 

Puoi partecipare anche se sei una persona fisica e quando richiedi l’agevolazione non sei un’impresa creativa.

In questo caso però, entro sessanta giorni dalla comunicazione di ammissione alle agevolazioni dovrai trasmettere la documentazione necessaria per l’avvenuta costituzione dell’impresa e il possesso dei requisiti richiesti per l’accesso

Quali sono le agevolazioni del fondo imprese creative?

Le agevolazioni assumono la forma del contributo a fondo perduto e del finanziamento agevolato, anche in combinazione tra loro. Le iniziative devono prevedere spese ammissibili non superiori a 500 mila euro, al netto d’IVA, ed essere realizzate entro 24 mesi dalla data di trasmissione del provvedimento di concessione delle agevolazioni controfirmato dall’impresa beneficiaria.

Nello specifico, le agevolazioni sono concesse fino a una percentuale massima di copertura delle spese ammissibili pari all’80%. In questa percentuale una quota massima pari al 40 per cento delle spese ammissibili nella forma del contributo a fondo perduto e una quota massima pari al 40 per cento delle spese ammissibili nella forma del finanziamento agevolato, a un tasso pari a zero e della durata massima di dieci anni. 

Quali sono le spese che accedono al fondo?

Le spese possono riguardare  immobilizzazioni materiali e immateriali, necessarie, coerenti e funzionali all’attività oggetto dell’iniziativa agevolata, opere murarie (nel limite del 10% del programma complessivamente considerato ammissibile), esigenze di capitale circolante (nel limite del 50% delle spese complessivamente ritenute ammissibili).

E quindi ad esempio, per quanto di interesse: 

  • spese per l’acquisto di computer o strumenti di lavoro;
  • spese per le licenze d’uso di software professionali per l’attività;
  • canoni di hosting/housing;

Le domande di agevolazione devono essere compilate esclusivamente per via elettronica, utilizzando la procedura informatica. A seguito della presentazione verrà compiuta un’istruttoria per la verifica dei requisiti di ammissibilità. 

La definizione dei termini e delle modalità per la presentazione delle domande di agevolazione viene compiuta con provvedimento del ministero. Nel frattempo puoi verificare se disponi dei requisiti e comprendere bene l’iter di presentazione della richiesta.

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Il brief d’agenzia ha valore legale?

Per evitare che un bel progetto si trasformi in un fallimento, parliamo di come impostare, sotto il profilo legale, le fasi esecutive del lavoro di un’agenzia, dopo che questa ha ottenuto l’approvazione del preventivo e la sottoscrizione del contratto dal cliente.

Perché parlare di brief d’agenzia?

Il brief è un documento che viene elaborato dalle agenzie di comunicazione o dai professionisti creativi congiuntamente al cliente, nella prima fase di esecuzione del contratto. Il brief è l’inizio del progetto: contiene le indicazioni di sviluppo della campagna pubblicitaria, costituisce la sintesi delle richieste del cliente e le informazioni per iniziare a lavorare. All’interno del documento viene definito il target di riferimento, il ToV, i canali di comunicazione e la modalità con cui il cliente si presenterà sul mercato.

Il brief quindi è un documento fondamentale (tipicamente in formato pdf) con informazioni precise, istruzioni specifiche, definizione degli obiettivi da raggiungere e delle modalità di sviluppo di un progetto di comunicazione.

Dopo il brief, elaborato dall’agenzia di comunicazione e consegnato al cliente si inizia a lavorare, in linea con quanto concordato con il cliente proprio tramite il documento.

Hai intuito quindi il valore che può avere il brief per un’agenzia di comunicazione? Ecco perché è importante elaborare un documento di questo tipo all’inizio del progetto:

  • Stabilire a priori gli obiettivi che si vogliono raggiungere: in questo modo si lavora nella stessa direzione (agenzia e cliente) e si evita di tralasciare cose di fondamentale importanza per il cliente ma che di fatto per l’agenzia sarebbero state del tutto marginali.
  • Comprendere il tipo di cliente: se intende affidarsi all’agenzia di comunicazione (e quindi tendenzialmente approverà il lavoro) oppure ritiene di fornire delle linee guida specifiche (e quindi eventuali lievi difformità saranno contestate).
  • Definire le fasi del lavoro: l’elaborazione di un brief è il primo step che ci consente di avviare tutte le fasi del lavoro in modo corretto e arrivare al termine del contratto avendo svolto l’attività nel rispetto delle istruzioni iniziali.
come gestire la propria attività di impresa creativa freelance

Problemi frequenti senza brief d’agenzia (e senza contratto)

Non dico che sviluppare un brief consente di lavorare sempre senza alcun tipo di criticità, ma ritengo sia uno strumento importante da sviluppare e condividere con il cliente.

Ecco alcuni dei problemi che si pongono nella pratica:

  • Il cliente non sa di cosa stiamo parlando. Il punto principale iniziale è spiegare al cliente cosa l’agenzia andrà a svolgere e cosa significa quindi rebranding, corporate identity o acquisizione di influencer. A livello legale, tramite un contratto e a livello operativo, tramite un brief, il cliente potrà comprendere (ed apprezzare) maggiormente il lavoro.
  • Il cliente si ritiene non soddisfatto. L’adempimento di un’obbligazione non si basa sul gusto personale. È però fondamentale mettere il cliente nelle condizioni di ricevere una prestazione di suo effettivo interesse.
  • Il cliente dichiara che il lavoro non è come se l’aspettava. Può accadere che il cliente avesse in mente totalmente un altro risultato, in ragione dell’assenza di informazioni iniziali e istruzioni scritte ed approvate.

Di fatto, attraverso un contratto ben strutturato ed un brief impostato correttamente è possibile evitare queste ed altre frequenti problematiche.

La soluzione dei problemi con brief e contratto

Diventa quindi fondamentale stabilire le fasi del lavoro tenendo in considerazione anche i profili legali. E quindi, a seguito della proposta di comunicazione, dovrà seguire un preventivo formale in cui saranno specificatamente indicate tutte le attività. Questo preventivo formale oltre a dover essere ben compreso dal cliente, dovrà essere sottoscritto unitamente ad un contratto. A seguito della sottoscrizione dell’accordo, si inizierà il lavoro mediante l’elaborazione congiunta di un brief.

Il contratto è lo strumento fondamentale che consente all’agenzia di comunicazione di definire specificatamente le attività che si impegna a svolgere, il valore delle singole fasi del lavoro, le tempistiche proprie e del cliente.

Una delle principali attività di consulenza legale che svolgo a favore delle agenzie di comunicazione è quella di rendere assistenza nella redazione della contrattualistica d'agenzia e nell'impostazione del lavoro sotto i profili legali. Se vuoi approfondire puoi navigare tra i servizi per le agenzie.

Il valore legale di un brief d’agenzia

All’interno del contratto verrà quindi riportato il concetto di brief d’agenzia, ne verrà specificato il contenuto, individuando tempistiche di elaborazione e consegna. Se l’iter è quello descritto nel contratto e nel brief ed il lavoro svolto dall’agenzia sarà conforme al brief iniziale allora il cliente non potrà sollevare le problematiche.

Il brief diventa quindi un documento che ha valore legale.

I miei suggerimenti per l’agenzia di comunicazione

Mi ritrovo molto spesso ad aiutare il cliente nella corretta identificazione e scansione delle fasi del lavoro per poi arrivare alla successiva elaborazione della documentazione contrattuale. Ritengo infatti fondamentale, e lo ripeto spesso, il fatto di comprendere bene (ed eventualmente correggere) le modalità organizzative così da evitare problematiche o situazioni poi difficili da gestire.

I miei suggerimenti sul punto, di norma si traducono in:

  • Dare un nome alle cose. Il contratto dovrà contenere la descrizione delle attività ma anche la specificazione del significato delle stesse.
    Ad esempio, elaborare un brief cosa significa? Si traduce nella redazione di un documento denominato “brief” che verrà consegnato tramite e-mail al referente in formato .pdf e che conterrà le informazioni per lo svolgimento del servizio e le istruzioni del cliente.
Ad esempio, ho parlato di marketing automation e di funnel in questo articolo dedicato ai profili relativi al trattamento dei dati personali (concetti di notevole importanza per un'agenzia di comunicazione). Ecco, se il cliente non ha particolare dimestichezza è bene informarlo bene delle attività che l'agenzia andrà a svolgere. 
  • Definire bene gli obblighi del cliente con riguardo all’approvazione o alla richiesta di modifiche. Il contratto dovrà specificare quelli che sono gli impegni del cliente, anche con riguardo alla possibilità di contestare.
    Ad esempio, è possibile prevedere che la mancata approvazione entro un certo termine costituisce automatica approvazione del lavoro.
  • Stabilire le fasi del lavoro e i termini. Se i termini che l’agenzia stabilisce all’interno del contratto dipendono, perlomeno in parte, dalla consegna del materiale da parte del cliente, è bene formalizzarlo.
    Ad esempio, diventa importante definire il concetto di termine essenziale, perentorio ed ordinatorio, così poi da valutare il ritardo nell’adempimento.

E tu, utilizzi il brief e ne descrivi bene il valore all’interno del contratto? Se hai dubbi in merito puoi contattarmi.

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È obbligatorio avere un sito internet?

Quali società sono obbligate ad avere un sito internet? Quali sono i dati che devono essere obbligatoriamente presenti nel sito?

Dipende dal tipo di società: per alcune società è obbligatorio. Per altre società invece è facoltativo, ma nel momento in cui queste società decidono di creare un sito internet, allora lo stesso deve presentare una serie di caratteristiche ed indicazioni, alcune delle quali sono obbligatorie, altre invece facoltative ma consigliate.

Quali società hanno l’obbligo di avere un sito internet?

Le società che hanno l’obbligo di dotarsi di un sito internet, sono principalmente:

  1. Le società quotate
  2. Le start-up

Con riguardo alle società quotate, la normativa (Testo Unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria), prevede, ad esempio, l’obbligo di pubblicazione dell’avviso di convocazione dell’assemblea e della relazione dell’ordine del giorno che verrà discusso in assemblea e quindi l’obbligo di dotarsi di un sito internet.

In questo approfondimento non mi addentrerò su quali siano i documenti che debbono necessariamente essere pubblicati sul sito internet e quali invece esclusi. Tieni comunque in considerazione che esistono il diritto alla riservatezza di coloro che potrebbero essere implicati in tale documentazione e il diritto di trasparenza e pubblicità a favore degli investitori.

È infatti necessario eseguire un bilanciamento degli interessi: l’interesse del singolo alla protezione della propria privacy e l’interesse di natura pubblicistica alla trasparenza della documentazione sociale. Il bilanciamento deve essere eseguito caso per caso a seguito di una specifica analisi della situazione concreta.

Per le start-up innovative, la normativa di riferimento (art 25 D.L. 18/10/2012, n. 179), prevede che alcune informazioni debbano essere accessibili dalla home page del sito internet quali: data e luogo di costituzione, sede principale, oggetto sociale, descrizione dell’attività, soci, ultimo bilancio depositato.

Ci sono dei dati obbligatori da inserire sul sito?

Esistono però degli obblighi che ciascuna società deve osservare se ha un sito internet. A prescindere quindi si tratti di società quotata, start-up oppure società di persone, impresa individuale o PMI, quando una società decide di creare un sito internet deve inserire obbligatoriamente alcune informazioni.

Quali sono le informazioni obbligatorie da inserire in un sito internet?

La normativa (codice civile) impone alle società che sono dotate di un sito internet di indicare:

  1. La sede della società;
  2. L’ufficio del registro delle imprese presso cui è iscritta e il numero di iscrizione;
  3. Il capitale sociale, per le società per azioni, in accomandita per azioni e a responsabilità limitata (la somma effettivamente versata che risulta dall’ultimo bilancio);
  4. Se è in liquidazione, è necessario specificare la dicitura;
  5. Se si tratta di società a responsabilità limitata a socio unico, è necessario indicarlo;
  6. Il numero di partita iva.

Le caratteristiche di un sito internet aziendale

In generale, il sito internet aziendale, dovrebbe presentare anche altre caratteristiche per essere compliant sotto altri punti di vista, in ragione alle funzioni e finalità.

Ti rinvio all'articolo dedicato a cosa deve avere un sito internet per gli approfondimenti sul tema: Sito internet, cosa deve avere? 

Inoltre, dopo che l’azienda ha ordinato la realizzazione di un sito internet la spesa dovrà essere registrata in contabilità ed inserita in bilancio. Le modalità di indicazione del costo possono essere diverse e devono essere oggetto di valutazione caso per caso.

Ti invito a leggere l'articolo dedicato alle modalità di indicazione della spesa per la realizzazione di un sito internet: Sito internet, quanto costa in bilancio?

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Come inserire i costi di un sito internet in bilancio?

I costi di un sito internet come vengono iscritti in bilancio? Esistono dei principi contabili che riguardano il web? Il sito web è un’immobilizzazione immateriale oppure è un servizio pubblicitario?

Per l’agenzia di comunicazione, la creazione (ideazione, progettazione, sviluppo, fornitura, manutenzione) di un sito web può costituire uno dei servizi principali o delle attività caratteristiche della società: il “prezzo di vendita” del sito, costituirà quindi un ricavo per l’agenzia e sarà destinato a confluire all’interno del conto economico.

Il cliente che acquista il sito web, invece, ha un core business diverso. Vediamo quindi cos’è giuridicamente un sito internet e come indicare a bilancio i costi sostenuti per un portale vetrina o un e-commerce.

Cos’è giuridicamente un sito internet?

Il sito internet è un prodotto. Può essere considerato un’opera dell’ingegno, ai sensi dell’articolo 2575 c.c. e dell’articolo 1 della legge a protezione del diritto d’autore. Infatti, può essere un’opera creativa protetta da copyright, sia con riguardo al contenuto sia con riguardo al contenitore.

Ho parlato in modo approfondito di quali possono essere gli elementi di un sito web che possono essere coperti da copyright all'interno di un articolo a cui ti rimando "La protezione del layout di un sito web"

Il sito internet è anche uno strumento di comunicazione da parte dell’azienda e come tale deve essere correlato delle indicazioni imposte dall’art 2250 c.c..

Per sapere cosa “deve avere” un sito internet ti rinvio all’articolo dedicato al tema: "Sito web cosa deve avere".

Come indicare in bilancio i costi sostenuti per un sito internet?

Il costo di un sito internet (ossia, di fatto, il prezzo che viene indicato in fattura per l’ideazione, lo sviluppo, la progettazione della grafica e quanto altro descritto) non può essere automaticamente inserito tra i costi in conto economico.

Esistono infatti diversi tipi di siti internet, in ragione alle funzioni e alle finalità:

  • Sito web “vetrina”. È destinato a comunicare all’esterno l’attività aziendale, con l’indicazione dei contatti, le pagine del “chi siamo” e la descrizione del core business;
  • Sito web con canale e-commerce. È uno strumento con cui l’azienda fornisce servizi o vende beni (anche digitali) ad altre aziende (B2B) o ai consumatori (B2C). Costituisce quindi un canale distributivo aggiuntivo o alternativo rispetto alla vendita offline, sia essa al dettaglio, all’ingrosso o mediante distributori e agenti.
  • Sito web ad uso interno. È uno strumento utilizzato dai dipendenti o da coloro che hanno accesso e costituisce di fatto un gestionale per lo scambio di informazioni, dati e contenuti.

Il sito internet è un’immobilizzazione immateriale?

Il costo sostenuto per l’acquisto di un sito internet è destinato ad essere inserito tra le attività dello stato patrimoniale e precisamente tra le immobilizzazioni immateriali quando è uno strumento con cui la società svolge l’attività aziendale (realizza transazioni, fornisce beni digitali, spedisce prodotti fisici, rende scaricabili software..).

In questi casi, le spese per la realizzazione (sviluppo, progettazione, ideazione) del sito internet andranno inserite nella voce B.I.1 tra i “Costi di impianto e di ampliamento” oppure alla voce B.I.3 “Diritti di brevetto industriale e utilizzazione delle opere dell’ingegno”.

Si tratta di costi di ampliamento proprio perché attraverso questo strumento l’azienda decide di sviluppare la propria rete di vendita, non più solo offline, ma anche online, oppure, non più con un canale e-commerce limitato all’Italia ma anche con spedizioni all’estero.

Resta inteso che è necessario poter dimostrare l’utilità futura del costo sostenuto (ampliamento della rete vendita ad esempio) e l’esistenza quindi di una correlazione oggettiva tra con i benefici futuri di cui godrà la società (possibilità di vendita in tutta la penisola o anche all’estero senza necessità di costruire una rete di strutture fisiche). Deve inoltre essere stimabile con ragionevole certezza la recuperabilità di tali costi, dando prevalenza al principio di prudenza.

I requisiti richiamati sono imposti dall’OIC 24, ossia dal Principio contabile di riferimento, relativo alle immobilizzazioni immateriali.

L’inserimento tra le immobilizzazioni prevede che l’azienda provveda a fissarne il criterio di ammortamento, sulla base del principio contabile di riferimento. Se l’azienda, sulla base delle valutazioni eseguite, ritiene di far confluire il costo sostenuto nell’ambito degli oneri pluriennali e specificatamente fra i costi di impianto e di ampliamento, allora lo stesso non potrà essere superiore a cinque anni. L’ammortamento decorre dal momento in cui l’immobilizzazione è disponibile e pronta per l’uso.

Il sito internet è un servizio pubblicitario?

Il costo sostenuto per l’acquisto di un sito internet è destinato ad essere inserito tra i costi dell’esercizio all’interno del conto economico quando si tratta di uno strumento con cui la società non esegue transazioni (e non presenza dunque i requisiti di cui sopra). Questo avviene quando la società utilizza il sito per la propria attività pubblicitaria. Potrebbe trattarsi ad esempio di una landing page attraverso la quale invita gli utenti all’iscrizione alla newsletter o ad eventi formativi.

In tali casi, il costo sostenuto per l’acquisto di un sito internet è destinato a confluire in conto economico e precisamente alla voce “Costi per Servizi”, B7 ove sono destinati a confluire tutti i costi, certi o stimati, derivanti dall’acquisizione di servizi nell’esercizio dell’attività dell’impresa, tra cui, i costi per pubblicità e promozione.

Potrebbe essere che il sito web costituisca unicamente il tradizionale biglietto da visita, in formato elettronico. In questo caso, risulterà più utile inserirlo tra i costi per rappresentanza. Il Principio Contabile di riferimento è il numero OIC 12.

Dubbi ed eccezioni per l’inserimento dei costi di un sito internet in bilancio

Tutto questo appare molto lineare, ma di fatto ci sono essere vari altri elementi da considerare e che impongono una valutazione caso per caso. Ad esempio:

  • innanzitutto, com’è ovvio, esistono delle eccezioni: se il cliente che ordina il sito è un’altra agenzia di comunucazione che ha esternalizzato in tutto o in parte l’attività, il costo del prodotto non andrà a confluire né nelle immobilizzazioni immateriali né nei costi per pubblicità;
  • non è sempre agevole distinguere il costo sostenuto per il canale e-commerce (destinato a costituire un’immobilizzazione), dal sito web vetrina: può accadere infatti che l’azienda ordini la realizzazione di un sito web che abbia una parte di e-commerce e la richiesta può essere eseguita nello stesso momento o in mo momenti successivi;
  • il sito web potrebbe essere condiviso tra più realtà aziendali, eventualmente nell’ambito di un progetto oppure da una capogruppo a favore delle altre società;
  • altri casi rigurdano la licenza d’uso di un sito web: può accadere infatti che l’azienda intenda gestire la vendita dei prodotti avvalendosi di distributori che si occuperanno delle attività gestionali e a cui sarà consegnato in licenza d’uso il portale. In tali casi la finalità di ampliamento dell’attività aziendale non è diretta;
  • oltre al sito internet, c’è anche il nome a dominio che dovrebbe poter essere valorizzato in all’interno di un bilancio d’esercizio.

Inoltre, per le società quotate vi è anche il riferimento ai principi contabili internazionali recepiti dall’Unione Europea. Tale tema sarà destinato ad un approfondimento a parte dacchè tali regole stabiliscono in modo più specifico le modalità di valorizzazione dei costi.

Photo by Kelly Sikkema on Unsplash

Contratto di post produzione foto o video

La post produzione è una fase importante in uno shooting fotografico. Per regolare i rapporti tra fotografo e post produttore e i delicati profili legali serve un contratto di post produzione.

Il contratto di post-produzione è un accordo con cui un post produttore (o un’agenzia di post produzione fotografica) si obbliga ad eseguire servizi di fotoritocco su fotografie scattate da un fotografo per conto di un cliente aventi come soggetto persone e/o oggetti.

I soggetti che intervengono nello shooting possono essere quindi diversi:

  • il fotografo che esegue lo scatto (che può essere anche un team, oppure può essere una figura più operativa che esegue il click affiancata da una figura che si occupa dell’ideazione della scena fotografica),
  • il soggetto (o l’oggetto) della fotografia,
  • il committente che incarica lo shooting,
  • il post produttore fotografico,
  • il digital tech.

La post produzione fotografica e video

Il post produttore o fotoritoccatore è colui che interviene nella fase successiva allo scatto, compiendo una o più attività, modifiche o trasformazioni ma anche adattamenti e variazioni apportando delle migliorie all’immagine eseguita dal fotografo.

Post produttore sì o no?

Accade che il fotografo voglia mantenere celata la presenza ed il ruolo del post produttore omettendo di comunicarne al proprio cliente l’esistenza. Tuttavia, l’attività del post produttore, rispetto al committente che ha richiesto al fotografo di eseguire gli scatti, costituisce un’esternalizzazione di una parte dell’attività ed è giuridicamente qualificabile come un sub-appalto.

Questo significa che il contratto a monte, tra committente e fotografo, deve prevedere la possibilità da parte di quest’ultimo di subappaltare a terzi una parte dell’attività o che perlomeno non vieti la possibilità di fruire di servizi terzi con riguardo agli scatti (che ad esempio devono rimanere strettamente riservati).

Questioni legali importanti del lavoro dei fotoritoccatori

I diritti di rielaborazione dello scatto

Il fotografo che consegna gli scatti fotografici affinché vengano svolte attività più o meno “pesanti” sugli stessi, deve avere titolo per svolgere tali attività. Egli deve quindi avere il diritto di modificare, trasformare, elaborare, manipolare, adattare gli scatti fotografici, sia perchè è lui ad averli realizzati (diritto morale d’autore), sia perchè ha mantenuto tali diritti (diritto di rielaborazione dell’opera, quale diritto di natura patrimoniale).

Se ti interessa l'argomento, puoi approfondirlo in un altro articolo che ho dedicato ai requisiti e limiti del diritto di rielaborazione e modifica degli scatti. 

L’uso dello scatto per il portfolio del post produttore

Il post produttore non può automaticamente e sempre mostrare le proprie attività di post produzione fotografica realizzate per conto del proprio cliente, attraverso, ad esempio, un proprio portfolio web.

Il fotografo potrebbe infatti avere siglato con il committente un accordo di non divulgazione degli scatti fotografici (sui social network) in quanto si tratta di un prodotto in uscita o di una campagna promozionale che si vuol tutelare. Oppure, il fotografo può aver siglato un accordo con cui si è impegnato a non cedere ad altri nemmeno in parte lo svolgimento dell’attività: diffondere gli scatti postprodotti potrebbe porre il fotografo in una posizione difficile.

L’opera post prodotta è protetta da copyright?

Un’opera può essere protetta dal diritto d’autore quando è qualificabile come creativa e discende dall’ingegno umano. In via generale è necessario un apporto dell’autore, un elemento di novità, un qualcosa che consenta di configurare l’opera come originale, sebbene non sia necessaria una novità assoluta. È sufficiente un gradiente minimo di creatività.

Un’opera post prodotta può sicuramente essere protetta da copyright come opera derivata (rispetto alla fotografia originaria) se le modifiche e le trasformazioni apportate dal post produttore presentano carattere creativo. In questi casi sull’opera post prodotta convivono i diritti dell’autore fotografo con i diritti dell’autore post-produttore.

Se però l’opera post-prodotta non presenta tali caratteri, allora l’apporto del post-produttore rimane regolamentato unicamente a livello contrattuale.

  • La fotografia post prodotta è un’opera creativa derivata quando: il post produttore “illumina” la stanza ricreando punti d’ombra differenti rispetto all’opera originaria o facendo sorgere una diversa illuminazione dei luoghi oggetto degli scatti; il post produttore esegue un’attività di manipolazione pesante andando a riposizionare oggetti non inclusi nell’immagine originaria ricreando l’armonia dei piani ed integrando perfettamente lo stile fotografico e comunicativo.
  • La fotografia post prodotta non è un’opera creativa derivata quando: il post produttore elimina il rumore dell’immagine, allinea gli elementi dello scatto, ravviva i colori, riadatta le immagini.

Attenzione: il fatto che l’opera post prodotta sia o meno creativa, non ha alcuna attinenza rispetto alla necessità di dotarsi di un contratto scritto di post produzione fotografica. Siamo su due piani diversi.

Cosa inserire nel contratto di post produzione

  1. Dichiarazione del diritto di rielaborazione.
    È bene che il fotografo, a monte, dichiari di aver eseguito gli scatti fotografici, di essere titolare del diritto d’autore e dei diritti di utilizzazione economica degli scatti, tra cui del diritto di rielaborazione degli scatti stessi.
  2. Facoltà di usare lo scatto nel portfolio web del post-produttore
    Affinchè il post produttore elabori il proprio catalogo dei lavori da mostrare ad eventuali altri soggetti interessati, è bene indicare nel contratto che il fotografo conferisce espressamente la facoltà di diffondere gli scatti postprodotti come forma di pubblicità ed esonera il post produttore da qualsiasi responsabilità (ad esempio il fatto che il committente non avesse acconsentito a tale forma di pubblicità). Da stabilire se la facoltà è estesa ad un confronto “prima-dopo”.
  3. Identificazione (se lo è) che si tratta di un’attività creativa
    In qualsiasi contratto è importante definire bene l’oggetto e quindi la specifica attività o servizio che si impegna a svolgere il fornitore. Attraverso l’identificazione dell’attività si potrebbe pervenire ad individuare se l’attività del postproduttore può considerarsi un’opera creativa o meno. In ogni caso è un servizio che sarà regolamentato dal punto di vista contrattuale ai termini e condizioni concordate tra le parti.

Perchè dotarsi di un contratto di post produzione?

  1. Acquisire maggiore professionalità. Un documento contrattuale scritto e sottoscritto tra le parti consente al fotografo di inquadrare subito il proprio interlocutore potendosi fidare degli impegni assunti.
  2. Responsabilizzare il fotografo. Il fotografo dovrà dichiarare di essere titolare dei diritti sugli scatti e consentire al fotoritocattore di utilizzare le immagini per un proprio portfolio. Questo pone il fotografo in una posizione di maggiore serietà anche con riguardo al proprio committente (non può fingere che la figura dietro le quinte non esista).
  3. Definire bene le proprie facoltà, i propri diritti ed obblighi. È importante per il post produttore sapere quali sono i termini e le modalità di utilizzo degli scatti fotografici post prodotti, qual è il grado di sicurezza e protezione da garantire fino alla consegna degli stessi, come può utilizzare le modifiche senza denigrare l’attività del fotografo (una pesante post produzione potrebbe lasciar trapelare una scarsa capacità di gestione degli aspetti tecnici quali l’esposizione, la nitidezza, la profondità, le inquadrature..).

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